Colorado

Non scrivo quasi mai di televisione; se controllate quanti articoli che portano il tag “TV”, vi accorgerete che sono solo due, tre contando anche questo.Conto di continuare a scrivere su questo blog per almeno altri sessant’anni (sì, è una minaccia: cominciate a leggermi o lo faccio davvero); suppongo che il numero di quei post non diverrà mai a due cifre.

Il fatto è che c’è chi parla di TV molto meglio di me, certo; ma il motivo di questa idiosincrasia è anche un altro: “quando gli uomini smettono di credere a Dio, non è che smettono di credere. Iniziano a credere a tutto” (Chesterton). Nella fattispecie, perfino al teleschermo. 

Il quale è divenuto una versione più tecnologica di quello che qualche secolo fa era il Papa, con l’aggravante che il tubo catodico (che non esiste più, nell’era dei cristalli liquidi, ma comunque) parla ex cathedra praticamente sempre: o, almeno, noi la prendiamo così (e di fatti, nonostante certi profeti di buona sorte, l’ottanta per cento degli italiani snobba Internet e si informa dai telegiornali). “L’ho sentito in TV!” è una frase che, nelle intenzioni di chi la pronuncia, dovrebbe stroncare le discussioni con un efficace argomento ad auctoritatem. Peccato che nessuno si premuri mai di sottolineare se la fonte è un’intervista a Stephen Hawking, o una puntata di “Mistero”.

Ecco, il problema è qui: è fin troppo facile ingenerare discussioni, liti, risse, scazzi, guerre di religione; che sono robe pericolose, e che io sia pusillanime non l’ho mai nascosto. Non mi va di trovarmici in mezzo per caso, figurarsi se mi metto a scatenarle personalmente. Ma ci sono casi in cui vale la pena rischiare: questo è uno di quelli.

Seguo, da diverse distanze, “Colorado” (previously: Colorado Cafè Live, poi Colorado Revolution) fin dalla sua prima messa in onda; era il 2003, io avevo quattordici anni e la trasmissione ospitava dei buoni comici (tra gli altri, ricordo Alberto Patrucco, poi purtroppo sparito dalla cast e più in generale dalla circolazione), come anche dei comici mediocri, e financo degli incompetenti; si segnalava, tuttavia, per la sua sostanziale “normalità”: era uno Zelig appena appena più avanzato, quel tanto che bastava, comunque, da non meritarsi una messa in onda prima delle 22.50.

Era facile rendersi conto (perfino per me, che ero un povero stronzo peggio di quanto sia ora) che, permanendo in questo stato di “non eccezionalità”, sarebbe scomparso dai palinsesti rapido quanto una prescrizione divenuta un’assoluzione. Per emergere, il programma aveva bisogno di cambiare, e poteva seguire essenzialmente due strade: o quella di buttarsi sullo “sperimentale”, sulle nuove leve della comicità più intelligente, o quella di imboccare il gorgo della mediocrità più assoluta, dell’idiozia, della spazzatura. La stessa idea dovettero averla pure gli autori di casa Mediaset; per i quali, tuttavia, la strada da percorrere non poteva essere che una. No: non era la prima.

Una delle reti dedicate alle repliche dei capolavori prodotti nei secoli dal Biscione mi informa ora che, per ingannare il tempo prima che inizi la nuova, attesissima stagione (condotta dal TrogloPaolo in compagnia di due fighe anonime, forse future consigliere regionali della Lombardia: l’ideale per dei Troglospettatori), verrà trasmesso quanto di meglio prodotto nelle precedenti stagioni. Diavolo, finalmente! Finalmente un’innovazione!

Il meglio di Colorado. Non può che essere una striscia quotidiana di cinque minuti. Che esaurirà il materiale dopo la prima puntata.

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