Una creatura

Finalmente, l’ultima delle dieci porte, riconosciuta l’impronta che la sua retina recava impressa da qualche parte, si aprì, e lui avrebbe emesso un sospiro di sollievo, se non avesse saputo che era necessario.

Perché sì, dopo otto ore di lavoro, poteva anche essere spossante, invece di prendere semplicemente la porta ed andarsene, dover dare conferma della propria identità, sempre in un modo diverso (e la mano destra, e l’occhio sinistro, e l’impronta della sua voce, e il badge da dirigente…), ad un computer che tra l’altro aveva anche progettato lui; ma d’altronde non aveva mai avuto niente da ridire, sulle misure di sicurezza: perché capiva che per un’azienda come la loro, mantere i propri segreti industriali era più importante di… oh, be’, più o meno di tutto. L’innovazione, in fin dei conti, si regge sul segreto: è inutile inondare il mercato di cose belle e desiderabili, se qualcun altro l’ha già fatto due settimane prima di te.

Fu dunque col consueto buon umore che si preparò a rivolgere il solito, spiritoso saluto marziale alle due guardie private, che facevano parte di uno stock che avevano sottratto ad una brillante carriera nell’esercito; ma ad attenderlo, stavolta, non c’erano loro, ma qualcos’altro. Che tutti avevano pensato, temuto, immaginato, talmente tante volte, che non fu difficile riconoscerlo a colpo d’occhio.

L’inverno nucleare.

Così, ad una prima superficiale valutazione, dovevano essere state lanciate almeno quindici bombe. Qualcuna, con ogni probabilità, anche piuttosto vicine all’edificio da cui era appena uscito, l’unica cosa rimasta in piedi nel raggio di almeno trenta chilometri (lo sapeva, che avevano fatto un buon lavoro); ed alle persone non era andata meglio. Polveri di cemento, residue di cellule un tempo pulsanti, atomi di uranio e plutonio si erano innalzati in spesse nubi a coprire il sole, che solo a fatica riusciva ad insinuarvisi, per illuminare in modo impietoso e crepuscolare quella desolazione.  Una sottile lanugine ricopriva il terreno; altra, ne stava già calando dal cielo. Non lo ignorava: era quella, che ammazzava i sopravvissuti. E si sarebbe voltato e sarebbe corso, dentro verso l’unico posto sicuro dove potesse essere accolto, quando, d’improvviso, lo vide, e dimenticò ogni precauzione.

Lo raggiunse inciampando per la commozione. Gli si inginocchiò accanto, lo raccolse, anche se ormai era inservibile, lo abbracciò e lo cullò. Tentò di evitarlo, ma con poca convinzione: alla fine, lasciò che calde lacrime venissero a riscaldare il gelo che aveva attorno. Non se ne vergognò minimamente: chiunque, nella sua condizione, avrebbe fatto lo stesso.

Il pezzo di metallo non era che una scheggia, dell’ordigno che era stato sganciato; ma portava inciso il loro marchio, l’anfisbena, ed il loro motto: “Not only diverse: better”.

Avevano usato una sua creatura!

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s