Sala d’attesa

Due targhette di plastica di quelle che nei supermercati escono dalle prezzatrici sono appiccicate direttamente sul telaio della sobria cornice nera sulla parete pastello del breve corridoio senza uscita. La porta che lo chiude è di solido metallo, nessuno ne uscirà per chiedermi di unirmi a lui nel gioco: così, mi ritrovo a leggerle. Quella di destra m’informa che il soggetto cristallizzato nell’immagine è un Archilocus colubris. Ed io, sciocco, che credevo fosse un colibrì.

L’altra, invece, riporta i credits della fotografia: un inutile spreco di risorse, se posso permettermi di dirlo. Da quando siamo entrati qui, infatti, ho visto il suo nome scritto ovunque, e sempre con una qualifica diversa: proprietario. Direttore amministrativo. Primario del reparto di chirurgia. Dirigente medico (ma non è la stessa cosa?). Cistoscopista. Agopuntore. Che fosse anche l’abile fotografo dilettante che ha abbellito questi muri, è lapalissiano dirlo.

Distolgo gli occhi e li volgo sul piumaggio variopinto dell’uccello mosca: un’impressione, come se le sue ali, dall’ultimo, distratto sguardo che ho dato loro, si fossero mosse. Certo un’allucinazione che mi sto inventando, per rendere l’attesa meno insopportabile; ma se allucinazione dev’essere, facciamo le cose per bene.

“E da quanto tempo è che aspetti, dimmi un po’” mi canzona, quindi, con voce sottilissima, l’Archilocus, senza neppure muovere il becco, che rimane immerso nel fiore da cui sta suggendo il polline.

Guardo l’orologio, spaventato: voglio essere preciso. Quell’uccellino è senza dubbio una spia, se sbaglio anche solo di poco spiffera tutto al proprietario Uno e Trino, e Quello ci fa cacciare a pedate, me e le malattie di terz’ordine che porto nella sua bella clinica. “Due ore” rispondo, tutto d’un fiato “ventisette minuti, trentadue secondi. Trentatré. Trentaquattro…” continuo a scandire fino a quarantotto, senza ottenere alcun riscontro. “Per forza!” mi rimprovera il colibrì “quella che hai di fronte è una foto, una foto!”.

Provo l’impulso insopprimibile di farla a pezzi; immediatamente lo sostituisce quello di osservarla meglio: che desiderio sciocco. Mi chiedo quale sarebbe l’alternativa, la scarto, mi avvicino fino a toccare il vetro col naso. Immagine perfetta; certo che, per ottenerne di questa qualità, ci sarà voluto un buon obiettivo, un diaframma ottimale, un’ottica con le palle, e chissà quante altre cose di cui non so nemmanco il nome. Buon Dio, per non parlare del tempo, il tempo speso a corrergli dietro, al colibrì (che in questa parte del mondo non vive, controllate pure Wikipedia se non ci credete). Io, di sicuro, non avrei mai potuto… sbuffo e non vado oltre. Quel maledetto volatile sta sorridendo.

“Cosa ridi?”, gli chiedo.

“Oh, nulla” risponde. Imita quindi lo squillo di un telefono, tanto bene che, per riflesso pavloviano, estraggo il mio dalla tasca, solo per avere la conferma che qui sotto non mi troverebbe nemmeno la CIA. Fingo di non comprendere quel suo pezzo di bravura, lui continua a sghignazzare, in modo significativo. “Be’, c’è qualcosa di male?” crollo, alla fine. Con chi me la voglio prendere, con lui, che probabilmente non esiste neanche più?

Sono stato io (sì o no? Sì, sì signor commissario) ad alzare il telefono (ormai tre ore fa?). Sono stato io a riempire di scuse e puntini di sospensione il filo (Non so se ti ricordi, eravamo in classe insieme… ho cercato il tuo numero sull’elenco… ti ho chiamato un sacco di volte, eri in sala operatoria…). Sono stato io ad ascoltare speranzoso i “Sì, certo, come stai?”.

“Io bene, grazie” fa il colibrì, con la mia voce “ma mia moglie è caduta, s’è fatta male ad una spalla”. “Oh, mi dispiace”. “Sì, forse non è niente, ma insomma, se vado al pronto soccorso mi si fa notte”. “Mmm”. “Non è che potresti darci un’occhiata tu?”. “Be’, credo di sì. Sì”. “Grande. Dove posso venire?”. “Guarda, questo è il numero della clinica. Sto qui fino a stasera. Portala”. “Quale clinica?”. “Ah, non lo sai? Lavoro per la clinica California”. “Complimenti”. “Lo sai dov’è?”. “Sì, certo”. “Allora ci vediamo qui”. “Ok, grazie”. “Figurati”.

Il silenzio. Non lo sopporto: “Sì, lo so, che sono stato patetico”. Pare quasi sincero, quando mi risponde: “Cosa? E perché?”. “Non far finta di non capire, stronzo d’un uccello! Mi basta un dito per schiacciarti!”. Non mi degna neppure d’uno sguardo di derisione. Insisto ancora un poco, incalzo (“Sì, sì, va bene, ma tutto questo cosa significa?”), poi rinuncio: non mi parlerà più. D’altronde, come potrebbe? Questa è un’allucinazione, un’allucinazione che mi sto inventando per rendere l’attesa meno insopportabile. Quelle ultime frasi, tuttavia, pronunciate prima che la cornetta calasse a sigillare il patto, permangono, come l’aroma del cattivo caffè quando avete già vuotato la tazzina.

Quasi gettandogli le parole addosso, io: “È la prima volta che lo faccio, eh”. Un sorriso ad incrinare la linea. Lui: “Ma stai tranquillo, che ti credi che non mi sia mai successo?”.

Mi allontano prima che un Archilocus colubris troppo intelligente possa rinfacciarmi la banalità dei miei pensieri e del mio dialogare; e mi consolo, sadicamente, pensando che resterà appeso alla parete di una delle molte stanze di quel luogo incantevole, finché i barbari non lo invaderanno, rovesciando i tavoli operatori, dando fuoco alla carta intestata e profanando gli ecografi; o, più prosaicamente, finché l’Onnipotente non deciderà di sostituirlo con un nontiscordardimé ancora più affascinante e preciso, che non parlerà in questo modo irrispettoso agli ospiti. Non c’è un reparto psichiatrico in cui andare ad annegare i miei deliri, qui? No, non c’è: li lascio proliferare aspettando che muoiano da soli, ed intanto annego io in loro. Quando rimetto piede nella sala d’attesa, quasi sorrido.

Le lunghe file di divani in finta pelle sono gremiti di persone tra la mezza e la terza età che solo la generosità dei medici della struttura rende malati e dunque curabili; non vedo più la grassa quarantottene dai piedi piatti in cerca della panacea per la sua lombosciatalgia e neppure la settantacinquenne che si stupiva delle sue ginocchia accidentate, lei che appena cinquantuno anni fa saltava i fossi a piedi uniti per lungo (sento il colibrì sorridere, smetto io). Saranno state ammesse alla presenza del mio amico, avranno ricevuto una pacca sulla spalla ed uno sguardo alle foto delle loro interiora, e l’ordine perentorio di tornare tra sei mesi per un controllo di routine. O forse la terra le ha inghiottite. O forse gli altri in fila le hanno mangiate.

Mia figlia, invece, è ancora là dove l’ho lasciata; nei suoi occhi di cinquenne l’atto d’accusa che mi rivolgerebbe la madre se solo potesse alzare i suoi, di occhi: ma la posizione in cui atteggia il collo per reprimere il dolore (almeno quello) le impedisce di alzarli dal pavimento. La porta si apre, “Il prossimo!” grida la voce che con me ha cospirato per telefono. Una donna piccola e gobba come una bambina perde due o tre centimetri passando alla stazione eretta, aggrappata a sua nipote; un giovane in giacca e cravatta “Scusate, devo solo chiedere una cosa” entra e chiude l’uscio sui misteri della professione medica. Un peana contro la maleducazione si leva come la spuma dal mare in tempesta, s’invocano pene draconiane per chi salta la fila, io penso che devo smetterla di leggere i giornali che si riproducono nelle sale d’attesa tanto velocemente, che quello che ho in mano porta la data di domani. Non guardo mia figlia per non vedere l’ammirazione rivolta alla porta chiusa sparire repentina incrociando il mio sguardo.

Da qualche parte qui intorno ho visto una caffetteria, mi scuso come se servisse e mi avvio nel lungo corridoio, quello senza Archilocus colubris. Paesaggi e fiori ammiccano al mio indirizzo; una madonna di travertino è strangolata dal peso di mille rosari, ex voto per miracolose guarigioni da distorsioni della caviglia e tosse convulsa. Un bivio, sinistra. Un atrio con tre porte. Quella di mezzo. Un nuovo bivio, destra. Accettazione. Scusi, la caffetteria? Guardi, qui di fronte, subito a sinistra. Grazie, eseguo subito e mi ritrovo nella sala d’attesa, la porta chiusa, la finta pelle e quella vera infettata da una tinea che solo un luminare coadiuvato da una madonna col collo lungo come certe africane può guarire. Nessuno stupore, al limite imbarazzo: “Non dovevi andare in caffetteria?”. Non sei neanche capace di trovarla? Per non guardare mia figlia, quantifico: due ore, trentotto minuti, sei secondi. Sette. Otto.

“Scusate!” strilla con voce cortese una crocerossina senza croce rossa sulla cuffia, uno straccio intonso avvolto attorno al braccio al posto dello sfingomanometro; prima che io sussurri: “No, mi scusi lei”, ha già steso la sua sindone sul pavimento, a detergere una macchia di sporco che già una grassa quarantottenne coi piedi piatti e la lombosciatalgia (“non dovrebbero farmi aspettare così, dovrei già aver finito”) stava guardando con riprovazione. Sì, era andata via. Ma rendetevi conto: c’è necessità di una risonanza, piano meno due, subito a destra, attenzione che sennò finisce al blocco operatorio, fanno ottanta euro, eh lo so ma con questi tempi così rapidi, all’ospedale se ne parlava tra sei mesi, no?

Mentre lo penso il parquet è di nuovo tanto brillante che, se la luce non fosse soffusa, rimbalzandoci sopra e colpendo gli specchi alle pareti (c’erano già, prima? Strano, non li avevo visti), il suo riflesso mi abbaglierebbe. Mi sfilo gli occhiali per pulirli; non la vedo affatto sfuocata, la Cenerentola che si allontana, diretta verso secchi da svuotare e scrivanie da spolverare. È un buon segno, mi dico, gli altri medici sono già andati tutti via, gli ambulatori stanno chiudendo, non può mancare troppo anche per noi. La porta si apre, la settantacinquenne con le ginocchia rosicchiate esce zoppicando in modo poco credibile, da quale porta è rientrata? Ma già “Il prossimo!” “Scusate devo chiedere una cosa” slam!, lamentele, una piccola donna che si abbandona a sedere, “scusa nonna vado a fumare una sigaretta”, muove un passo, scompare, ma eccola già all’altro capo della stanza. Nessuno stupore, solo un po’ di imbarazzo.

“Cioè, l’anno prossimo col cazzo che gli porto un natale a cappone, sissignore”. “Ma è tanto un brav’uomo, l’altra sera l’ho chiamato a mezzogiorno, e lui è venuto a casa che ero bloccato con le anche, non ha voluto manco farsi dare niente”. “Sì, ho capito, ma se gli ho telefonato… insomma, non volevo fare la fila, no? Giovanotto dico non tocca a lei, non faccia il furbo, ci sono io”. “Signora devo solo chiedere una cosa, la prego, un attimo solo”. “No, no, non mi importa, sono quasi tre ore che aspetto” (due ore, cinquantuno minuti, sessantasette, sessantotto, sessantanove) “ho settantacinque anni, porti rispetto ad una povera vecchia con le ginocchia a pezzi!”.

“Dove vai?” chiede mia moglie. “In nessun posto” rispondo piccato, prima di rendermi conto di star scendendo le scale (un’indicazione con freccia dice: “Radiologia TC RM. E solo quello”), che portano in una sala d’attesa dove sotto gli occhi finalmente interessati di mia figlia (non devo farmi vedere) uno scheletro privo di carne vestito da donna delle pulizie netta il pavimento a quattro zampe, litigando con l’unica, eterna macchia che causa la riprovazione di un giovanotto di quarantotto anni con problemi all’articolazione della cravatta che crede sia il suo turno. Ha telefonato, lui, per chiedere una cortesia. È la prima volta che lo fa, eh.

“Chiedi a tuo padre quando tocca a noi”. “Papà, quando tocca a noi?”. “Scusi, quando tocca a noi?”. La graziosa infermiera pare uscita da un romanzo di Hemingway, mi fissa sorridendo come un colibrì e “Avete prenotato?” chiede.

“Be’, no, sono amico del dottore…”

“Ah, sì?” (scopre altri due denti. Illogicamente penso che i colibrì non li hanno).

“Sì, l’ho chiamato prima…”

“Ah, sì?” (altri due. Non penso nulla, né logico, né illogico).

“Mi ha detto di venire… ma, insomma, è la prima volta che lo facevo, eh!”

Smette di provare ilarità e mi squadra; poi, con voce da casello autostradale, proferisce: “Deve aspettare che il dottore si liberi”.

“Abbiamo già aspettato molto” (due ore, sessantasei minuti, centododici, centotredici) “Non è che potremmo, insomma, accelerare un poco”. È solo la prima volta che lo faccio. È solo la prima volta che lo faccio. È solo la prima volta che lo faccio.

“Adesso chiediamo”. Mi passa un braccio intorno alle spalle. Mentre vengo condannato a morte ed una nipote con un tumore alla gobba prepara la ghigliottina, spalanca la porta dello studio. Seduta su un divano di finta pelle, in una sala d’attesa, mia figlia mi dice che non riesco neanche a far subito e che, insomma, sono un fallito.

“Dovete attendere un altro poco”.

“Io… credo che andremo a casa, domani la farò vedere al nostro medico”. Cerco di alzarmi. Quand’è che mi sono seduto?

“Via, non si tratta che di pochi minuti”. L’infermiera sorride di nuovo; poi si china verso il mio orecchio e, con un perfetto accento della California del sud, mormora: “You can check out any time you like, but you can’t never leave”.

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