Tifiamo asteroide, ci siamo!

Tifiamo asteroide

Uno sciame di meteore s’aggira per l’Europa. No, non sono le Perseidi. O non solo, almeno (qui, se non sapete di cosa si sta parlando).

Il mio modesto contributo (ripubblicato come da richiesta del curatore):

NOI NON CI SAREMO

 

Se ripensava a quanto aveva fatto (e non riusciva a farlo, senza che un sorriso gli si allargasse sulle labbra) in quei dieci anni in cui aveva servito e protetto nel Corpo, dava ragione senza difficoltà a chi, in Accademia, gli aveva detto: «Stai tranquillo, col tempo ti abituerai a tutto»; però, be’, ogni volta che lo mandavano in pattuglia in quella zona, Lorenzo Monarca richiamava alla mente quella frase e, all’interno del casco in cui una pompa spingeva l’ossigeno che gli permetteva di respirare, non poteva trattenersi dal mormorare, in risposta, un sommesso, gigantesco «col cazzo». Perché a quello non avrebbe mai fatto il callo.

Si era lasciato alle spalle Marte, la sua casa, popolato da cupole che assomigliavano a grossi seni di vetro puntati verso il cielo; ora, in orizzontale, ordinata secondo uno schema che intuiva ma che non riusciva a cogliere razionalmente, la cintura degli asteroidi si stendeva fin dove il suo occhio poteva vedere, sparendo poi nel buio del vuoto; dietro di essa, si riusciva ad indovinare la massa incombente e minacciosa del tempestoso Giove che, con la sua gravità, aveva impedito a quella polvere di stelle di raggrumarsi a formare un pianeta; e su ogni cosa, la luce radente e violenta del Sole che, non deviata né ostacolata da alcuna atmosfera, di ogni anfratto ed insenatura disegnava senza pudore forme e colori, e faceva brillare in maniera quasi innaturale il metallo delle trivelle, delle scavatrici, degli argani che stavano divorando senza pietà, inarrestabili, quegli ostacoli di roccia che separavano il pianeta rosso dal gigante gassoso su cui, molto, molto presto, sarebbe sventolata la bandiera tricolore. Molto, molto presto, s’intendeva, nella scala galattica dei tempi.

Chissà perché, si chiese il tenente Monarca scrutando a destra e a manca con il consueto timore misto a desiderio di veder comparire un pericolo da affrontare, con un tale spettacolo a disposizione, c’è così tanta gente (anche all’interno del Corpo: ma questo osò pensarlo solo subliminalmente) che muore dalla voglia di andare a vedere come è fatta la Terra. Cioè, per carità, era da lì, da una delle zattere di pietra che galleggiavano sulle acque di cui quasi del tutto era coperta la superficie di quel pianeta, che provenivano anche i suoi antenati, e certo non sarebbe stato lui (troppo bene gliel’avevano insegnata) a negare l’importanza delle radici e delle tradizioni; ma, d’altronde, del pianeta dei padri non era rimasto ormai altro che un arido scheletro grigio, che assomigliava ad un torsolo di mela che un gigante vorace avesse lanciato a caso nella vastità del cosmo dove aveva vagato senza meta, finché quella piccola stella che chiamavano Sole non lo aveva catturato e quindi irreggimentato, costringendolo nell’ordine di una ben precisa orbita ellittica, di cui occupava uno dei due fuochi (per riflesso condizionato, quell’ultima metafora gli piacque).

C’era stato, forse, anche qualcuno che aveva provato a spiegarlo, come aveva fatto a ridursi in quel modo, un pianeta che in buona parte era costituito da mari e foreste; ma lui che, come tutti i marziani di terza generazione, non aveva idea di cosa fossero, mari e foreste, non s’era mai interessato alla cosa, comunque non c’avrebbe capito molto e, in tutta franchezza, di quelle ipotesi gli interessava anche meno, perché…

La voce del suo superiore, metallica, gracchiò nella ricetrasmittente; il suo “Intercettare ribelli”, tuttavia, fu un ordine del tutto pleonastico, perché Monarca li aveva individuati non appena erano entrati nel suo campo visivo ed avevano sollevato, aiutati dall’assenza di gravità, il solito, provocatorio striscione tutto colorato, con la scritta Per favore, deponete le armi.

«Venite a prenderle!», urlò, in modo piuttosto incoerente, prima di lanciarsi verso di loro.

 

Quando uscì dall’ufficio del presidente del consiglio, al tenente Monarca erano successe molte, mirabili cose: era stato promosso capitano, aveva accolto con gioia la notizia di essere stato proposto per un encomio ufficiale, aveva potuto stringergli la mano, al presidente Enrico Letta, aveva ricevuto l’invito a servirsi al suo buffet (lo stomaco chiuso dall’emozione, aveva rifiutato) e, addirittura, aveva potuto fargli sapere le sue opinioni su come si sarebbe dovuto procedere per eliminare la mala pianta del Collettivo Ribelle che impediva, col suo disturbo, il completamento di quella grande opera («No, mi scusi, intendevo “Opera”») che avrebbe collegato il loro pianeta e Giove. Opinioni che, pareva, il presidente Letta aveva ascoltato con viva attenzione.

Tali e tante erano state le rivoluzioni copernicane avvenute in quella stanza, costruita ad immagine e somiglianza di quella in cui, a Roma, la preziosa Santa Agnese del Domenichino stava marcendo, o era già marcita; eppure, anche se lui non se n’era accorto, impegnato com’era a rimirarne la bellezza e tutto ciò che rappresentava, non una sola volta il volto del ministro dell’interno, Angelino Alfano, aveva cambiato espressione, non una sola volta aveva inclinato alla gioia, alla rabbia, alla soddisfazione mentre ascoltava, o fingeva di ascoltare, dalla viva voce dell’eroe del giorno, come aveva brillantemente portato a termine l’operazione che gli aveva fruttato il suo quarto d’ora di gloria. No: anche ora, che stava accompagnando Monarca nel piccolo gabinetto in cui avrebbe potuto attendere che il presidente Letta sbrigasse “qualche faccenda”, e gli stava offrendo un flûte della miglior bevanda al gusto di champagne che il governo dell’installazione marziana italiana potesse permettersi (stavolta, al capitano sembrò scortese non accettare), il suo viso era atteggiato a quello stesso stupito ebetismo che aveva assunto quando Silvio Berlusconi, in pubblico e, apparentemente, con la massima serietà di cui era capace, gli aveva comunicato il suo desiderio di vederlo diventare segretario del pdl.

Oggi come allora, sia chiaro, aveva tutte le ragioni per essere sbalordito: un prigioniero del Collettivo Ribelle. Questo era l’animale recalcitrante che Monarca aveva catturato e poi personalmente (aveva tanto insistito) trascinato al guinzaglio fino a deporlo ai piedi di Enrico Letta. Incredibile: quella era una specie talmente rara che perfino lui, che pure era ministro dell’interno fin da quando, per primi, gli italiani avevano messo piede su Marte (oddio, quanti anni erano passati?), ne aveva visti solo due o tre esemplari, e mai per più di cinque minuti: giusto il tempo, cioè, che quegli ideologi dell’antagonismo dovevano attendere sul patibolo mentre si apprestava per loro una giustizia sommaria e spettacolare quando bastava per convincere il popolo che il governo si occupava della sua sicurezza. Fino ad allora, per inciso, c’era riuscito benissimo.

Quelli, tuttavia, erano casi limite, riservati a quei nomi del Collettivo abbastanza grossi da essere riusciti a raggiungere l’opinione pubblica; per il resto, il governo aveva una politica piuttosto chiara, per quel che riguardava i Ribelli: isolare i violenti, prima che potessero uscire dall’anonimato e costruirsi una fama. E nessuno era più isolato e anonimo di un uomo morto.

Non era un metodo perfetto, e chi l’aveva mai detto? A causa sua erano stati commessi degli errori, lo sapeva. E tutte le volte che era capitato, se era per quello, si era scusato personalmente con le famiglie dei poveri, innocenti e sicuramente maggioritari pacifici manifestanti che erano stati tragicamente coinvolti mentre si tentavano di colpire dei pericolosi sabotatori che, ci teneva a dirlo, oltre che nemici del progresso, erano anche i veri responsabili di quei drammi (in mezzo ai quali, tuttavia, quei poveri, innocenti eccetera non si sarebbero trovati, se solo avessero compreso…). Che poi, siamo seri: davvero qualcuno poteva pretendere che, nello spazio aperto, lontano dai proprio colleghi, col pensiero costantemente rivolto alla propria famiglia e ai propri figli, magari anche con l’ossigeno agli sgoccioli e il sole negli occhi, un agente del Corpo si mettesse a rischiare la propria vita facendo differenze tra gli uni e gli altri? Intanto, a chiunque si fosse trovato davanti, avrebbe fatto bene a squarciare la tuta e a guardarlo mentre si depressurizzava; dopo, se ne fosse avanzato qualcosa (improbabile, ma con la statistica non si poteva mai dire), gli si sarebbero potute fare tutte le domande del caso.

Era estremo? Forse: ma Marte era estrema, un’infinita frontiera in cui la loro nazione avrebbe dovuto rinascere. Tenendosi aggrappati a quelle smancerie che sì, forse, sulla Terra si erano anche potute difendere, non ce l’avrebbero mai fatta, perché…

Finalmente, la maschera dei suoi muscoli si sciolse in un sorriso; possibile che, a furia di ripetere quelle parole giorno dopo giorno fino a costruire settimane, mesi, anni di frasi sempre uguali, avesse finito per convincersi anche lui di star dicendo la verità? Se era così, poco male: si prevedeva che avrebbe dovuto continuare a ricoprire quel ruolo ancora per molto, molto tempo (almeno fino alla conquista di Giove, poi si sarebbe valutato, in base alle sue possibilità e alle nuove problematiche che la colonizzazione di quel pianeta avrebbe comportato), e un difetto come una sincerità demente e involontaria poteva tornare piuttosto utile. Chissà, forse sarebbe anche giunto a credere che non era stato per colpa loro, che la Terra…

Scosse la testa e chiuse gli occhi, per allontanare quel pensiero (meno ci si pensava, meno probabilità c’erano di parlarne; meno se ne parlava, meglio era); li riaprì e cercò Monarca, che era in piedi, immobile come una statua, accanto ad una poltrona, con ancora stretto nella mano il bicchiere colmo fino all’orlo.

«Capitano, non sia così nervoso. Questa è la parte, diciamo così, informale del nostro incontro: quindi, si senta pure libero di mettersi a sedere e di bere quanto le viene offerto». Accompagnò l’invito con un nuovo sorriso ed una pacca sulla spalla, e quello, urlando «Sissignore!», si precipitò, o forse svenne, tra i morbidi cuscini, vuotandosi d’un sol fiato il calice in gola.

Alfano lo fissò, attendendo in un silenzio che, tuttavia, non durò che pochi attimi: giusto il tempo, cioè, che il capitano ci mise a notare la rivista posata sul basso tavolinetto, a poca distanza da lui. Schizzò in piedi, gridando; o, almeno, ci provò. Quando fu a metà del gesto, infatti, sentì d’improvviso le gambe farglisi pesanti e la sonnolenza abbattersi su di lui come una mazzata sulla testa, troncandogli l’urlo in gola.

Sgraziatamente, ricadde sulla poltrona, profondamente addormentato; Alfano fissò prima lui, poi il flûte ormai vuoto in cui rimaneva qualche goccia di torbida bevanda, infine il misero giornale che tanto aveva sconvolto il povero soldatino. Era stampato su carta di infima scelta, giallognola, ricavata da un riciclo di uno scarto di un rimasuglio di una precedente pubblicazione (d’altronde, a parte loro, chi era che su Marte poteva permettersi della carta nuova?); il titolo era coperto da un adesivo che recava la scritta: Esito di perquisizione. Al Presidente del Consiglio, per conoscenza, ma bastava gettare un occhio al carattere di stampa per rendersi conto che era una pubblicazione clandestina.

Alfano si accomodò, soddisfatto, vicino al capitano che aveva appena addormentato, e la prese in mano; poi, mentre dall’ufficio di Letta iniziava a venire una musica che non conosceva, iniziò a leggere, e di nuovo il suo volto precipitò nella sorpresa.

Minchia, era incredibile su quante cose ci indovinassero, quegli stronzi!

 

[…] Nonostante questo labirinto di misteri, in gran parte alimentati dalla stessa Presidenza del Consiglio che nasconde alla pubblica ricerca (d’altronde, mai incentivata su Marte) documenti che sarebbero decisivi per comprendere come abbia fatto un pianeta come la Terra a ridursi al deserto incompatibile con la vita che è oggi, siamo riusciti a trovare una fonte: un uomo, novantunenne, che visse da protagonista i giorni della Morte della Terra e quelli, ancora più drammatici, delle […] Per questi motivi (cioè: per le sue opinioni) quest’uomo era stato condannato rimanere sulla Terra, dove avrebbe sofferto la stessa, raccapricciante sorte dei suoi simili, se solo, in una maniera molto rocambolesca, non fosse riuscito a raggiungere Marte, dove oggi vive, da clandestino, nell’installazione islandese: motivo per cui ne celeremo il nome, limitandoci a chiamarlo, come lui stesso ci suggerisce, “Cavallo Pazzo”. […]. «Mi ricordo tutto, sissignore», ci dice Cavallo Pazzo, e poi aggiunge una frase che, visti i piani in cui il governo sta investendo gran parte delle sue energie, ci manda i brividi lungo la schiena: «Cominciò tutto con un buco!».

 

«Vuoi ascoltare un po’ di musica?», chiese, d’improvviso, Enrico Letta, staccandosi dall’ampia, sobria finestra da cui, fino a quel momento, aveva osservato in silenzio le Valles Marineris. Il ribelle, un giovane di non più di trent’anni, a sentirsi rivolgere quella domanda, dapprima alzò gli occhi dal pavimento, sorpreso; poi, lo guardò con sospetto; infine, non riuscendo a nascondere una forma di perverso piacere, rispose, semplicemente: «Sì, grazie».

«Sentiti pure libero di scegliere ciò che vuoi, la mia posizione mi offre dei privilegi: ad esempio, quelli di accedere ad archivi di cui anche i miei ministri ignorano l’esistenza», gli disse Letta, con voce altisonante.

«Francesco Guccini, Noi non ci saremo».

Per un solo istante, la sorpresa rese l’espressione del presidente del consiglio simile a quella che, oltre la porta, il suo ministro dell’interno stava abbandonando proprio in quel momento; ma lui era cresciuto in un ambiente dove il controllo delle proprie emozioni era tutto e, in breve, riuscì a assumere di nuovo il sorriso bonario con cui si era rivolto al ragazzo fin da quando questi era entrato, ed a rilanciare

«Studio o live?».

«Live».

Il presidente del consiglio toccò un paio di volte lo schermo posato sulla sua scrivania; quindi, quasi per godersi col prigioniero quel canto ormai dimenticato, appoggiò la schiena alla sedia e giunse le mani davanti al volto. Solo quando, dopo una lunga introduzione strumentale, dai muri e dal pavimento uscì la voce di Guccini che intonava «Vedremo soltanto una palla di fuoco», Letta domandò: «Come fai a conoscere questa canzone?».

«Me la cantava sempre mio nonno».

«Tuo nonno era un migrante?».

«Non esattamente».

«Cosa vuoi dire, con “Non esattamente”?».

«Che lo status non gli è stato mai riconosciuto: voi avevate deciso che doveva rimanere sulla Terra, e lui, per non crepare di freddo e fame, dovette trovare un altro modo per raggiungere Marte». Si morse la lingua: aveva parlato troppo. Si stava lasciando prendere dalla furia; e questo non andava per niente bene.

Letta lo fissò per qualche secondo e poi, battendo una mano sul tavolo, esclamò: «Ma certo! Tu sei il nipote di Cavallo Pazzo! Gli somigli come una goccia d’acqua».

Il Ribelle non rispose.

«Puoi pure parlare tranquillamente, ragazzo. Il tenente, chiedo scusa, capitano Monarca, che credo sia l’unico a cui potrebbe interessare arrestare, processare e giustiziare un vecchio clandestino ormai innocuo, sta dormendo, proprio qui accanto, il sonno dei giusti. Per il resto, sono solo felice di sapere che sta bene, che ha avuto dei figli ed addirittura dei nipoti!».

«Ha fatto drogare Monarca? E perché?».

«Immaginavo che potessi dire qualcosa che sarebbe stato meglio lui non ascoltasse. Tra musica e sonnifero, ci siamo messi al sicuro. Via, non fare quella faccia: Cavallo Pazzo ti avrà raccontato che, per il bene dello Stato e dei suoi segreti, è stato fatto ben altro».

«Lei conosce Cavallo Pazzo?».

«Non personalmente. Ricordo delle sue foto, ci creò qualche problema, quando eravamo ancora sulla Terra».

«Ed è per quello che avete provato a mollarlo lì?». No. No. Calmo. Doveva stare calmo.

«Una situazione difficile richiede delle soluzioni dolorose», stava rispondendo Letta, che pareva indovinare con incredibile precisione le parole giuste per fargli girare le palle. «Ho dovuto scegliere chi portare qui, e non è stato facile; ho pensato che un’opposizione non collaborante e non responsabile avrebbe potuto far fallire la missione di salvataggio che avevano progettato con tanto amore».

«Missione di salvataggio che comprendeva la condanna a morte di milioni e milioni di persone. A cui avete promesso che sareste tornati a prenderli», mormorò il giovane, stringendo e poi riaprendo i pugni, sia per controllare la propria rabbia, sia per far circolare nelle sue mani, legate strette dietro la sedia, un po’ di sangue.

«Credimi, li ho pianti uno per uno. D’altronde, cos’altro potevo fare?», domandò retoricamente, stringendosi con leggerezza nelle spalle, per poi mettersi a canticchiare «E in alto nel cielo splenderà l’arcobaleno».

«Non posso credere che lei parli della cosa con tanta leggerezza».

«Non mi hai detto come ti chiami, ragazzo».

«Non pensi di cambiare discorso così!».

«Non posso credere che ti sei fatto volontariamente catturare e condurre fin qui solo per gettarmi in faccia queste deliranti ipotesi sulla mia presunta responsabilità nella Morte della Terra ed in quella degli abbandonati delle Migrazioni».

«Deliranti ipotesi! Mio nonno me lo ripeteva sempre: è cominciato tutto con un buco!». Letta sorrise, ma lui non se ne rese conto. «E lei non fece nulla per fermare quei primi scavi! Lei lasciò che le montagne fossero erose e le valli avvelenate! Lei, non pago, ordinò nuove perforazioni e distruzioni! È per colpa sua che la Terra è stata derubata e svuotata a tal punto da collassare su se stessa! E ora, con gli asteroidi: di nuovo, un buco senza senso!».

«Intanto, vorrei mantenere questa discussione su toni civili: quindi, non urlare», fece Letta, agitandogli un dito davanti al viso. «In secondo luogo: quelle a cui ti stai aggrappando sono insinuazioni da giornaletto scandalistico, mai provate in modo scientifico. Un tribunale mi assolse cinquant’anni fa, da queste accuse che tu ora ripeti a pappagallo».

Il giovane stava ribattendo ma, di botto, si fermò, ansimante, a guardare il volto quarantenne del presidente del consiglio. «Cinquant’anni fa? Ma come…», balbettò.

«Ora che ci penso, dovrei essere coetaneo di tuo nonno». Sorrise. Non una ruga comparve sul suo volto. «Per sua sfortuna, lui invecchia, come tutti gli uomini. Ma i simboli e le metafore non sono usi farlo».

Scese il silenzio. Poi: «Mi chiamo Pontiac», mormorò il ragazzo.

«Va bene, mi accontenterò del tuo nome di battaglia».

«Non è il mio nome di battaglia. Io mi chiamo Pontiac».

«Dio mio, se solo foste stati un po’ meno ideologici! Chissà fin dove sareste potuti arrivare!».

«Probabilmente, saremmo tutti qui a leccarle il culo, come i figli ed i nipoti di tutta quella brava gente che lei salvò dalla distruzione della Terra. Certamente, per la maggior gloria dell’installazione marziana italiana!».

Letta sbuffò, con stanchezza. «Forse un giorno lo capirete, che sono morte prima della Terra, le ideologie».

«Non sono venuto fin qui per sentire insultare le mie opinioni».

«No? Sarei lieto di sapere, allora, perché ci sei venuto, Pontiac».

«Per informarla, presidente, che i miei compagni ribelli sono in possesso di una tecnologia che permette loro di condurre gli asteroidi dovunque vogliano».

«Dunque?».

«Dunque, quanto prima se ne serviranno per spedire un bel masso stellare da quindici tonnellate sopra il suo palazzo dalla squisita fattura».

Letta scosse la testa, rilassato: «Se avessi avuto una monetina per ogni volta che ho sentito storie come questa!».

«Stavolta è un ribelle che gliela sta raccontando».

«E dimmi un po’, ribelle: su cosa si baserebbe, questa tecnologia?».

«Non ne ho idea. Sono un terrorista, no? Mica uno scienziato».

«Dimmi una cosa, Pontiac: credi sia così facile coglionarmi?».

«Per carità, non mi permetterei mai di pensare una cosa del genere».

«Allora spiegami perché stai offendendo la mia e la tua intelligenza con un bluff così mal congeniato».

«Forse perché questo non è un bluff».

«Oh, certo! E vediamo un po’: tu perché dovresti venire a raccontarmelo? E, ora che ci penso, perché dovresti esserne al corrente? L’hai detto tu: non hai nessuna competenza in materia. Che motivo avrebbero avuto, i tuoi compagni, per rendertene partecipe? Che aiuto avresti potuto dare? Che ruolo ricoprire?».

«Se proprio vuole saperlo, presidente, io un ruolo ce l’avevo, in quel piano».

«E qual era questo ruolo, sentiamo!».

Pontiac stette un poco in silenzio; poi rispose:«Oh, be’, ormai posso dirglielo. Il mio ruolo era impedire a tutti i costi che lei uscisse da qui».

Letta fece appena in tempo a guardarlo e a sentire la sua voce urlare, sopra quella che cantava Noi non ci saremo, «Mio nonno la saluta. E le manda a dire: hoka hey!».

 

Testimonianza di alcuni presenti

Dopo il boato assordante, con le orecchie che fischiavano, sentivamo ancora quella musica.
Dove fino a un istante prima si trovava Enrico Letta, capo del governo di larghe intese, si apriva una spaventosa voragine. Dall’enorme cratere si levavano nubi di fumo nero.

 

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