I giusti

L’uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire.

Chi è contento che sulla Terra esista la musica.

Chi scopre con piacere un’etimologia.

Due impiegati che in un caffè del Sud giocano agli scacchi.

Il ceramista che intuisce un colore e una forma.

Il tipografo che compone bene questa pagina che forse non gli piace.

Una donna ed un uomo che leggono le ultime terzine di un certo canto.

Chi accarezza un animale addormentato.

Chi giustifica o tenta di giustificare un torto che gli è stato fatto.

Chi è contento che sulla Terra ci sia Stevenson.

Chi preferisce che abbiano ragione gli altri.

Queste persone, che non si conoscono, stanno salvando il mondo.

Così cantava, molti anni fa, Jorge Luis Borges, uno dei miei scrittori preferiti e verso cui ho un debito tale che citarne solo una parte mi sembra una colpevole mancanza (cit.). Lo ispirava, in quegli anni, la leggenda ebraica dei Trentasei Giusti, che, più o meno, racconta quanto segue.

Ogni mattino, il Signore Dio si sveglia (dormirà, Dio?) e, se ciò non è blasfemo, maledice con rabbia quel giorno, che ancora non era un giorno, in cui si risolse a creare la Terra, e ad inquinarla con quell’essere che, con la sua sola esistenza, avrebbe dovuto eternamente cantare la Sua gloria: l’uomo, che commise l’errore di voler creare a Sua immagine e somiglianza. Forse è per Sua colpa, forse no (errerà, Dio?), ma quella specie è diventata, o più probabilmente è sempre stata, gretta, meschina, avida, violenta, sopraffattrice: in una parola, indegna di esistere.

Tuttavia, sulla Terra esistono ed operano trentasei persone (non una di più, non una di meno), che vivono vita ritirata, compiono lavori umili, sono ignorati dai più impegnati nelle loro quotidiane battaglie per il dominio ed il potere; eppure, essi sono i Giusti: e sono loro, e solo loro, che non eccedono mai il numero di trentasei, che ogni mattino fanno rimandare l’Apocalisse già in atto.

Le tragedie naturali sono il modo che ha Dio di ricordarci che questa leggenda è vera.

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