Una riunione convocata d’urgenza

“Oh, ma bene, guarda che bel gruppo di teste di cazzo!”, fece il Presidente, andando a sedersi ad un capo del lungo tavolo di mogano, unico elemento d’arredo di quella sala riunioni, ed accendendosi un pregiato, puzzolente sigaro, il cui fumo andò a coprire il cartello “Vietato fumare”. Guardò quindi uno per uno i suoi consiglieri, sghignazzando. Nessuno rispose, neppure con un sorriso.

“Be’, cosa sono queste facce? Non sarete mica preoccupati, vero?”.

Solo un’occhialuta ragazza, seduta alla sua sinistra, evidentemente una segretaria (o forse la Segretaria, va a sapere), dopo aver più volte deglutito, trovò il coraggio di dire: “Noi…sì…cioè, parlo per me, ma credo che in realtà, anche gli altri…”.

“Lo vedete?” fece il Presidente indicandola “È per questo che voi siete consiglieri ed il qui presente è Presidente. Ve la fate addosso! Siete delle mammolette! Sentite me, che di crisi così ne ho vissute, boh, quante? Non lo so, chiedetelo a David Letterman*”. Aspirò. “Non succederà nulla. Come non è mai successo nulla. Purché noi agiamo con la giusta tempestività”. Impertinente, lo scetticismo si affacciò sugli occhi degli uomini seduti attorno al tavolo; e sugli occhi rimase. Ma bastò.

“Cristo. Io mi chiedo sempre perché non vi sostituisco tutti con un’ossequiosa banda di cinesi del cazzo”. Alzò gli occhi al cielo “Ricominciamo” sbuffò nuovamente, ma l’aroma si sentì appena. “Sei mesi fa. Sandy Hook Elementary School. Vi ricordate ancora di quel massacro? No? Vi rinfresco la memoria. Ventisette morti, ventotto con l’assaltatore. Venti erano bambini. Qualcuno si rende conto che, oddio, certo che se un ventenne non avesse potuto avere accesso a tutto quell’arsenale, chissà, forse ora non staremmo piangendo questa parte di America futura che se n’è volata in cielo. Ondata di sdegno su di noi. Qui, sei mesi dopo. Fatemi un elenco di quello che è cambiato”. Appoggiò la schiena alla sedia ed incrociò le mani davanti al volto.

“Nulla” rispose in coro la tavolata.

“Perché, di chi è la colpa?”.

Dei videogiochi”.

“Tuttavia, questa volta…” tentò di obiettare qualcuno.

“Tuttavia, questa volta…” ribatté il Presidente imitando, male, la voce del reprobo, che gli rimaneva sconosciuto, perso da qualche parte verso la fine della stanza. “Tuttavia, questa volta, caro il mio cretinetti, sarà come tutte le precedenti”. Balzò in piedi. “Essendo necessaria alla sicurezza di uno Stato libero una milizia regolamentata, il diritto dei cittadini di detenere e portare armi non potrà essere infranto” recitò, la mano destra sul cuore, un volto ispirato, prima di risedersi ed aggiungere, in tono più pratico. “Secondo Emendamento della nostra sacrosanta Costituzione, che Dio ce la conservi. Giusto?”. Guardò la segretaria.

“Giusto, signor Presidente. Tuttavia, signor Presidente, purtroppo, ci si è cominciati anche a rendere conto che quell’Emendamento si riferisce ad una situazione geopolitica quale era quella del 1789, e che oggi esso non è più così attuale…”.

“Lo sentite, che succede a studiare a Berkley? Parla come mangi!”.

“Voglio solo dire, signor Presidente, che quell’argomento inizia a perdere forza”.

“E noi appunto ci teniamo i videogiochi come capro espiatorio”.

“Ma, Presidente, in questo caso… il bambino che ha sparato alla sorella aveva solo cinque anni”.

“Ah”.

Per la prima volta (e non solo relativamente a quella riunione) il Presidente parve sinceramente colpito da un’obiezione. Spense il sigaro direttamente sul tavolo ed iniziò a carezzarsi il mento, riflettendo. Dapprima, mormorò, più a se stesso, che a qualcuno in particolare: “Cinque anni. Ciò significa che si presume che non giochi ai videogiochi, ancora. Non abbastanza da giustificare una qualche psicopatologia di tipo oscuro mai sentita prima che certo spiega quest’omicidio, comunque”; poi, scese il silenzio, carico di battiti cardiaci accelerati.

“Non mi piace per niente, questa cosa” sbottò alla fine il Presidente.

“Cosa, signor Presidente?”.

“Non so, non mi pare normale. Cioè, un bambino di cinque anni che spara alla sorella. Non è così che dovrebbero andare le cose, no? Voglio dire, lo so che abbiamo allargato il mercato ad una percentuale mica da ridere di nuovi acquirenti, e quindi chi se ne frega. Però, non lo so. Un bambino non dovrebbe uccidere la sorellina così”. La sua voce si era fatta più sottile, rarefatta come l’odore del sigaro, ormai spento. “Dovrebbe strangolarla o spingerla giù da un ponte o rovesciarle addosso una pentola d’acqua bollente o spaccarle la testa con una pietra o…o che so io. Ma spararle!”. Si fermò, si guardò intorno e trasalì. Quindi aggiunse, con una voce che ancora non era la sua, ma già le assomigliava più di prima: “Vaffanculo. Dovete avermi contagiato con la vostra mollezza. Dev’essere per quello che non riesco a venirne a capo”. Batté la mano sul tavolo. “Be’, che fate li impalati? Suggerimenti!”. Da metà del lato di sinistra, cauta, si sollevò in aria una mano tremante. “Parla, inutile sacco di merda!” tuonò il Presidente.

“Be’, signore, ecco… io credo che, nella situazione attuale, potrebbe essere una buona idea fare un passo indietro”.

“Un passo indietro”.

“No, insomma, diciamo…”. Annaspò. “Un mezzo passo indietro. Che so, diamo ad intendere che potremmo anche esserci conto che è un errore aver permesso ad un bambino di cinque anni di imbracciare un fucile. E che, in futuro, ci batteremo perché sia necessario almeno saper leggere e scrivere per maneggiare armi da fuoco. Sia chiaro che, certo, anche la responsabilità dei genitori…”.

“Balle!” lo interruppe urlando l’uomo che gli sedeva proprio di fronte. “Là fuori è pieno di eversori che non attendono altro che noi mostriamo una debolezza per consegnare questo Paese nelle mani dei terroristi. Come ha ricordato il Presidente” accennò un inchino “la Costituzione…”.

“Dice un sacco di belle cose” lo fermò a sua volta il dirimpettaio, improvvisamente più sicuro di se “ma nessuna di queste aiuta gli affari. Qui si tratta di essere lungimiranti. Guardiamoci in faccia, i consensi per la nostra associazione sono ai minimi storici. Diamo il buon esempio…”.

“Il buon esempio, dice lui, il buon esempio! Noi non ci limitiamo a dare il buon esempio: noi riempiamo l’America di armi. Dovrebbero darci la Medaglia presidenziale!”.

“Già, infatti, guarda, l’opinione pubblica…”.

“Nemmeno Gesù piaceva a tutti! E poi, sai che opinione pubblica, sempre più piena di negri, ispanici, spostati, capelloni, comunisti e compagnia cantante. E tu dici di fare le checche! Dovremmo mettere una pistola in mano ad ogni bambino bianco appena lo tirano fuori dalla madre!”.

“Ma su questo siamo d’accordo! Per farlo, però, dobbiamo riattirare su di noi la benevolenza della nazione. Mostriamoci compiacenti. Facciamo finta di aver imparato dai nostri errori. Ascolta bene cosa dico: facciamo finta”.

“Oh, ma certo, ed intanto diciamo che l’abbiamo fatto, qualche errore, allora sì che…”.

“Basta, chiudete quelle fogne” ordinò il Presidente. I due contendenti si zittirono di botto. “Perché? Perché sono tanto idiota da chiedere consiglio a voi? Voi che non avete capito un cazzo? Signori, noi non siamo qui né per trovare un modo per renderci simpatici, né per terrorizzare l’America. Ci pensano la Fox ed il discorso sullo stato dell’Unione, a farlo”. Si fece una risata. “No, ora il nostro compito è: un bambino di cinque anni ha sparato alla sorella con un fucile appositamente costruito. Di chi è la colpa? Dobbiamo trovare una risposta convincente a questa domanda prima che qualcuno si accorga che tutte quelle belle cose, le armi sono oggetti neutri, con un coltello si può aprire la pancia ad un uomo per ucciderlo o per salvargli la vita, bla bla bla, sono solo cagate. Cagate utili, ma sempre cagate. Prima che qualcuno salti su e si dica: ehi, ma le armi in fin dei conti sono dei fottutissimi, sofisticati arnesi per ammazzare il prossimo. Staremo qui anche…”.

“L’E123!” urlò d’improvviso, interrompendolo, la segretaria.

“Come cazzo osi interrompere, troia?”.

“Io… signore, la prego di scusarmi, ma credo di esserne venuta a capo!”

“Ah sì? Sarebbe una novità. Sentiamo”.

“Be’, signore, ecco, qualche anno fa, vede, lavoravo per un’azienda che produceva cibi. Mi ricordo che, un periodo, spesso e volentieri fuori dallo stabilimento avevamo gruppi di madri che protestavano perché dicevano che riempivamo i cibi di coloranti, conservanti ed additivi vari”.

“E quindi?”

“Signore, l’America odia queste cose. Almeno quanto i videogiochi. E sicuramente più delle armi”.

“Continua”.

“Ecco, noi potremmo rilasciare un comunicato dove, non so, alludiamo alla possibilità, confermate, forse, da nostri studi indipendenti, che l’E123, colorante contenuto nei gelati che certo il bambino mangiava a quintalate, possano aver alterato le sue percezioni, fino a farlo giungere ad avere allucinazioni e deliri, vedendo nella sorella un’emissaria degli alieni che…”.

“Non siamo ridicoli” protestò una voce, brandendo a testimone lo smartphone che il suo proprietario teneva in mano “l’E123 è amaranto, del tutto innocuo”. Quella precisazione era tanto assurda che anche chi l’aveva fatta, alla fine, si associò alla risata che ne seguì.

“Odio darvi ragione così manifestamente ma, cazzo, potrebbe funzionare” disse infine il Presidente “Ma che dico potrebbe funzionare: funzionerà”. Anche se non voleva darlo a vedere, era soddisfatto. Tanto che si accese un altro sigaro.

Soundtrack:

Note dell’autore:

Su consiglio del suo legale, l’autore dichiara di non aver mai sentito parlare di NFL.

*mi dispiace che la qualità sia così scarsa, ma non sono riuscito a trovare un altro video in cui fosse contenuto tutto il magnifico monologo di Letterman.

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