Alle undici e mezza di sabato mattina

D’improvviso, avete presente, ti prende la voglia di uscire di casa; in men che non si dica sei pronto, hai infilato le scarpe, preso cappotto ed ombrello per ogni possibile fortunale potesse coglierti mentre sei in giro (maledetta prudenza), agguantato le chiavi e stai già per varcare la porta. Per prendere un caffè con un’amica che non vedi da tempo, per riportare in biblioteca libri che potrebbero iniziare a pensare tu abbia rubato, per recuperare un orologio che tempo fa hai fiduciosamente affidato ad un orologiaio che ti sta facendo perdere la pazienza, perché senti il bisogno di uscire dalle quattro mura di casa, perché oh, in fin dei conti saranno anche fatti tuoi.

Poi, quando sei già lì con un piede oltre la soglia, quella paralisi ti coglie; ti fermi ed inizi a raccontarti scuse. Diavolo, dovrei preparare il pranzo. Diavolo, tutto sommato non ho voglia di bagnarmi, e questo tempo non promette nulla di buono (non è vero). Diavolo, in fin dei conti sono sicuro che quell’orologiaio non è ancora riuscito a trovare quel pezzo che gli mancava. Diavolo, ma che faccio? Ho un esame e devo studiare. Ed altre simili palle, grosse quanto il Colosseo.

La verità è che stai maledicendo il fatto che la città non sia solo un insieme di vie e case, ma anche un luogo di incontro e di condivisione di spazi; il che va benissimo, quando gli spazi sono ridotti e devi condividerli solo con le persone che preferisci. Il problema è quando ti rendi conto che è quasi l’ora dell’aperitivo, ed il popolo del Campari (o del prosecco, credo ultimamente si porti di più) è uscito dalle sue tane e sta appostato fuori dai bar, in attesa di coglierti al varco e maciullarti senza pietà i testicoli.

Chiarimento: definisco “popolo del Campari” una particolare popolazione giovanile (nell’accezione italiana del termine: si parla di persone con meno di cinquant’anni). Il suo areale credo si estenda su tutta la Penisola, ma nella mia città la sua diffusione pare sia più capillare di quella dei piccioni. Totalmente disinteressati alla politica, tirano su in men che non si dica un comitato di protesta perché un lavoro di puntellamento di un edificio pericolante impedisce l’ingresso al loro bar preferito; studenti da numerosi anni (poi dicono che ci sia tanta sfiducia nel valore della laurea), attendono che si palesi il loro evidente destino, costituito da una radiosa carriera all’estero (perché in Italia insomma sì, quaranta giorni per aprire un’azienda, capisci? E poi magari viene pure la Finanza, roba da pazzi!) o, in alternativa, da un posto assicurato nell’azienda di famiglia. Le loro attività, di solito, consistono nel briefing ai friends (pron.: frièndz) delle ultime catching compiute in disco, conclusesi con un glorious fucking on the bed or, best, on the sofa. Sia detto per inciso: se tali racconti fossero pretestuosi, sarebbero ridicoli; il fatto che, il più delle volte, siano reali, li rende tragici quanto e più di Euripide (e Dio solo sa quante lacrime amare è capace di strapparti la Medea, per dire).

Dice: ma perché tanto astio nei loro confronti? In fin dei conti, sì, fanno anche un po’ di folklore; lasciali parlare, e tu tira dritto per la tua strada e, come si dice ad Oxford, futtatenne, no? Anche perché, lasciatelo dire, queste giaculatorie lasciano un poco il tempo che trovano, e sono anche piuttosto banali.

Vero, tutto vero. E francamente, tali personaggi li lascerei volentieri in pace se, ad un certo punto, non oltrepassassero un invisibile confine: purtroppo, spesso, ai briefing di cui su, il popolo del Campari fa seguire lamentosi peana sull’impossibilità di vivere, al giorno d’oggi (sta la crisi), una vita dignitosa. “Cioè, ma lo sai, su in centro cinque euro e cinquanta per un Alexander, ma stai a capì? Che poi, cioè, lo so che è un drink da froci, però s’acchiappa un casino, senti a me”.

E qui mi torna in mente quella famosa battuta di Bill Hicks: Hitler aveva avuto l’idea giusta. Si era solo fermato troppo presto. Ed è solo per questo motivo, che mi trovo a manifestare tutta la mia acredine: il popolo del Campari mi fa diventare razzista. Cosa che non mi piace affatto.

Per questo, eccomi là, fermo come un idiota tra “dentro” e “fuori”; per fortuna, a cavarmi d’impaccio, il mio telefonino inizia a trillare: un messaggio. Prendo l’infernale aggeggio, e quando fisso lo schermo lui mi risponde: 11.30, sab 20/04/2013.

A quel punto, esco senza pensarci due volte. Le undici e mezza di sabato, che stupido sono stato. A quell’ora di mattina del sacro weekend, ogni degno rappresentante del popolo del Campari è appena andato a letto e se la sta dormendo alla grossa. O meglio, scusate: no ma’ sul serio, stavo a studià che a st’esame la prof sennò mi boccia. No ma quella ce l’ha con me.

Perdonate la forma povera, tutto quanto precedente è stato scritto con inchiostro verde bile.

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