Bellavista a Woolwich

Dice Stephen King che per scrivere bene bisogna scrivere tanto. Be’, sapete che vi dico? È una cazzata. O, almeno, è una regola che non vale per me.

Avrò scritto, quante?, quindici pagine di possibili commenti alle  immagini dell’assassinio (attentato, in tutta onestà, mi sembra un parolone) di Woolwich; ognuna è piena di cancellature, aggiunte, correzioni. È servito a qualcosa? La mia scrittura è migliorata? No. Guardate che mezzucci devo usare per entrare in argomento.

Argomento che, non per giustificarmi, ma di certo non aiuta a scrivere bene; anzi, non aiuta proprio a scrivere, né a parlare, né a pensare. Avanti, rispondete: cosa si può credere di dire a proposito di una persona che ne ha uccisa un’altra a colpi di coltello e mannaia? Nulla. Se non forse, rubando la frase a David Letterman: avrà mai un maledetto senso? E la risposta è no, non lo avrà mai. Come ogni altro omicidio commesso in ogni altro luogo del mondo in ogni altro momento. Anche adesso. Ed adesso. Ed adesso.

Scivolo nel banale e nel prevedibile; devo averli assorbiti per osmosi dall’ambiente. L’avevo previsto, è accaduto (è la verità, Vostro Onore, osservate i commenti in calce al video linkato): mentre io rimuginavo ed imbrattavo vanamente fogli su fogli, migliaia di fini menti, più sbrigative della mia, si sono riversate sull’Internet, a dipingere con le solite, fosche tinte il quadro dell’invasore alle porte, del barbaro venuto da lontano per spazzare via la nostra superiore civiltà (non sapendo, o dimenticando, che Michael Adebolajo è cittadino inglese). Come in tutti i, non molti, in verità, casi anche solo lontanamente accomunabili a questo per “eziologia”.

Ecco, avrei potuto commentare questo; ma, via, siamo seri: come si fa a controbbattere ad un'”idea” che si basa su un ragionamento del tipo “Hitler e Stalin avevano i baffi, dunque chi ha i baffi è malvagio”?

Scusate, una domanda: qualcuno sa dirmi se anche i giornali hanno ospitato simili lamentazioni? Non mi stupirebbe; non mi stupisco più di nulla, in realtà, dopo aver letto qualcuno dare, neppure troppo velatamente, dei codardi ai sopravvissuti della strage di Utoya; ed è proprio per quello che ho smesso di comprare i quotidiani nei giorni immediatamente successivi a fatti di sangue che possano avere una qualche risonanza internazionale. Per quello, e per i molti realisti più realisti del re che girano per le redazioni spacciando il più becero razzismo per pensiero libero (ogni riferimento è puramente casuale, è ovvio).

Ed a proposito di giornalisti: m’hanno bruciato anche un’altra possibilità, quella del commento che passa attraverso la fiction, la rielaborazione narrativa dell’evento: che richiede una certa quota d’invenzione, come potrete capire. Ora: io odio arrivare secondo. E loro m’hanno anticipato.

Va bene, e dunque? Che diremo di questo attentato? Oh, io, alla fine, ho deciso di non dirne proprio niente. E di lasciare la parola a Luciano De Crescenzo (il brano è tratto da “Così parlò Bellavista”, 1977):

“Professò, io prima volevo dire una cosa; ma è vero che a Londra se un povero dio cade per terra […], nessuno lo aiuta?”

“È perfettamente vero Salvatò, ma bisogna capirne il perché. Vi dovete convincere che il londinese verace, in una circostanza del genere ragiona pressapoco così: uno sconosciuto è sdraiato lungo il marciapiede davanti a me […] il fatto non mi riguarda e pertanto io non ho né il dovere né il diritto di intervenire”.

Disclaimer: lo so, lo so che non è andata esattamente così. Che c’è stata anche una donna che si è fermata a parlare con uno dei due assassini, pare per non farlo allontanare dal luogo del delitto. Tuttavia, a vedere persone che passano, degnando appena di uno sguardo l’uomo ancora sporco di sangue, mi è stato impossibile non immaginarmi un dialogo paradossale di questo tipo:

“Mi scusi, signore”

“Oh, no, scusi lei, madame ma sa, sto girando un video di rivendicazione e…”

“Ma si figuri, sono affari suoi, signore. Tante belle cose, eh!”.

E questo non è il peggio possibile. Fosse successo in Italia, probabilmente, per un paio di giorni avremmo avuto le bacheche Facebook piene di foto di gente che abbracciavano Adebolajo.

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