La notte (soluzione ai rovelli di un moderno Giovin Signore)

“Maledizione” urlò il Giovin Signore, gettando il foglio che, a fatica (certo per la scarsa luce della stanza, rischiarata solo da un televisore), aveva appena finito di leggere; poi si alzò, facendo ruzzolare la preziosa sedia in frassino con imbottitura di piume d’oca, che era stata di suo padre e prima ancora di suo nonno, e camminò fino a raggiungere, appeso alla parete, il ritratto di quest’ultimo, la cui figura era, in principio, così straordinariamente simile alla sua, e che gli pareva (certo un’illusione ottico) un poco più fosca e deforme ogni giorno che passava.

“Dimmelo tu, nonno! Dimmi se ti pare possibilie!” gli gridò. “Burocrati grigi, ecco cosa sono! Burocrati grigi, ignoranti e nemici del progresso! Abbiamo questa bella montagna, ed ogni anno ci viene giù tipo una tonnellata di neve, e noi come tanti coglioni stiamo qui ad aspettare che qualcuno venga a soffiarcela da sotto il naso! Io dico: abbattiamo quei dieci o venti ettari di bosco, riempiamo tutto di cemento, facciamo alberghi, skilift, centro benessere, locali notturni, rifugi, negozi di vestiti, senza dimenticare la chiesa, per carità, servizio completo! Ve lo faccio io, in quindici giorni, a prezzo stracciato! A prezzo stracciato per davvero, sono tre gloriose generazioni che siamo in affari, abbiamo imparato come si fa, no? Anche al netto delle mazzette, voglio dire”. Si fermò un attimo. Poi riprese: “E lo sai quelli che hanno risposto, eh? Lo sai?”. Corse alla scrivania, afferrò la lettera e lo sventolò sotto il naso del nonno. “Il vincolo paesaggistico! La flora e fauna caratteristica! Le aree non edificabili! Stronzate, solo stronzate! Io non so nemmeno come si scrive vincolo paesaggistico, e dev’essere per quello che loro tengono il culo al caldo in ufficio, mentre io mi sono dovuto fare tutto da solo!”.

Sobbalzò: “Cioè, scusa nonno, voi pure c’avete messo molto del vostro”. Il dipinto gli rivolse uno sguardo bonario, che lo spinse a proseguire: “Ma, vedi, ai tuoi tempi ed a quelli del babbo era tutto più semplice. Tiravi su una catapecchia, ci ficcavi dentro un vecchio, magari gli allungavi centomila e quello diceva subito di sì, poi sfrattavi il vecchio, buttavi giù la catapecchia e con una notte (poco cemento, è facile!) facevi lo scheletro di quindici villette a schiere vista mare. Secondo te io oggi potrei farlo? Macché! Te le fanno saltare con la dinamite, povere creature”.

Tirò un calcio alla prima cosa che si trovò sotto piede, la colpì, gli sfuggì un “Ma porco!”, si fece il segno della croce, poi guardò: aveva colpito una copia in oro massiccio di un Cellini, fatta talmente bene da essere vera. Attese che il dolore e la contrizione svanissero, quindi riattaccò: “E poi i condoni, nonno, e i piani edilizi, e le grandi opere! Insomma, scusa se te lo dico, ma per voi è stato più facile mettere via quei pochi miliardi da cui sono partito io”.

Lo sguardo del ritratto gli parve momentaneamente scettico: “Pensi che io sia un fallito? Un incapace? Che credi, che non ci abbia provato, a fare un po’ di turbativa d’asta, o a far allungare il cemento con l’acqua? È che oggi ti stanno addosso, perfino il capocantiere ti dice che ci rimorde la coscienza. La coscienza! Voglio sapere dove la lasciano, la coscienza, quando vengono a chiedermi un aumento. E sì che sono sempre chiaro: niente scatti d’anzianità, ogni due anni vi licenzio e vi riassumo. Quelli assunti, sì, vabbè, certo. Ma niente. Quelli sono di legno”.

Il nonno stava per fare un appunto, ma il Giovin Signore lo anticipò: “Sì, certi di noi non sono meglio. Ma vabbè, quelle sono eccezioni: io quella notte ridevo, e farsi pure beccare. Un dilettante! Certe cose tienitele per te, no? Siamo felici di partecipare a questo laboratorio, una roba del genere, e poi via con le new town. Le basi, proprio. E certe mele marce andrebbero tolte dal cesto, che quell’uscita ha rischiato d’inguaiarci a tutti”.

Fissò per un attimo il televisore, ma non catturò il suo interesse. “E poi ti dicevo, pure con le opere pubbliche stiamo a zero, eh! Se ne fanno sempre meno, e sempre più spesso sono cazzatelle, bretellucce, raccordini, uscite est due chilometri dopo un’uscita ovest. Aiutano a mantenere questa baracca” indicò un arco a sesto acuto perché, per metonimia, significasse tutto il suo castello. “Ma sono cosucce da nulla. Dico io: cazzo, abbiamo montagne da perforare, linee ferroviare da stendere, autostrade da disegnare secondo inediti percorsi. Insomma, dobbiamo mangiare anche noi no? No?”.

“No, nonno, te lo dico io. E quando qualcuno glielo suggerisce, o ti dicono questo” agitò di nuovo il foglio “o accettano tra mille tentennamenti, e lo studio d’impatto ambientale, e trova un esperto, e faglielo scrivere, e leggilo, e pestalo perché non ha capito niente, e rileggilo, e presentalo, e comincia, e le ispezioni… Ma che si credono? I soldi mica sono come un’automobile, che la puoi tenere in garage: sono come un cavallo, devi dargli da mangiare ogni giorno*. Che poi, tu parti, no? Ed ecco che ti piombano in casa gli ambientalisti, solo perché vuoi spargere un po’ d’amianto nella loro preziosissima valle del cazzo, e per fortuna che c’è sempre la polizia in loco e qualche giornalista, che sennò sai quanti cantieri avremmo dovuto chiudere? E magari pure senza prenderci le penali, con chissà che palla, che so, che lo studio d’impatto era fasullo. Oh, che è vero, ma ci stanno tutte le carte, quindi tutto legale, no?”.

Tacque un poco, e fu solo il jingle di uno spot pubblicitario. Ma, instancabile, parlò di nuovo: “Insomma, i tempi non sono dei migliori. Certo, i contabili ci tengono ancora a galla, e, be’, la villa a Portocervo c’ha due stanze nuove, ma tutti vogliono la mia testa. Se continuano così, sarò costretto a cominciare ad assumere tutti gli operai, così poi posso licenziarli. Che qui o convinciamo tutti che siamo buoninecessari, o finiamo a gambe all’aria, che te l’ho detto, non ci fanno riempire più questo paese di cemento neppure con le grandi tragedie, che ormai hanno mangiato…”.

S’interruppe. E non solo perché non ricordava l’esatta conclusione della frase idiomatica, ma perché la tivù aveva iniziato, finalmente, a trasmettere qualcosa di densamente illuminante. Qualcosa del genere.

“Scusa nonno”, trovò appena il tempo di dire. prima di precipitarsi all’altro capo della stanza, dove si trovava il telefono. Cercò un numero, lo trovò, fece partire la chiamata: al primo squillò sorrideva ancora, al secondo sbuffò, al terzo stava per bestemmiare di nuovo, quando un’assonnata voce di donna gli rispose.

“Pronto, Stefania?” le disse “Certo che so che sono le tre del mattino. Che crede, che io sono come lei, che mi faccio le mie sei ore e poi me ne vado a casa a dormire? Io sto sveglio la notte, per mandare avanti la baracca e farvi portare a casa la pagnotta! E voi mai un grazie, solo richieste d’aumenti. E vi pure lamentate, quando vi chiedo un po’ di lavoro fuori orario. Cose da pazzi!”. Si udì solo qualcosa che gli piacque pensare fosse rimorso.

“Va bene, senta, lasciamo stare. Prima di domani mattina, mi deve contattare tutti i maggiori canali televisivi. Sì, ha capito bene, canali televisivi; no, cosa vuole che mi importi se sono pubblici o privati? Sì, dica loro di richiamarmi quanto prima, che ho una proposta che, forse, potrebbe interessarli. Di che genere? Via, Stefania, lo sa che deve dire top secret. Certo, così se li mangia la curiosità e faranno a gara per… sì, certo, domani mattina deve averli chiamati tutti. Ed io che ne so, dove li trova? Faccia qualcosa anche lei, no? E stia allegra, che forse finalmente avrò abbastanza per pagarle le ferie non godute. Mi raccomando, ci conto, eh?”. Attaccò e, saltellando, si riavvicinò al dipinto, ne baciò una guancia e disse: “Scommetto che mi hai dato una mano… be’, grazie”. Si voltò e, sempre contento come un bambino, andò a dormire.

Ogni riferimento eccetera eccetera. L’autore non ritiene che programmi come Extreme Makeover Home Edition favoriscano l’abusivismo edilizio; voleva semplicemente trasportare (e come sempre il proposito, dal punto di vista estetico, è fallito) su un piano “reale” talune bellissime parole “astratte”: “Le persone scoprono di essere circondate da una spaventosa povertà, da una spaventosa bruttezza, da una spaventosa fame. È inevitabile che ciò le commuova. Di conseguenza, con intenzioni ammirevoli ma mal indirizzate, con la massima serietà e molto sentimentalismo, si impegnano nel compito di rimediare a ciò che vedono. Ma i loro rimedi non curano la malattia, non fanno che prolungarla. […] Cercano di risolvere il problema della povertà, per esempio, tenendo in vita i poveri o, in una scuola molto avanzata, divertendoli. Ma questa non è una soluzione, è un aggravamento del problema. L’obiettivo giusto è cercare di ricostruire la società su basi che rendano impossibile la povertà. E le virtù altruistiche hanno di fatto impedito il raggiungimento di questo obiettivo. […] La beneficienza degrada e demoralizza. È immorale usare la proprietà privata per alleviare i mali orribili causati dall’istituzione della proprietà privata” (Oscar Wilde, L’anima dell’uomo sotto il socialismo).

Il resto è venuto di conseguenza.

*sentita qui. Guardatelo, merita.

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