N’Barok, duecentosessantacinquesimo Duca di Marith-Ias

Non appena il suo Attendente e Primo Ministro (che era come dire, erede designato) ebbe varcato la porta del suo appartamento privato, N’Barok, duecentosessantacinquesimo Duca di Marith-Ias, senza neppure voltarsi, continuando a tenere gli occhi fissi su un punto all’orizzonte tra il corso ormai prosciugato del Vlanus ed il colle maledetto di Wittan, parlò. “Dimmi, Aisàn, non lo trovi forse patetico?”, domandò.

Ma senza attendere risposta, proseguì: “Un tempo, a queste stesse finestre, si affacciavano i miei predecessori, uomini dai nomi illustri, che hanno coperto di gloria i vessilli oro ed argento di questo Ducato: Aliel, Kat’Is, Marit. Di qui ammiravano i loro possedimenti, tanto ampi che su di essi non tramontava mai il sole, e tanto lussureggianti che alcuni giunsero a dire che il Regno del Piacere di Tiòs, il più grande dei Sette Dei, non si trovava sulla cima dell’invalicabile monte Khanon-Enma, ma qui, nelle terre bagnate dal Vlanus, all’epoca ancora verde e limaccioso. Di qui, Kat’Is il Possente, Kat’Is Mani d’acciaio, Kat’Is Volpe e Leone, Kat’Is l’Invincibile” si fermò un attimo a riprendere fiato, dopo quella lista di epiteti “progettò d’invadere il reame di Finòn, di cingere d’assedio la libera città di Antes, e d’infiltrare le sue spie nella corte del principe Rofors, le cui truppe, nonostante le sue abilità” sottolineò questa parola “credeva non sarebbe mai riuscito a battere in battaglia. Tanti furono i suoi successi, che tra il popolino si diffuse la voce che, in qualche modo, fosse riuscito a costringere ad agire ai suoi ordini Mefistofele”. Per la prima volta, si girò: “Hai mai inteso questo nome?”, chiese, e poi si godette l’attimo in cui Aisàn, di solito così versato nell’arte della dissimulazione, contraeva le mandibole, prima di riassumere il solito tono piatto e mellifluo di sempre, e rispondere: “Mai, sua grazia. Un nome così assurdo e barbaro…”.

“Non può che provenire” lo interruppe il Duca “dalle Lingue Morte, in cui sono vergati i Testi Maledetti, che descrivono l’Innominabile Rito dell’Apertura, e molti altri incantamenti e stregonerie”. Rimirò lo sbalordimento dell’altro. “Via, Aisàn, credi davvero che io ignori le attività ed i pensieri di chi vive nel mio palazzo?”.

Lo lasciò qualche secondo a sentirsi in colpa. Poi, sorrise (e non solo d’indulgenza): “Oh, va bene, lasciamo stare. Torniamo a Kat’Is, piuttosto. Che, dicevamo, era tanto potente che al suo fianco pareva agire niente meno che Mefistofele, l’Arcidemone dell’Ambizione”. Una strana luce nei suoi occhi. “Era potere di quel Duca muovere guerre, ordire (o anche commettere di persona, se ne aveva tempo e voglia) assassinii, comandare sequestri, ruberie e stupri, creare orfani e vedove e poi abbandonarli al loro destino. Perfino, ascoltami bene, perfino giacere con ogni donna e uomo fosse di suo gusto. Il che, in effetti, gli fu fatale, visto che una pugnalata lo raggiunse durante il coito, ed egli morì come chiunque altro”. Sghignazzò. “Nonostante tutto ciò, in tutta la terra di Temrya, nessuno osava mai alzare la voce contro di lui, ed anzi, addirittura i suoi più acerrimi nemici si inchinavano al suo passaggio, increduli e grati con lui per avergli risparmiato la vita. Qualche volta, pure, non potevano fare a meno di baciagli le mani e decantarne le virtù”.

“Sua grazia” rispose l’Attendente “tutto ciò è molto interessante. Tuttavia, non comprendo perché prima accennavate a qualcosa di patetico”.

“Perché io lo sono, per esempio”. Il Duca sbottò in una rauca risata. “Da qui non vedo altro che la desolazione di quelle terre un tempo parse agli uomini più desiderabili del paradiso, e gli immensi possedimenti del Possente ridotti ad un fazzoletto di terra, non più ampio di quanto le mura di questo palazzo cingono. E considera pure la figura del Duca, un tempo temuta più di Fyras il Vendicativo, divenuta una larva, ormai tanto poco considerata che i suoi sudditi si permettono di costruire un’Arena appoggiandosi alle sue mura, e senza neppure implorare il suo permesso!”. Il tono della sua voce si era progressivamente alzato, e fragoroso fu il silenzio, quando smise di parlare.

“Sua grazia…”.

“Non dire nulla, Aisàn. So cosa vuoi dirmi: che ciò che dico non è vero, che, per quanto ridicoli siano gli spazi su cui fa valere i suoi diritti, specialmente ora che la Siccità li ha prostrati, in grande considerazione gli uomini tutti della terra di Temrya tengono, dai più indifesi dei bambini ai più potenti tra i governanti, il Duca di Marith-Ias…puttanate”. Aisàn sobbalzò sulla sedia. “Il supremo Duca di Marith-Ias non domina ormai, in tutti i sensi, su nulla di più che su un pugno di polvere. E per questo pugno di polvere, io, guardami, io ho rinunciato ad ogni cosa, ho abbandonato il mio paese, ho rifiutato le gioie che potevano darmi una moglie e dei figli, ho palpitato per ogni imbroglio, temendo di essere scoperto, e per ogni atto di piaggeria, temendo di essere sorpassato. Soprattutto, ho dovuto attendere per quarant’anni, rivestendo pazientemente la carica di Attendente e Primo Ministro, che Impol il Vegliardo tirasse le cuoia, e trattenermi a stento dall’avvelenarlo. E dal raccontare dei suoni che sentivo provenire dalla sua camera da letto. Secondo te ne è valsa la pena, Aisàn? E parla onestamente, per una volta in vita tua”.

“Sua grazia” si azzardò a dire l’Attendente, dopo un lungo silenzio. “Su una cosa avete senza dubbio ragione: a livello di terra, sì, il vostro dominio è ben parco. Tuttavia” strinse le labbra, e se ne morse uno.

“Aisàn, so che sai del Potere. Altrimenti non saresti diventato il mio zerbino. Ebbene, secondo te il Potere è un motivo sufficiente per sopportare tutte le rogne che comporta il diventare Duca? Dunque, osserva cosa resta di esso”.

Schioccò le dita: ne fuoriuscì un lampo azzurro che, per qualche momento, rimase informe. Dopodiché, tentò di raggrumarsi, a disegnare qualcosa che s’intuiva terribile e spaventoso, e che fece ritrarre sulla sedia, aprendo la bocca in un grido di muto terrore, Aisàn, dimentico di ogni cosa ed in preda solo ai suoi istinti più primordiali. Ma fu solo un attimo e, nonostante le disperate manovre del Duca, il lampo sparì, in fretta, così come si era creato, e già la paura si era trasformata in imbarazzo, quando l’Attendente disse: “Vedo, sua grazia”.

“Vedi? Non vedi, semmai. Nailes il Temerario padroneggiava quest’arte tanto bene che gli eserciti deponevano le armi ed invocavano pietà al solo vederlo apparire; Qolis il Solitario era capace di mutare il giorno in notte. Io posso fare qualche giochetto da illusionista, buono al più per spaventare ragazzini e donnicciole. Senza offesa, Aisàn” non si prese neppure la briga di sorridere e proseguì, più rivolto a se stesso che al suo interlocutore “Tanti anni spesi a compulsare i testi nelle Lingue Morte, notti insonni nella biblioteca a cercare un demone che potesse”. Si riscosse d’improvviso: “Vedi come la storia si ripete, caro Aisàn!”.

L’altro parve non comprendere. “Non dici nulla?” fece il Duca. “Be’, dovresti, visto che questa non è la sola cosa che ci accomuna”.

“No, sua grazia?”.

“No, Aisàn. Vedi, Impol il Vegliardo è stato uno dei Duchi più longevi ed amati di tutti i tempi ma, sai, ad un certo punto il Gran Consiglio ritenne che non fosse più, aspetta, com’è che era?”. Si fermò un attimo a riflettere. “Ah sì: che non fosse più in grado di sostenere il grande peso che doveva portare. Così, come dire, ci fu un passaggio informale di consegne”.

Alzò gli occhi, e vide ciò che desiderava: una goccia di sudore era spuntata sulla tempia dell’Attendente. “E dunque, sua grazia?” domandò questi.

“E dunque, tutte le decisioni che riguardavano il Ducato vennero messe nelle mie mani, mentre lui continuava a svolgere ruoli, mmm, di rappresentanza. Che sciocchi, tu ed il Consiglio, a credere che non mi accorgessi che state facendo lo stesso con me. Non negare: non sono un demente e, te l’ho già detto, so cosa accade dentro il mio palazzo. Vuoi il mio posto, Aisàn? O meglio: desideri così ardentemente questo Potere ormai ridicolo? Fai, prenditelo se davvero lo brami. Ma io non mi lascerò trattare come un vecchio rincoglionito!”.

“Ma cosa dice, sua grazia…”.

“Fai silenzio!”. Aprì un cassetto e ne trasse un cilindro, che gli porse. “Tieni. Qui ho inciso la mia dichiarazione di abdicazione”. L’Attendente spalancò la bocca, per dire qualcosa che non fuoriuscì mai dai suoi polmoni. “Come sai, ciò significa che ogni carica da me conferita è, da questo momento, annullata. Prima che ti vengano strane idee, sappi che una copia di questa stessa dichiarazione è già stata consegnata al Gran Consiglio”. Aisàn continuava a non parlare, dunque, il Duca lo fece per lui: “Lo so, è dai tempi di Rid-Re-Plou il Vigliacco, che nessun Duca ha più abdicato. Forse, chiameranno Vigliacco anche me”. Strinse le spalle. “Oh, be’, sempre meglio del Trasparente con cui mi appellano ora. Ma qui stiamo perdendo tempo in chiacchiere, e tu hai una guerra di successione da preparare. Puoi andare”. L’altro lo fissò; poi si alzò, meccanicamente fece un inchino ed uscì, mentre il Duca si lasciava andare ad una fragorosa risata.

Sia chiaro: ogni riferimento a fatti o persone realmente esistenti, e popolanti le pagine dei giornali, è puramente casuale. Ed è solo per non sprecare un altro post, che lo scrivo qui:

Buon Conclave a tutti.

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