Onomatopee

Clic: il grilletto che veniva premuto.

Bang!: il proiettile che usciva dalla canna.

Toc: il proiettile stesso che mancava di pochi millimetri il suo collo e si conficcava nel muro dietro di lui.

Fiiiiii: il fischio del vapore bollente sotto pressione che usciva da un tubo lacerato, appiccicandogli la maglietta nera ad una spalla e provocandogli un’ustione di cui la sua pelle si rese conto, subito; e, urla, gli comandò, ma il cervello non fu d’accordo, non c’è tempo, adesso scavalchiamo questo ciccione con la divisa della polizia penitenziaria qui per terra e vediamo di metterci in salvo, al resto pensiamo dopo, d’accordo? D’accordo, rispose la pelle, e Stefano iniziò a correre, mentre un altro colpo gli mancò di poco il passamontagna che gli aderiva alla testa come una seconda pelle.

E pensare che doveva essere solo una passeggiata notturna di qualche ora. “Li prendiamo, li facciamo uscire e ce ne andiamo”, aveva detto Christo. Sì, certo, come no.

Già i due all’ingresso, che pure dovevano essere “un problema meno del freddo che dovremo sopportare finché le luci non si saranno spente tutte”, avevano portato via un sacco di tempo. D’accordo: uno aveva accettato di buon grado un caffè (una piantagione di caffè, aveva pensato Stefano: ma ovviamente non l’aveva detto) per farsi venire accidentalmente un attacco di dissenteria a mezzanotte e dieci in punto, e per doversi poi fermare in lavanderia per un incombenza incontrovertibile. Forse una conseguenza della sua gastroenterite, o forse un guasto che doveva essere assolutamente riparato prima che venisse allagata tutta la prigione. Fatti suoi.

Ma per quanto riguardava l’altro, che pure (si sa che le mense pubbliche servono solo merda) avrebbe dovuto fare più o meno la stessa cosa, solo lasciando pure le chiavi delle celle in bella vista in un luogo facilmente raggiungibile della guardina, all’ultimo minuto l’incorruttibilità delle forze dell’ordine s’era messa in mezzo. Quello s’era pigliato anche lui il suo caffè, ma l’attacco di dissenteria gli era venuto per davvero. E prima che prendesse servizio, per giunta.

Ecco perché, li scusassero i posteri, avevano dovuto lasciare un poveraccio, che voleva solo trascorrere il suo turno di notte a leggersi un giornale sportivo, a terra in preda agli spasmi, dopo avergli dato una rapida passata di taser (avevano risolto con questo compromesso il rovello se andare armati o meno). Incivile, per l’amore di Dio; però cazzo, che efficacia.

Poi c’era stato il portone. Per il quale erano riusciti a trovare il codice d’accesso, e chi lo negava?, bravo Christo e le sue conoscenze in alto loco. Peccato che quando hai un codice, ma non hai la minima idea né di dove né di come inserirlo, ti serve più o meno quanto un salvagente in cima all’Elicona. Ed oltretutto, mentri consulti il manuale di informatica, devi pure legare ed imbavagliare uno a cui credevi di non dover fare altro male che una scarica elettrica ad alto voltaggio e bassa intensità. Peggiorando così ulteriormente un karma che t’aveva già fatto capire che proprio non era la serata ideale per quel compito eroico che t’eri prefisso.

Anche la mappa del carcere era stato un capolavoro d’incompetenza; ed i ricordi di chi aveva fatto proprio lì una gita scolastica (sosteneva), o di chi c’era stato per azioni umanitarie (sosteneva), s’erano dimostrate inutili quanto il millantato credito di chi quella cartina l’aveva rubata. Se, alla fine, avevano trovato il braccio dov’erano rinchiusi i prigionieri politici (e manco quello, aveva potuto dire, Stefano, che quelli del prigioniero politico non avevano nemmeno le unghie dei piedi), e la cella numero 7/100, era stato solo perché la sfiga aveva ordito per loro un piano piuttosto elaborato.

Quando c’erano arrivati davanti, l’avevano capito: la cella era senza dubbio abitata. I letti erano sfatti, il cesso, che si vedeva attraverso la porta aperta, sporco, in ogni dove, alla rinfusa, mescolati tra di loro, erano sparsi abiti sporchi e puliti. Solo, la porta era aperta, e dentro, in quel momento, non c’era proprio nessuno.

Cazzo, qualcuno ci ha pure anticipato!, pensò, per prima cosa, Stefano; e poi, stupidamente, gongolò, vedendo il grande Christo, il supremo Christo, il ci-sarà-pure-un-motivo-se-lo-chiamano-così-Christo, di fronte al suo piano perfetto che, già traballante, cadeva definitivamente in pezzi; e stava per mettersi a ridere, quando il suo passamontagna fu deformato dalla mandibola che si spalancava per lo stupore. Solo allora si rese conto di quanto quello significava. Cercavano quattro prigionieri che dovevano stare dentro quella cella. E quelli non c’erano. Ed anche lui spalancò la bocca, ma per sussurrare: “Porca troia. Ed adesso che facciamo?”.

La soluzione era facile: bastava seguire i gemiti. Gli scomparsi erano solo due celle più in là, nella 15/100 (poi dice che chi voleva provocare un’evasione si perdeva, là dentro); e con loro c’erano due guardie. Ed un poveraccio steso a terra, nudo, non un solo brandello di corpo risparmiato dai lividi, o su cui presto non sarebbero comparsi, per i calci, i pugni, le manganellate che i suoi compagni di sventura ed i rispettivi, incontrollati controllori gli stavano assestando. Fu quando uno schizzo di sangue, fuoriuscito dalla sua bocca, andò a cadere proprio accanto al piede di Christo, che questi, con quella sua maledetta, inconfondibile voce da baritono drammatico, ebbe la malaugurata idea di esclamare: “Cazzo”.

Le guardie si girarono; li videro: e già che ci fossero sette sconosciuti (i magnifici sette. Buon Dio), tutti coperti di nero che nemmeno Diabolik, li, come dire, indispose abbastanza. Che li avessero visti pestare un prigioniero in compagnia di altri carcerati, li fece incazzare. Che uno di loro fosse Christo Dukas, li convinse che forse era il caso di farli fuori. Avrebbero avuto una buona scusa tipo per tutto.

Ed ecco perché Stefano s’era ritrovato a dover scappare per i corridoi di quel carcere, senza avere la più pallida idea di dove stava andando, ingoiando la lana del passamontagna, sentendo ogni secondo più vicini i colpi e gli inseguitori. Si rese conto che Christo aveva preso un proiettile in fronte e se n’era già andato in luoghi più consoni al suo nome. Altri due erano stati meno fortunati: uno si stava lentamente dissanguando dopo essere stato colpito ad una gamba, un altro era piegato in due a tenersi la pancia. Avrebbero fatto tutti quella fine. Perché diavolo continuava a correre?

Si ritrovò a passare di nuovo davanti alla cella 15/100; come diavolo aveva fatto a ritrovarcisi? Stava per arrendersi, quando udì quei suoni.

Tump: un pugno, probabilmente vibrato contro una tempia, che abbatteva una delle due guardie.

Ciac: il suo collega che inciampava nel suo corpo.

Argh!: il suo urlo mentre cadeva a terra, prima di abbattersi sul pavimento e giacere in una pozza di sangue.

Stefano si fermò e si voltò indietro. Era stato uno di quelli che erano andati a liberare, che li aveva fermati.

“Gra… grazie” gli disse Stefano, ansimando.

Quello sorrise sarcastico. “Posso sapere che cazzo ci facevate voi qua dentro? Qualcosa mi dice che siete venuti per noi”.

“Sì… sì”.

TIrò fuori un pacchetto di sigarette dalla tasca, ne prese una, l’accese. “Stronzate. Non eravate contenti, che c’avessero sbattutti dentro?”.

“Sì, in un primo momento sì. Tuttavia, in seguito ad una riunione congiunta…”. Ma che cazzo. Stava parlando come il fu Christo. “Vabbè, insomma, abbiamo deciso che volevamo battervi sul campo, invece che per una sentenza giudiziaria. Nobile, non trovate?”.

L’altro gli si avvicinò, tanto che potè sentire il cattivo odore del fumo. Gli disse: “Sì, in effetti è un’ottima idea”, quindi gli appoggiò una mano sul capo. Quindi, ci fu solo un suono.

Crack. Il suo collo che si spezzava.

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