Riflessioni oblique

“La sentenza (chiamarla diagnosi mi sembra a tutt’oggi sbagliato) mi arrivò in un giorno di giugno.

Era una cosa genetica, mi disse un’equipe di dottori gentili ed indifferenti; e non c’era cura. Probabilmente mio padre ce l’aveva, mio nonno ce l’aveva, suo padre e così via, su su fino ad Adamo. Forse con loro nessuno se n’era mai accorto perché erano morti molto giovani, sa prima degli antibiotici le malattie infettive si portavano via le persone a trent’anni; ma con me era diverso: a me quel mignolo del piede storto, per cui nessuno pareva poter fare nulla (“Ma, dottore, un intervento chirurgico…”, “È inutile, non esiste una procedura standardizzata e comunque potrebbe sempre recidivare: il rischio è alto ed il beneficio poco”. Meglio di un economista) aveva cominciato a manifestarsi già a vent’anni perché nel tempo la mutazione maledetta che ne era alla base s’era, come dire, incancrenita.

Il fenomeno si chiama, pare, anticipazione: papà ce l’ha avuta a trent’anni, nonno a quaranta, suo nonno a sessanta (se ci sono arrivati, per quello che dicevamo prima); tu, invece, ce l’avrai a venti, forse a diciotto. E ti rovinerà la vita, come potete capire: se mi fosse capitato solo qualche anno prima, niente piscina, per me, mi sarei sentito tremendamente fuori posto con quel mignolo che andava in dentro  invece di puntare in fuori, e si sa che i bambini e gli adolescenti sanno essere molto crudeli con chi, come me, è stato toccato in modo non del tutto benefico dalla mano di Dio (che ringrazio comunque ogni giorno per tutto il resto).

Anticipazione. Ma, dottore, domandavo, questo significa che mio figlio… Questo significa che il mignolo deforme, rispondeva il vecchio primario con la Parker nel taschino, se lo ritroverà a cinque anni, suo figlio, se mai vorrà averne uno.

Se mai vorrà averne uno; certo, lui non poteva sapere. Ma a me si torcevano le budella: perché io avevo già deciso di averne uno; ed io sono uno che va tanto per il sottile: volere è potere. Ed infatti mia moglie era già di due mesi. Nonostante la situazione non fosse rosea, nonostante lei non avesse un lavoro ed io facessi solo delle piccole consulenze per qualche ente pubblico. Si parla tanto di paternità responsabile: ebbene, per me in quel momento era responsabile mettere al mondo un figlio.

Ma quella sentenza (ecco che torna questo termine) pesava su di me come un macigno. Io ormai ero condannato, avevo capito: ma mi tremavano i polsi ogni volta che mia moglie tornava a casa dopo un’ecografia. Sì, il cuore batte, i reni funzionano, muove le mani; ma i piedi, volevo chiederle, come sono? Mica ha le dita accavallate?

Volevo chiederle. Ma non lo facevo. Certo, perché era ancora di due mesi, e non si vedeva ancora nulla; ma anche perché, se mi avesse detto: “Sì, anche lui ha già il mignolo del piede storto. Già nel mio ventre”, come avrei potuto guardarla in viso senza avere una soluzione? Come avrei potuto dirle: ed ora che facciamo?

Roso dai miei dubbi, cercavo risposte su Internet: avevo imparato a conoscere il mondo delle pubblicazioni scientifiche, ma nessuno pareva avere la risposta che io cercavo (benché la Rete paresse essere più ben disposta della classe medica). Finché non mi sono imbattuto in quell’articolo, incomprensibilmente ignorato dalla comunità dei vecchi primari con le Parker nel taschino.

Natalia Abamukova. Questo era il nome della sua autrice; una dottoressa russa di nascita, ma americana per formazione e residenza: viveva a Plymouth, in Indiana, dove insegnava presso la locale, libera, famosa università. Era lei che, pareva, aveva la soluzione per il nostro problema. Senza pensarci due volte, io e mia moglie prendemmo un aereo e, dopo un’odissea lunghissima (qui bisognerebbe aprire una parentesi sui sistemi dei trasporti in Italia, ma tralasciamo), eravamo lì, da lei.

Ci trovò un interprete, ci ascoltò, ravvivò la nostra speranza. Nessuno pareva volerle dar retta, ma lei la soluzione per i nostri problemi ce l’aveva, ci assicurò: ed era una soluzione che poteva essere riassunta in una sigla di tre lettere, I.V.G. Ci mostrò gli studi che aveva condotto: spalancammo la bocca per lo stupore. Niente più che un semplice intervento chirurgico, eseguibile anche in anestesia locale, certo con alcune complicanze, molto poche, rispetto al bene che avremmo potuto fare a nostro figlio; complicanze che, per di più, erano soprattutto psicologiche (fino a quel momento: ci accennò anche al fatto che presto i medesimi risultati si sarebbero potuti ottenere con la semplice assunzione di un pillola); eseguendolo, avremmo avuto la CERTEZZA (ditemi voi quale medico avete mai sentito usare questo termine) che nostro figlio NON avrebbe avuto il mignolo storto. Ci disse proprio così: “Non avrete un figlio col mignolo storto. Ve lo garantisco al cento per cento”.

Non mentiva; e nel tempo che rimanemmo lì ebbi modo di rendermi conto che erano davvero molte le patologie che questo trattamento poteva prevenire. Malformazioni cardiache e neurologiche, patologie genetiche di vario tipo, perfino tumori fetali (ne esistono, lo sapevate?). Mentre ero lì ed attendevo che mia moglie si rimettesse, maturai una decisione: non potevo lasciare che un simile patrimonio scientifico andasse sprecato. Chiesi così alla dottoressa Abamukova di seguirci in Italia, perché non ritenevo tollerabile (e continuo a non ritenerlo ancora oggi) che, se una tale miracolosa cura è praticabile, essa dovrebbe essere disponibile ovunque.

Con mia sorpresa, accettò. Così è nata la I.V.G. Foundation Onlus, per far sì che a tutti potessero essere date, gratis, le possibilità che avevamo avuto io e mia moglie, ma dovendo pagare un costoso viaggio intercontinentale e per di più anche tutte le spese che si può immaginare siamo stati costretti a sostenere negli Stati Uniti. Non girerò attorno all’obiezione: attualmente la Fondazione richiede un piccolo contributo economico a coloro che richiedono il suo aiuto. Ma è solo perché ancora troppo pochi sono gli ospedali pubblici che hanno deciso di utilizzare questo straordinario presidio terapeutico. Di cui, per altro, erano già a conoscenza: facendo le prime indagini con la dottoressa Abamukova, di fatti, ci siamo resi conto del fatto che in alcune realtà esistevano medici che praticavano già la I.V.G.: in solitudine, spesso tra l’ostracismo dei colleghi, ma la praticavano. E, diamo a Cesare quel che è di Cesare: si può dire senza tema di smentite che essa era ancora più, come dire, radicata nel mondo delle cliniche private, che nella maggior parte dei casi, pensate, erano addirittura costrette a mantenere il più stretto riserbo sugli operatori che la eseguivano (certo perché medici impossibilitati a farlo nelle sedi del Servizio Sanitario Nazionale, presso cui prestavano la propria opera).

In un anno di attività, abbiamo cercato di far sì che i centri in cui si possa usufruire della I.V.G. arrivasse ad avere una diffusione capillare su tutto il territorio nazionale; i risultati sono stati apprezzabili, ma ancora insufficienti. Questo perché, in generale, la politica poco o nulla ha fatto per sostenere i nostri sforzi, dicendo che il metodo non è comprovato, che non tutti sono in grado di eseguire l’intervento, addirittura che potrebbero esistere dei dubbi sulla sua liceità. Uno non vorrebbe pensar male; ma è chiaro che non siamo stati aiutati dal fatto che la nostra metodologia (che è chiaro che abbiamo messo sotto brevetto unicamente per evitare che qualcuno se ne appropri: e chi dice che in realtà il metodo è millenario mente sapendo di mentire) frutta pochi o nulli guadagni, al contrario del trattamento di una malattia magari non mortale, ma comunque invalidante e che deve essere curata con costosi farmaci per tutta la vita, come quella da cui sono affetto io.

Ora, questa straordinaria possibilità che la scienza offre ai genitori di tutto il mondo sta nuovamente per essere messa a rischio, ad opera di quella che pare essere a tutti gli effetti una lobby di praticoni della medicina, che si oppongono al nostro metodo inalberando tutta una serie di pretestuose questioni metodologiche ed etiche. È per questo che abbiamo deciso di far intervenire i principali mezzi di comunicazione nazionali, anche (diciamo pure soprattutto) quelli che non si sono mai occupati di vicende scientifiche, e che abbiamo scelto testimonial apparentemente privi di legami con la nostra battaglia, come il famoso cantante neomelodico Maiki Angioletti: per opporre un pari impatto mediatico a tale odiosa macchina da guerra. Che costringe tutti noi a porci di fronte ad un quesito: è meglio conservare i guadagni di poche centinaia di persone, o consentire ad un povero bambino di non nascere con la pesante tara di un mignolo del piede storto?”

Sta a vedere che forse così gli italiani scenderanno in piazza per l’aborto (qualcosa mi dice che chissà, potrebbe anche darsi…). Che questo mica li convince.

Lo so. E fidatevi, non sto banalizzando. Io non sono saggio: ma voi, vi prego, guardate la luna e non il dito. Grazie. NdA
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