Il debunking mancato

Avevo pensato di riservare a Calvani, mentre viveva il suo quarto d’ora di fama, lo stesso trattamento che riservai tempo fa a Berlusconi.

Perché, chiederete voi. Potrei accampare molte scuse, ma la motivazione è una sola, e strettamente personale. Ai tempi del “Berlusconi annotato”, la mole di traffico su questo sito crebbe grandemente, addirittura raddoppiò (passando da uno a due lettori), e ricevetti qualcosa come sei “mi piace” (tutti dalla stessa persona, che poi, giustamente, avrà avuto di meglio da fare). Simili exploit non si sono più ripetuti e, dunque, mi sono detto: “Perché, ora che questo qua sta vivendo questo momento di gloria, non sfruttarla un poco, e godere, come dire, di qualche raggio di luce riflessa?”.

Avevo le migliori intenzioni: ho messo su il caffè, l’ho fatto bere a mia madre, così poteva prepararmi i panini, poi ho scaldato i motori di ricerca e mi sono preparato a compulsare Wikipedia fin sul margine dell’isteria. Serrando un coltello tra i denti e con il volto pitturato di decorazioni di guerra Comanche, mi sono lanciato su Youtube come un falco sulla preda: ero pronto a del debunking selvaggio!

Il video migliore che ho trovato è stato questo:

Mi rendo conto che è, come usa banalizzarsi, tutto dire. Ma tutti gli altri che ho visto mi facevano una pena che non riesco nemmeno a descrivere: guardate questo (che poi è tipo la stessa versione di quello che vedete su, solo più stirato per durare sette minuti), ad esempio. Calvani, al netto degli errori di grammatica, si impegna tantissimo, ma ha davanti, forse, duecento persone (e come ho già detto, sarà andata a finire che un’impietosita questura ne abbia dichiarato qualcuno di più), e per di più è ripreso dal balcone di una casa distante un frappilione di chilomiglia, e per di più con un telefonino. Senza telecamera.

Inutile dire che è un pianto amaro anche per me. Cioè, intendo: cosa diavolo c’è da fare debunking, qui? Per carità: nonostante duri solo due minuti e ventiquattro, è pregno di eventi; però no, scusatemi un attimo, ma nell’ordine abbiamo:

  • uno spezzone dell’Inno di Mameli, dove a Calvani viene passato il microfono (senza che per altro si senta la sua voce) come ad un bambino il giorno della prima comunione, perché canti “Cuore matto” per far commuovere il nonno (ispirato ad una storia vera);
  • uno stacco di montaggio, unica concessione alla cinematografia della casta;
  • una captatio benevolentiae in cui si fa un uso tanto impudico e smodato di concetti senza parole, che quindici allievi di Furio Jesi muoiono come fatine di Peter Pan quando qualcuno dice che non esistono. Bonus track: una voce declama un verso di “Questa è la mia casa” di Jovanotti, dedicandolo alla Capitale (mi sembra la stessa voce che poco dopo rivolge due “bravo” all’ineffabile Danilo, e poi un pensiero poco urbano alle madri dei bersagli dei suoi strali);
  • acclamazioni come ricordo di averne sentite solo ai concerti di Gigione;
  • un altro stacco. Mmm, sento puzza di tradimento;
  • Calvani che arringa la folla: “Via! Via! Via!”. Ora solo quelli di destra. Della parte destra della piazza, questo è un movimento apartitico!
  • parole pesanti, inquadrature sulla piazza, non ci piace Equitalia, abiocco di chi guarda;
  • “Roma! Roma!”. Sarà mica un raduno di tifosi de ‘a Magggica? (frattanto, secondo me, qualcuno decideva tra Roma ed Orte);
  • ueilà, lo fischiano!
  • e mo’ lo applaudono? Sono confuso!
  • una donna che partorisce in piazza;
  • il pubblico che si perde il punto forte del discorso ed inizia ad applaudire al terzo nome, quando già gli infiltrati da segnalare iniziano a scarseggiare.

Ditemi: che ci dovrei fare con questa roba? Intendo, a parte passarla al dottor Manhattan, perché ci scriva uno dei capolavori dei suoi. Come posso scriverci non dico due post, come ai bei tempi della condanna Mediaset, ma anche uno solo, senza dover ricorrere a tutti i mezzucci per allungare il brodo imparati in lunghi anni di temi?

La risposta è semplice: non posso. Ma spontaneo fa capolino il dubbio: e perché no?

I mezzi retorici (ma anche gran parte degli argomenti) su cui Berlusconi ha costruito il suo successo non differiscono di molto da quelli usati da Calvani: si costruisce un frame comunicativo che prevede due cose.

  1. Esiste una “parte migliore” della nazione (il discorso è fortemente nazionalista: il partito di Berlusconi si chiamava e si chiama Forza Italia, Calvani col tricolore al collo ci andava anche in bagno), coraggiosamente capitanata da un leader venuto da tutt’altro mondo (in un altro video, Calvani parlava dell’esilarante “patto della cella frigorifera”).
  2. Questa parte, opportunamente sobbillata dall’eroe di turno, che parla alla sua pancia piuttosto che alla sua testa, si “rivolta” ad un pericolo imminente e pervasivo, rappresentato di volta in volta dai magistrati comunisti, da Equitalia, dall’opposizione irresponsabile piuttosto che dai politici tout court.

Perché, dunque, qui ci troviamo di fronte ad un “falso” che rivela fin da subito di non essere genuino, e con Berlusconi, invece, c’è bisogno di lunghe ore di ricerche, controlli, link incrociati? E perché, anche dopo tutto questo lavoro, il leader di Forza Italia rimane ben saldo in sella, nonostante scazzi e divisioni interne (e se ne contano a decine: la Lega, Casini, Fini, Alfano…), mentre i forconi, al primo litigio, si sfasciano e lasciano presumere che non li vedremo mai più infestare piazze, autostrade e bacheche Facebook?

Non c’entra la buonafede, che con magnanimità potremmo riconoscere a Calvani; neppure c’entrano la tempra dell’uomo o il suo carisma: vi ricorderei che quando Berlusconi “scese in campo” era questo bell’uomo qui:

Berlusconi

“Allora, signora, lo compriamo o no questo tappeto?”.

Ancora: non c’entra il vittimismo, il poter contare su una notevole liquidità per invadere ogni anfratto con la propria propaganda, il fatto che la “nicchia elettorale” sia già occupata. Sorprendentemente, neppure l’avere a disposizione i principali mezzi d’informazione del paese. Piuttosto, c’entra (come fatto più volte rilevare da molti autori) il poter continuamente controllare l’immaginario dei cittadini, che vivono immersi in un mondo in cui pare che gli anni Ottanta non siano mai morti.

Ma non è neppure questo: io credo che ciò che rende Berlusconi (ed anche Grillo) dei longsellers, piuttosto che delle meteore come Calvani e tutti i simili capopolo che con questa crisi stanno uscendo dalle fottute pareti, sia il modo in cui mescolano la menzogna alla verità.

Calvani è spudorato: mette in fila tutta una serie di cazzate cui possono credere soltanto coloro che fino a ieri non guardavano neppure il Tg1 (magari beandosi di non abbeverarsi alle televisioni di regime). Tutti gli altri, fanno quel che ho fatto io: ne fanno oggetto di un dileggio basso e poco ragionato, e finita lì. Con Berlusconi e Grillo, invece, è diverso, perché i due ex intrattenitori lavorano in modo più  sottile. Nei loro discorsi sono abilmente mescolati fatti ed opinioni, verità sacrosante e falsità invereconde; chi ascolta è abbacinato, stordito: ed è inevitabile che qualcuno, forzato a credere a qualcosa, finisca per credere a tutto.

“Ho subito molti processi”. Be’, sì, in effetti… “Centoquindicimila trecentoventisei virgola trentuno”. Oh, ma tu guarda questo poverino. “Questo perché esiste un complotto della magistratura comunista contro di me e contro tutti i bravi cittadini come voi”. Porca miseria lo voto!

Ne parlava, se non sbaglio, Noam Chomsky negli anni Settanta, a proposito della “pericolosità dei giornali”: e rivelava come, per il nostro senso critico, è molto più rischioso leggere il “New York Times”, piuttosto che la “Pravda”. Questo perché sappiamo già che tutto ciò che c’è scritto nella Pravda sono menzogne; nel NYT, invece, c’è un cinquanta per cento di verità, ed un cinquanta per cento di menzogne.

Pensate a chi ha vinto la Guerra Fredda, e capirete perché ci siamo liberati così presto di Calvani, e non di Berlusconi o Grillo.

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