Di psicologia, Robinson, grafici e morte della sinistra

Mentre scrivo, ho qui accanto a me “Psicologia sociale cognitiva – Un’introduzione”, di Luigi Castelli (editore Laterza, sedici euro iva inclusa. Ma tanto io l’ho preso in biblioteca). Forse a qualcuno di voi verrà in mente la stessa cosa che è venuta in mente a me, quando ho pensato a questo incipit.

C’è una puntata dei Robinson in cui Theo (Malcolm-Jamal Warner) , l’unico figlio maschio dell’inneffabile Heathcliff (quel gran giggione di Bill Cosby) e dell’insopportabile Clair (la comunque bravissima Phylicia Rashad), finge di nutrire un grande interesse per la sociologia, solo per far colpo su una compagna di classe di sua sorella, Denise (Lisa Bonnet): nell’attrice che interpretava l’amica in questione credo di aver riconosciuto quella che, anni dopo, sarebbe stata la fiamma di Eddie Murphy ne “Il professore matto”, la bellissima Jada Pinkett Smith (il secondo cognome l’ha preso da suo marito: Will Smith).

Ora: in che rapporti sia la psicologia sociale con la sociologia, io non lo so; ma posso giurarvi che non è per quello, che ho deciso di leggere, e poi di far sapere che ho letto, questo libro. Anche se devo ammettere che tra le aspiranti psicologhe ci sono ragazze che alla signora Smith non hanno nulla da invidiare.

Quale sono state le mie motivazioni, dunque? Be’, l’ho letto perché… lasciamo stare, i miei piani di controllo mentale delle masse devono rimanere assolutamente segreti (ahem). Voglio far sapere che l’ho letto, invece, perché tra le sue pagine ho trovato la soluzione di un enigma che mi perseguita da tempo: quello della morte della sinistra.

“Ti faccio lavorare perché sono buono”, “Se il Signore lo ha fatto diventare così ricco, significa che lo ama”, “Per far ripartire il paese, bisogna liberare le aziende dalle tare di una legislazione invadente”, “È diventato ricco perché è bravo”, ma anche “Gli extracomunitari vengono a rubarci il lavoro”, o addirittura “Gli extracomunitari sono inferiori: è il nostro fardello, ma dobbiamo civilizzarli”: la fortuna del capitalismo si è basata, per secoli, e si basa ancora, su pregiudizi come questi, e su molti altri ancora. Ad oggi, non possiamo sapere (né probabilmente lo sapremo mai) se il capitalismo li abbia prodotti, o ne sia stato un prodotto; e, francamente, su questo problema dell’origine possiamo anche sorvolare. Ciò che è certo è che essi sono diffusi, a tutti i livelli, ed informano molti nostri pensieri.

Quello di opporsi a questi pregiudizi è stato uno degli elementi distintivi della sinistra (insieme ad altri: ad esempio); opposizione che all’inizio è stata molto difficile, ma che in seguito (anche e soprattutto man mano che il capitalismo mostrava il suo vero volto) è stata vista con sempre maggiore approvazione: ed è stato quando tutti hanno cominciato ad accettare e sostenere le sacrosante lotte per la giustizia sociale della sinistra che è iniziata la china discendente della sua storia. Come sempre: bisogna arrivare in alto, per iniziare a precipitare.

Scrive infatti Castelli:

una fondamentale motivazione che guida le percezioni, i giudizi ed i comportamenti è quella di raggiungere o mantenere un’elevata autostima, ovvero un’immagine positiva di se stessi.

In altri termini: ad un certo punto, di quanto la sinistra voleva, diceva, pretendeva, dei suoi stessi elementi costitutivi, molti tra i suoi membri, soprattutto i più giovani (di allora: ossia, la classe dirigente di adesso), hanno iniziato a fregarsene. Essere di sinistra, ad un certo punto, è diventato, per l’appunto, un mezzo per gonfiarsi l’autostima, per presentarsi agli altri come ribelli, come impegnati, come, perfino, fascinosi.

Essere (e soprattutto rimanere) nella sinistra, tuttavia, richiedeva di continuare a riconoscersi, almeno pubblicamente, in quei valori che la sinistra incarnava; tra gli altri, anche nella lotta a quei pregiudizi. Obbligarsi a lottare contro pregiudizi che non si considerano errati, tuttavia, ha effetti devastanti. Vediamo quali:

Macrae e collaboratori hanno chiesto ai loro partecipanti di immaginare la giornata tipica di uno skinhead ritratto in una fotografia, descrivendola per iscritto. Metà dei partecipanti doveva eseguire questo compito senza usare stereotipi, l’altra metà dei partecipanti non riceveva alcuna istruzione […]. In un momento successivo, a tutti i  partecipanti veniva mostrata la fotografia di un nuovo skinhead e nuovamente bisognava immaginare quali potessere essere le sue abitudini di vita. I risultati mostrano in modo chiaro che nella prima fase i giudizi dei partecipanti istruiti a non usare stereotipi sono effettivamente meno stereotipati […]. Più interessanti sono però i risultati della seconda fase: infatti, sono proprio coloro che in precedenza erano stati attenti a non usare stereotipi che danno libero sfogo a giudizi stereotipici, e in misura maggiore rispetto ai partecipanti nella situazione di controllo. L’effetto paradossale si manifesta quindi in questo iper – utilizzo di conoscenze stereotipiche una volta che la motivazione alla soppressione non sia più un obiettivo che l’individuo desidera perseguire.

(vedi grafico, clic se volete ingrandire; corsivi miei).

Tabella

Da, più o meno, la metà degli anni Settanta, buona parte della sinistra (non dirlo, non dirlo, non dirlo… praticamente tutto l’attuale PD. M’è scappato), ha vissuto nell’attesa che si presentasse questo momento successivo. Inutile dire che alla fine quel momento è arrivato. All’inizio degli anni Novanta, per la precisione: proprio quando, paradossalmente, la vittoria era lì, ad un passo e, se si fosse rimasti se stessi, forse, la si sarebbe anche riusciti ad afferrare. Ed invece no, via tutto, si ricomincia da capo: qualcuno dice perché proprio in quegli anni stava cadendo a pezzi e mostrando tutti i suoi (numerosi) limiti il socialismo reale. Ma secondo me è una spiegazione quanto meno parziale: la sinistra (almeno quella italiana) aveva avuto sempre un rapporto piuttosto conflittuale con l’Unione Sovietica.

Forse, semplicemente, la sinistra alla fine si è arresa. Schiacciata dalla “trasformazione antropologica” degli italiani, che divenivano sempre più piccolo borghesi (vedi le bellissime, profetiche, terrificanti pagine di Pasolini sull’argomento), ha finito per virare anch’essa in quella direzione; e da allora, tutti coloro che avevano dovuto tenere nascosto che quei pregiudizi che, a parole, combattevano, in realtà facevano parte della loro più intima natura, hanno vissuto la stessa situazione riassunta da quel grafico, poco più su.

In medicina si chiama “effetto rimbalzo”: curi una persona per anni con lo stesso farmaco, e quando glielo sospendi, con fiducia, sperando che il suo corpo abbia finalmente imparato che avere la pressione a 250/140 non è esattamente il meglio, quello ti fa una crisi ipertensiva che la metà basta.

Qui, è successo lo stesso. Ed è così, che sono nati i moderni (in ordine sparso) Roberto Maroni (una gioventù in Democrazia Proletaria), Sandro Bondi (ex membro del FGCI), Giuliano Ferrara (figlio di un importante parlamentare comunista, presidente della regione Lazio e direttore dell’Unità, ed a sua volta giovane comunista entusiasta), Massimo D’Alema (tra le altre cose ci piace ricordare la Bicamerale e la sua definizione della Lega: “una costola della sinistra), ed il suo dramamtico secondo Pierluigi Bersani, Stefano Fassina (“esiste un’evasione di sopravvivenza“), Sergio Chiamparino (che voleva srotolare un tappeto rosso ai piedi di Marchionne), Nichi Vendola (che ha trattato egregiamente il caso ILVA, senza dubbio. Giusto per citare gli ultimi eventi)…

Continuate da soli l’elenco: forse la spiegazione è accettabile. Ma io devo scappare via piangendo.

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