Un miracolo italiano (cit.)

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Lo so che risulta difficle crederlo, nella sfocatura che i pochi pixel di risoluzione della fotocamera del mio telefonino producono (mi scuso fin d’ora: sono sempre stato troppo impegnato, per accettare di farmi sfruttare, o di sfruttare, per comprarmi un Iphone); ma, credetemi sulla parola, questa qui è la foto di un miracolo.

Un miracolo che ha nome e cognome, così che non possano esserci San Tommasi che tengano; un miracolo in mezzo al quale io mi aggiro quotidinianamente; un miracolo per cui non mi stanco mai di ringraziare, in silenzio ed a volte anche a voce spiegata, il suo artefice (meglio, i suoi artefici); un miracolo che si chiama L’Aquila, dove quella foto che vedete è stata scattata il giorno 09/05/2013, alle prime ore del mattino, esattamente quattro anni, un mese, tre giorni e circa cinque ore dopo la scossa di terremoto grado 5.9 che ha buttato giù muri, tetti e speranze, e che ha ucciso 309 persone (che non fanno bilancio, me ne rendo conto: lo dico per amor di precisione).

Nel caso ve lo stesse chiedendo, sì: quello nel muro è un buco. E non è che uno dei tanti che ancora si possono vedere un po’ ovunque in giro per la città (e gli alloggi del progetto CASE non fanno eccezione). Dunque: forse, il sindaco Cialente non ha tutti i torti. E dunque: la prossima volta che qualcuno vi parla di “miracolo” siete autorizzati ad alzare non uno, ma due sopraccigli, ed a fissarlo perplessi.

Certo eh!, la colpa mica è stata del Governo. Quello che si poteva fare, è stato fatto: la città è stata consegnata nelle mani della Protezione Civile e, per assicurarsi che nessuno dei terremotati desse fastidio a questi benemeriti, anche militarizzata come neppure Praga ai tempi della storica Primavera. I risultati sono questi, ma chi poteva prevederlo?

Poi, oh, se qualcuno avesse fatto la seguente somma:

  1. sta la crisi+
  2. sta una città rasa al suolo dalla forza della natura (e dalla disonestà degli uomini)=
  3. “Ehi, facciamo assunzioni in massa e mandiamo tutti a L’Aquila a ricostruirla!”

chissà, magari oggi staremmo parlando di un’altra città. Ma pareva brutto, ci sono così tante imprese che si erano già mostrate volenterose, perché frustrare i loro desideri?

“Ma come? Gli italiani sono tanto brava gente, e poi L’Aquila è piena di gru, l’abbiamo vista dall’autostrada! Possibile che ancora sia piena di macerie?”. Possibile. Perché, in tempi in cui un premio Nobel per l’economia (Paul Samuelson) afferma, con forza, che: “Urge un po’ di statalismo” (mi senti, Mario Monti?), l’unico posto in Italia dove sono state pagate (anche e soprattutto con soldi dello Stato) persone per scavare buche, e poi altre persone (anche e soprattutto coi soldi dello Stato) per riempirle, è stata L’Aquila. Va a sapere perché.

 

 

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