Una storia di giocattoli

Penso che, per mantenere la dignità, sua ed altrui, i motivi che spingono un uomo adulto, senza figli, ad entrare, molti anni dopo l’ultima volta, in un negozio di giocattoli, non debbano essere divulgati a mezzo Internet. Vi basti sapere che, seppure io l’avessi fatto (e potrei averlo fatto davvero, oggi pomeriggio), sarebbe stato solo e soltanto per attività pienamente legali.

Stante ciò: cosa possa aver pensato chi mi ha visto aggirarmi per gli scaffali ricoperti di ogni ben di Dio che un bambino di ventiquattro anni possa desiderare, è un altro paio di maniche.

Non che sia stata colpa mia: sono i diabolici gestori dell’esercizio, ad essere dannatamente sadici. Intendo: voi impilate impunemente scatole Playmobil degli indiani talmente belle da farti venir voglia di rigirare tutto “Balla coi lupi” (versione extended) solo usando quelle splendide figurine, set Lego che permettono di riprodurre (con precisione tale che gli studenti di storia dell’architettura potrebbero benissimo studiarci sopra) quest’opera di Frank Lloyd Wright e le astronavi di Star Wars, vagonate di giochi da tavola capaci di trascinare anche i più pigri a notti insonni trascorse insultandosi amabilmente come solo i veri amici sanno fare, e poi pretendete che, secondo le regole dell’accettabilità sociale, io non vada in giro urlacchiando come una drag queen? Scordatevelo. Vi assicuro che non ho parossisticamente fotografato tutto il fotografabile solo perché temevo che qualche madre troppo sensibile chiamasse la polizia.

Ma quando ho visto questo:

Immagineneppure questo mi ha fermato. È stato una specie di riflesso pavloviano: “ehi, c’è qui un pezzo della tua infanzia”. Click. Non avrei potuto oppormi in nessun modo.

Toy Story.

Per quelli che sono nati nel mio stesso anno di nascita non è mai stato semplicemente un film (vi basti sapere che, se quella foto è sfocata, la responsabilità non è della cattiva videocamera del mio telefonino. Erano i miei occhi, che erano offuscati); è stata un’illuminazione, un’epifania, una spiegazione per immagini di cosa diavolo significava quella parola che, forse, qualche volta avevamo sentito dire dai nostri genitori, o letto sui primi Topolini che, stentando, sfogliavamo: capolavoro. Nessuno di noi aveva mai immaginato che potesse esserci un “tocco Disney”; ma tutti, subito, capimmo al volo che c’era il “tocco Pixar” (che, pare, sia sparito: cfr. Roberto Recchioni su Brave e Cars 2). E ci piaceva da morire: nella mia classe, di Toy Story, si parlò a lungo, molto a lungo, e tutti ne dicevano un gran bene, anche quelli che già avevano iniziato a confondere “bastiancontrario” con “alternativo”. Ma suppongo che sia stato così in tutte le altre. E non solo in Italia.

Certo, era perché quello era “il primo film fatto col computer” (solo anni dopo ci avrebbero parlato di “Chi ha incastrato Roger Rabbit?”. Sì, ok, forse lì il computer non c’entrava niente. Però è solo per dire che anche lì, fu amore a prima vista); che, all’epoca apriva tutte le porte e smorzava ogni abbozzo di critica, in personcine come noi che erano state allevate nella convinzione che nel futuro “tutto si sarebbe fatto col computer” (siamo cresciuti solo per renderci conto che l’unica cosa che veramente possiamo farci è impicciarci degli affari altrui. Ed anche i governi l’hanno compreso). Ma c’era anche dell’altro. Ed era l’altro che ci faceva impazzire.

Perfino con la voce di Fabrizio Frizzi, tutti i fratelli maggiori non potevano evitare di sentire Woody; di empatizzare, avremmo imparato a dire in futuro. E suppongo che a chi ce l’aveva, un fratello maggiore, la scena in cui quel povero cowboy di pezza cerca di sbarazzarsi del nuovo arrivato superaccessoriato abbia fatto scorrere lungo la schiena qualche brivido (ai più coraggiosi), e qualche lacrimuccia di terrore sul viso, a tutti gli altri.

E vogliamo parlare del fatto che con quel film abbiamo imparato le regole di base di tipo tutti i generi cinematografici? In modo neppure troppo velato, ci sono il western e la fantascienza (parodiati, certo: ma ci sono); c’è la commedia, chiaramente, ma anche il dramma (“Io sono soltanto un balocco per bambini!”); c’è la musica, e c’è l’azione; c’è perfino l’horror: e non del più leggero. O mi volete dire che quello che combinano alla fine i suoi giocattoli a quell’odioso essere che è Syd (più il cattivo è riuscito, più il film è riuscito, diceva sir Alfred Hitchcock. Vogliamo dargli torto?) non è una forma adattata ai bambini di rape and revenge? A ben guardare, manca solo l’erotico. Quel film ci ha insegnato il cinema.

E poi ci sono i giocattoli, questi giocattoli soffrono in modo molto più convincente di tanti attori che andavano per la maggiore in quegli anni. Woody che vede pian piano tutti gli oggetti della sua “linea” sostituiti da quelli di Buzz ad oggi m’infonde una tristezza sentita ben più di quella che dovrebbe trasmettermi Hugh Grant (che proprio quell’anno dava una svolta alla sua “trionfale” carriera con Quattro matrimoni e un funerale) quando viene lasciato dalla ragazza di turno.

Quei benedetti giocattoli soffrono esattamente come noi: soffrono perché non si sentono all’altezza, soffrono perché sono soli, e soprattutto soffrono l’abbandono (eccezionale la “metafora” del trasloco, che riassume tutte queste paure). E non ci vuole molto a capirlo: dopo quel film, io non ho mai più guardato ai miei giocattoli con gli stessi occhi. Prima mi “servivano” per divertirmi; dopo, anche quando li smontavo (e lo facevo spesso), li lanciavo, li distruggevo, lo facevo considerandoli, in qualche modo, miei amici. Ed ho sempre litigato ferocemente con mia madre, quando proponeva di buttarli e comprarne di nuovi. Se, forse, in futuro noi riusciremo a “costruire una società” (mio Dio, che espressione abusata) un po’ meno consumista, lo dovremo anche a John Lasseter (che ci ha fatto milioni, con questo film, lo so. È l’eterogeneità dei fini, bellezza).

Ok, basta, forse adesso la sto facendo fuori dal vaso. Ma, insomma, era più o meno qui che volevo arrivare: perché è per questo, che inondare il mercato con migliaia e migliaia (milioni e milioni? Miliardi e miliardi?) di quel bellissimo giocattolo semovente, illuminante e parlante (di sicuro dice “Buzz Lightyear da Comando stellare!”. Non sono riuscito a scoprire altro: rischiavo il collasso), ovviamente disegnato per persone della mia età (sì, va bene, ci sono i due sequel. Ma, per l’appunto, sono sequel), mi sembra un poco contraddittorio rispetto al significato del film. E veder svendere così un pezzo tanto importante del mio immaginario (tanto, ormai, parola pesante per parola pesante) mi fa anche incazzare, e non poco.

Tutti discorsi fatti a posteriori, chiaramente. Perché, se in quel momento, in tasca ce li avessi avuti, i quarantanove euro e novanta che l’adesivo del prezzo mi richiedeva, nessuno mi avrebbe impedito di portarmelo via. Neppure gli sguardi di disapprovazione delle madri troppo sensibili.

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