Sul perché non diverrò mai psichiatra

Il fascino della psichiatria dovrebbe essere questo: si tratta di indagare solo e soltanto con la propria mente (si sa bene che uno dei maggiori problemi dello studio della psiche e, in generale, delle funzioni superiori, è che non esiste un test oggettivo in grado di quantificarle*) sui guasti che riguardano la mente stessa. Quella di un altro individuo, d’accordo; ma il principio della costanza biologica ci impone di pensare che quella mente, ora malata, era in principio sana, ossia in tutto e per tutto simile alla nostra. Il rischio di scoprire che anche dopo quella mente è ancora simile alla nostra è, invece, ciò che rende la psichiatria più spaventosa e repellente di qualsiasi chirurgia si possa immaginare. Ho visto cistoscopie, broncoscopie, escissioni e incisioni di organi: sono nulla, rispetto alla possibilità di avere consapevolezza che il proprio cervello stia iniziando a grippare.

In questo senso, l’esercizio della psichiatria può essere considerata una delle molteplici incarnazioni del sublime (Cfr le definizioni di Burke e Kant, che ahimé ricordo per sommi capi ma di cui non riesco a trovare le parole precise), che fu tanto caro ai romantici: di quel sentimento, cioè, di fascinazione che ci coglie di fronte a qualcosa che, istintivamente, ci dovrebbe apparire pericoloso (avete pensato a qualcuno che avete amato? Tranquilli, è normale).

Ora: io non posso soffrire i romantici di nessuna risma, che siano poeti tecnicamente molto dotati piuttosto che consumatori compulsivi di bigliettini dei Baci Perugina (forse sì, loro avrebbero bisogno di essere rinchiusi qualche mese in camicia di forza); questo, tuttavia, non è un buon motivo per escludere l’esercizio della professione psichiatria dagli infiniti futuri tra cui sono obbligato a scegliere, essendo un uomo e, soprattutto, un iscritto alla facoltà di Medicina e chirurgia.

Non lo sono neppure, se è per questo, Il sistema del dottor Catrame e del professor Piuma (di cui ho meditato di scrivere una mia versione dopo aver visitato un reparto di psichiatria: ho abbandonato per manifesta incapacità), o l’esperimento di Rosenhan che, in fin dei conti, non ha fatto che confermare l’intuizione avuta circa un secolo prima da Poe; o il senso di viva claustrofobia da cui si viene colti quando il disponibile dottore che ti sta accompagnando a fare il tuo tirocinio ti fa notare che dietro di te la porta è chiusa a chiave, che la televisione è protetta da vetro antiproiettile, che lui, quando si alza al mattino, non ha il problema di scegliere quale cravatta indossare, perché le regole del reparto vietano di indossarla. C’entra poco anche il disappunto provato quando ci si rende conto che nella cartella clinica dei reparti che si occupano di malattia mentale c’è ancora l’indicazione ad indagare “l’adeguatezza sociale” (o qualcosa del genere), a riprova del fatto che forse il buon Rosenhan non c’aveva visto proprio proprio male.

No, il fatto è questo: secondo me, uno psichiatra tende a vedere un poco in ognuno i sintomi di qualche patologia che attiene alla sua professione. Questi può avere qualche tratto di personalità schizoide, quell’altro un accenno di psicosi, quello ancora una crisi di panico in atto. Così facendo, alla fine, si finisce per diventare riduzionisti e giustificazionisti, e per riferire qualsiasi comportamento di ciascuna persona ad una situazione patologica o, quanto meno, parafisiologica.

Così si dimentica un concetto invero fondamentale: non è per forza una malattia mentale. Qualcuno può benissimo avere anche un carattere di merda.

*mi si perdoni se ho semplificato con l’accetta.

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