Le età della Rete

Togliamoci subito il pensiero: per me la Rete non esiste.

Allo stesso modo, non esiste la Società Civile, non esiste la Nazione e non esiste nessuno degli altri nomi collettivi di questa risma; esistono semplicemente delle semplificazioni giornalistiche (semplificazioni e non mistificazioni per il rasoio di Hanlon), prodotte da persone che ignorano che all’interno di ogni umano consesso, qualunque esso sia, dovunque e comunque si riunisca, esistono tensioni e contrapposizioni, spesso insanabili: non foss’altro che per il fatto che, nella maggior parte dei casi, nello stesso cervello, nello stesso momento, esistono tensioni e contrapposizioni spesso insanabili. Figuriamoci quando il numero dei cervelli sale a, mettiamo, un miliardo.

Che, casualmente, è il numero di utenti che Facebook ha raggiunto ad ottobre 2012: e questo ci offre il destro per ricordare che, oltre che per quanto detto poc’anzi, si commette un errore quando si afferma che la Rete “pensa” o “dice” qualcosa anche perché la Rete medesima non è costituita solo da Facebook, dal blog di Beppe Grillo e dai profili Twitter di quelle cinque o sei persone che hanno un basso numero Twitter di Fiorello e Jovanotti.

Supponiamo per un attimo, tuttavia, che non sia così; che la Rete si configuri come un gregge, o addirittura come un organismo, diciamo, parabiologico, che ha opinioni, sentimenti, emozioni determinati dalla somma di quelle dei suoi utenti, che sono tutte omogenee. È solo un’ipotesi di studio, che tuttavia potrebbe permetterci di dare interessanti risposte ad altrettanto interessanti domande, quali: perché nei giorni che sono seguiti all’alluvione della Sardegna le bacheche Facebook si sono riempite di commenti vergati da persone che come immagine del profilo, invece dell’usuale autoscatto in posa plastica o foto con il proprio idolo, utilizzavano l’immagine dei Mori Bendati listata a lutto (quest’immagine qui, per intenderci)? Perché alla morte di Marco Simoncelli tutti hanno sentito il bisogno di spammare un poco ovunque i loro “vai ad insegnare agli angeli a rombare” e “CIAO SIC!”, tanto da farli diventare luoghi comuni ed anche oggetto di sfottò? Perché uno che abita, mettiamo, a Bregano o ad Ispica sente il bisogno di far sapere che è in lutto per quanto accade ad Olbia? Non dovrebbe essere scontato che uno pianga per i morti del genere umano, ovunque essi muoiano, visto che, come dice il famoso poeta, nessun uomo è un’isola? Non dovremmo, quando muore un ragazzo di ventiquattro anni con cui non abbiamo nessun rapporto se non quello che ci impone la società dello spettacolo, riflettere sulla nostra evoluzione, che ci ha portati ad essere poco più avanzati rispetto ai panem et circenses di latina memoria, piuttosto che piangere sulla pubblica piazza?

Un simile atteggiamento di scarso pudore verso i propri (pretesi) sentimenti ha spinto il blogger Paolo Siciliano ad inventare, per le trasmissioni televisive che lo portavano a livelli quasi parossistici, l’efficace definizione pornografia dei sentimenti. Questa spiegazione è compatibile anche col mondo della Rete? Sì, ma in parte: essa ci dice cosa accade, non perché accade.

A mio modesto parere, la maggioranza delle persone che si siede davanti ad uno schermo e poi clicca sull’immagine della volpe che si morde la coda (anche io), sente il bisogno di mostrarsi problematica, difficile, sensibile; in una parola, figo. Laddove di problemi da piangere non ne abbia, molto semplicemente, se li inventa: di qui, l’immenso dolore per la morte di Simoncelli (o di Mandela: nel cui caso il contrasto è ancora più stridente, visto che senza voler mancare di rispetto ad alcuno stiamo parlando di una persona che aveva tutt’altra caratura), piuttosto che i frequenti flame, provocati o quanto meno cercati (esilarante a questo proposito la conversazione su Twitter tra Rossato Simonetta e Fabrizio Barca, raccontata nell’ultima puntata di Gazebo e che mi riguarda da vicino, visto che io vicino a Sora ci sono nato).

Questo mi spinge a dire che Internet sta attraversando una nuova fase della sua vita. Si è lasciato alle spalle la fase dell’infanzia, in cui si sperimentava, si giocava, e semplicemente, ci si divertiva, ed è entrato in quella dell’adolescenza: in cui comincia a prendersi qualche piccola responsabilità, spesso obbedendo, però, ai consigli delle cattive compagnie (vedi tutti i “piani” per “mettere un controllo” sulla Rete), ma sente anche il bisogno di affermarsi, di far vedere che esiste anche lui, e che si deve ascoltare anche la sua voce: che poi un’opinione seria (o anche una poco seria) in realtà non ce l’abbia, fa niente. L’importante è esserci, facendo la voce grossa, e spesso comportandosi da minchione. Sia chiaro che parlo di Internet nel suo complesso, e non delle singole persone (qua nessuno vuole querele, come chi riporta le interviste di Paolo Villaggio).

Resta da vedere cosa accadrà in seguito: la Rete potrebbe rifiutarsi di crescere ancora, e rimanere un quarantenne obeso con la sindrome di Peter Pan. E sarebbe il male. O, in alternativa, potrebbe finalmente diventare un adulto, di quelli bravi, di quelli che si rendono conto che la vita è fatta anche di compromessi e sotterfuggi. E sarebbe peggio.

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