Ancora definizioni (episodio non convenzionale)

Funerale: talvolta, davvero, motivazioni per non celebrarlo non ne esistono. Talaltra, invece, ne esistono addirittura trecentotrentacinque. Alternativamente: alcuni ne avrebbero diritto. Altri sparirono in una fossa comune, fucilati alle spalle da dei criminali.

Note

  1. Com’è ovvio, qualcuno ha avuto la mia stessa intuizione (qui nei commenti, ad esempio): non voglio dire di averla avuta meglio, neppure, di averla avuta prima. Men che mai, che questa intuizione sia orginale o profonda. Ma l’alternativa era il disprezzo, l’insulto, la violenza verbale: ed ataviche imposizioni mi vietano di riservare queste emozioni e questi comportamenti ad un uomo che è appena divenuto cadavere. Anche se avevo espresso in precedenza la speranza che tutti i bagni pubblici di questo paese venissero intitolati al suo nome, ed a quello degli altri criminali che, in un maniera o in un’altra, lo aiutarono. E nutro ancora questa speranza.
  2. Ripetiamolo ancora: le colpe di Priebke non sono “metafisiche”, sono reali, tangibili, materiali; e sono quelle di aver ucciso, a sangue freddo, in spregio di qualsiasi trattato internazionale ed anche dell’umana pietà, trecentotrentacinque persone inermi ed innocenti. Chi scrive sui muri “Onore a Priebke”, nascondendosi dietro l’anonimato, evidentemente, per non ricevere il dileggio che merita, scrive “Onore ad un assassino”.
  3. Dire “Priebke merda”, d’altro canto, è dare un messaggio, apparentemente opposto, che tuttavia conduce allo stesso risultato: quello di sottrarre l’operato del nazismo dal campo della storia per trasportarlo in quello del “mito”; così, si fa in un attimo a dimenticarsi di Auschwitz, dell’Aktion T4, delle stragi perpetrate ovunque la croce uncinata fece pesare la sua ombra, ed ad iniziare a raccontarsi favole sul carattere esoterico del nazismo, sulle sue caratteristiche di setta iniziatica, sul suo presunto “satanismo”, su Hitler come “male incarnato”: ma, lo insegnava Elio Vittorini, non esiste il male, esistono uomini che fanno il male. E dipingere Priebke come un “lupo cattivo”, serve solo a trasportarlo in un altro piano di realtà, ed a toglierci da davanti agli occhi i pericoli che corriamo non riconoscendo per tempo, per quello che sono, coloro che si riconoscono nei suoi “valori” (questa parola fa terrore usata in questo contesto, eppure non è fuori posto: forse non sarebbe del tutto peregrina una riflessione su come sia stata svuotata di ogni significato).
  4. Un’ultima considerazione, di carattere forse troppo personale e retorico: il primo nella lista delle vittime dell’eccidio è Ferdinando Agnini: uno studente di medicina come lo sono io, che aveva quando venne ucciso quattro anni meno di me. Cosa poteva diventare, Ferdinando? Sarebbe potuto essere un grande chirurgo, un grande ricercatore, un grande clinico? Avrebbe potuto, perfino, diventare mio professore, ed insegnarmi cose che nessuno mi ha mai insegnato, né mi insegnerà mai? Forse no (avrebbe oggi settantanove anni, Ferdinando): ma non potremo mai saperlo. Quando si giudicano questi crimini, non bisogna solo pensare a ciò che fu: ma, anche, a ciò che non poté essere.

A futuro ammaestramento

 

Ho detto ai miei figli che non devono, in nessuna circostanza, partecipare ad un massacro, e che i massacri compiuti tra i nemici non devono riempirli di soddisfazione o di gioia. Ho anche detto loro di non lavorare per società che fabbricano congegni in grado di provocare un massacro, e di esprimere il loro disprezzo per chi crede che congegni del genere siano necessari

(Kurt Vonnegut)

 

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