Ricorrenze

Le leggende lo raccontano di re Artù, di Carlo Magno, di Federico Barbarossa.

Testimone quest’ultimo, che nel millecento e rotti andò a scoperchiarne la tomba in cerca di credibilità politica (all’epoca non c’erano primarie, che volete fare), Carlo Magno non giace morto nella cattedrale di Aquisgrana, come vorrebbero le cronache. No: egli vi riposa, e l’uso del verbo non è casuale. Sta lì, non adagiato sulla schiena, come i cadaveri normali, ma seduto in trono, la corona ancora in capo, guanti d’oro sulle regali mani, pronto a rimettersi in piedi ed a combattere quando i tempi saranno maturi per il suo ritorno. Cioè, su per giù, al momento dell’Apocalisse.

Poco onorevole morte attendeva lo stesso Barbarossa, annegato in Turchia mentre cercava di guadare un innocuo torrentello, ed il suo corpo non fu mai ricostruito del tutto. Ciò non ha impedito che anche di lui si raccontassero storie simili (vedi, a questo proposito, la voce di Wikipedia sul Re nella Montagna).

Questo tipo di leggende affondano le loro radici in rimasugli di antico folklore celtico: data la fascinazione che i leghisti hanno sempre sostenuto di provare per Galli ed affini, non vorrei cominciassimo a sentirlo dire anche di Bossi, quando verrà quel giorno, spero lontano, in cui pure a lui toccherà lasciare questa valle di lacrime. Miglior uso della leggenda hanno fatto molti libri e film di epoca più o meno recente (si parla sempre di anni Novanta. Ma rispetto al Mille…) che, in qualche modo, fanno uso del ciclo arturiano: penso ad esempio a La leggenda del re pescatore, di un genio che resterà sempre misconosciuto, e cioè Terry Gilliam, ed il sorprendentemente toccante, viste le premesse di drammone strappalacrime, Basta guardare il cielo. In quest’ultimo, viene sottolineato che ha scarsa importanza, il fatto che Artù aspetti davvero, in fondo al lago, che qualcuno vada a svegliarlo per condurre in battaglia le forze del Bene: “più che la realizzazione stessa dell’utopia, sono importanti i valori che ci spingono a morire per essa” (da un numero di quel manga immenso che è “Bastard!”), ne esprime perfettamente la morale.

Credo non serva esplicitare che tali racconti siano niente più che minchiate propagandistiche. I re non attendono, visto che a combattere non ci vanno manco da vivi: stanno sulla montagna, comandano ai propri sottoposti di morire per la loro gloria, tornano indietro a raccontare bugie ai menestrelli, mangiano, bevono, scopano, e quando crepano non tornano più indietro. I re. Le regine forse sì. Ed i principi ancora di più.

Lui diceva che non avrebbe voluto, ma volente o nolente vivrà per sempre. E quando sarà il momento salterà fuori dalla tomba, asta del microfono alla mano, si metterà alla loro caccia e li decapiterà uno dopo l’altro, tutti questi falsi imperatori. Perché ne resterà solo uno. E se un re dev’esserci, voglio che sia Farrokh Bulsara I, detto Freddie Mercury.

Ogni anno lo dico, ogni anno ne sono più convinto: 24/11/1991. That day the music died.

 

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