La nostalgia colora di rosa anche la lama della ghigliottina

La nostalgia è un sentimento subdolo e bastardo. Voi siete lì, che vi fate i fatti vostri; poi, all’improvviso giunge, inattesa e non richiesta, una madeleine di un tipo qualsiasi, che vi proietta indietro di quei dieci o vent’anni che bastano per fregarvi.

Perché siete fregati, lo sapete, vero? Lo vedete quello che fa ciao ciao con la manina? È il vostro senso critico, che avete lasciato sulla sponda per avventurarvi in questa traversata nel mare dei ricordi, notoriamente periglioso e ricco di iceberg: dunque, eccovi già a rievocare con un affetto che sfocia nel recupero entusiasta Milan Kundera (una cui parafrasi è per altro il titolo di questa nota), ed il suo “L’insostenibile leggerezza dell’essere”, solo perché l’avete letto ai tempi del primo amore con una stronza (ogni riferimento eccetera) che dava l’impressione d’essere vagamente interessata a voi; oppure a ricostruire un appartamento minuscolo, esposto ad ogni intemperia ed aromatizzato al piscio di gatto, che però vi rimembra quella nonna che, vi par di ricordare (ma a chi importa, in fondo?), vi voleva tanto di quel bene che, guarda…

La nostalgia è un sentimento subdolo e bastardo. E può mettere a repentaglio la vostra salute mentale, ed essere pericoloso: a vivere in un mondo che non è mai esistito, si può fare la fine del professor Ratt ne “L’angelo azzurro”. Dunque, a mo’ di vaccino, ripetete con me: Kundera fa schifo. Quella stronza era stronza per davvero. Quell’appartamento era indegno di un essere umano, il proprietario che ve l’affittava un criminale, e la vostra cara nonnina una vecchia baldracca con pochi denti ed aneddoti ridicoli su quanto migliori le cose, tutte le cose, fossero ai suoi tempi.

Perché non è che risparmi qualcuno, questa figlia di puttana: anzi, è capillarmente distribuita a tutta la popolazione di tutta la Terra. Roger Scruton ha avuto almeno il coraggio di dirlo chiaro:  “Quand’ero piccolo, postini e lattai fischiettavano per la strada, poi la sinistra ha distrutto quel mondo” (in realtà, è questa una parafrasi di Wu Ming 1, ma siamo lì); come concetto è ridicolo, eppure probabilmente anche voi conoscete persone che lo sottoscriverebbero col sangue (altrui, s’intende).

Tra i compulsatori di “colonne di destra”, pure, la nostalgia miete le sue belle vittime: prendete quest’articolo, per dire. Qual è il criterio di notiziabilità di una “rivelazione” del genere? Da quando è attendibile una “fonte segreta” di Mistero? Eppure, la notizia viene data: perché è acchiappaclic, siamo d’accordo. Ma uno dovrebbe chiedersi pure perché è acchiappaclic.

Il fatto è che Moana rappresenta un simbolo. Chi l’ha “conosciuta” quand’era ancora viva (persone, dunque, intorno ai quarant’anni, che sono, in buon numero, veri e propri “naufraghi” della Rete, che vengono sbattuti da un porto all’altro senza trovare un appiglio, e cliccano su tutto quanto attiri il loro “interesse emotivo”), infatti, l’associa ad un’età in cui tutto era più bello, più vivo, c’era più speranza e meno squallore, anche nel fare una delle cose più tristi che esistano: masturbarsi davanti ad un porno. E si potrebbe provare a spiegarglielo, a questi quarantenni, che si ricordano Moana e quell’epoca a quel modo roseo non perché realmente lo fossero, ma perché erano loro ad essere diversi: ad essere più giovani, nella fattispecie.

Ma è inutile: non ti daranno mai ascolto. Perché o sono prossimi, o sono già dentro con tutte le scarpe alla crisi di mezz’età, e vorrebbero di nuovo tornare a tutto ciò che li rendeva dei sedicenni scemi e felici. Ma, ohibò, Moana è morta, e masturbarsi su di lei non si può più.

E dunque è per questo, che mezza Italia si trova a fare ciò che a quest’attività sembra più prossimo, almeno etimologicamente: si riempie di pippe mentali.

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