Il ricordo

-Senti, mi sono venute in mente certe riflessioni metafisiche mentre ascoltavo The spirit carries on dei Dream Theater, te le posso dire?

-Eh, figurati, sono qui per questo.

-Fantastico. Allora. Tu la conosci quella canzone?

-Mmm.

-Hai presente quel passaggio Move on, be brave, don’t weep at my grave…

-…because I am no longer here but please never let your memory of me disappear? Sì, ce l’ho presente.

-Oh, è là che mi è venuta l’idea. Ecco, secondo me tutte queste cose, il Paradiso, l’Inferno, la reincarnazione, i fantasmi… ecco, non esistono.

-Idea innovativa.

-No, aspetta: non dico che non ci sia niente, dopo la morte. Una qualche vita c’è. Ma non consiste in nulla di tutto ciò.

-Ed in cosa consiste?

-Le persone continuano a vivere nei ricordi.

-Complimenti, molto originale anche questa. Lo diceva anche Shakespeare in uno dei suoi sonetti, se non ricordo male.

-Ma lui intendeva ricordi come memorie, giusto?

-Perché, tu come lo intendi?

-Io dico che le persone defunte vivono o, meglio, rivivono in tutte quelle cerimonie che si fanno per ricordarle. Sai, no?, anniversari, messe di suffraggio, ricordiamo con affetto il grand’uomo, e cose di questo tipo.

-Vai avanti.

-Sì, insomma, loro si presentano là, e rifanno tutte le cose che quelli che sono chiamati, appunto, a ricordali, raccontano. Per filo e per segno proprio. Uno dice: “mi ricordo che una volta Franco salvò un bambino che stava per essere investito da un auto”? Track. Franco, che è presente e ascolta, si rivede la scena, ecco il bambino e ecco la macchina, ecco il salto eroico, ecco che un altro po’ e prendeva lui, eccetera eccetera.

-Interessante. Però c’è una cosa a cui non hai pensato… i rapporti che i racconti narrati in simili occasioni intrattengono con la realtà dei fatti sono gli stessi che ci intrattiene una testimonianza giudiziaria profumatamente retribuita. Tutti fanno a gara a dire il meglio possibile del morto.

-Lo so. Questo è voluto dalla giustizia divina, o karmica, o dal caso livellatore, o vedi un po’ tu, insomma.

-In che senso?

-Segui questo punto di vista: sappiamo tutti che uno può essere stato o buono, o cattivo, con varie sfumature intermedie; però, ecco, quando si parla di lui in pubblico dopo la sua tragica dipartita a novantadue anni consumato dalla gotta, tutti a lodarne le virtù di mitezza e temperanza, ed a ricordare tutte quelle volte che si levò il pane di bocca per. Ora, tu fai conto che lì ci stia veramente questo simpatico novantaduenne, che in tutta la sua vita si è ingozzato sfacciatamente stracciafregandosene del suo prossimo. Il relatore (che forse è piuttosto un delatore) dice: “Mi ricordo che c’era questa tavola imbandita lunghissima…”, e che succede?

-Che quello si vede tutta la tavola, antipasti, primi, secondi, contorni, frutta, dolce, caffè e ammazzacaffè.

-Preciso. E si avvicina. Si riempie il piatto di ogni ben di Dio; tra l’altro, è tutto gratis. Poi, all’improvviso, il racconto prende un’altra piega: “Ma poi si avvicinò un bambino, povero, macilento, gli disse: mi dia qualcosa signore, sono tre giorni che non mangio. Lui gli lasciò il suo piatto e se ne andò, senza nemmeno farsi dire grazie”.

-Capisco. Se quello invece l’ha fatto perché davvero gli faceva piacere farlo…

-…gli farà altrettanto piacere rifarlo.

Swedenborghiano.

-Ma ti piace?

-C’è solo una cosa che non mi convince.

-E cioè?

-E cioè, quelli per i quali non si fanno cerimonie?

-Ah, per quelli la faccenda è semplice. La vita dopo la morte per loro consiste in puro e semplice nulla.

-Ma, e la giustizia divina, karmica, eccetera eccetera?

-C’è anche qui. Ci sono buone possibilità che quelli siano stati in assoluto i più buoni di tutti.

(silenzio)

-Che te ne pare?

-Va aggiustata.

-Ma ti sembra convincente?

-Altroché. Da domani non mi perderò più una messa di suffraggio.

Si parla dei Dream Theater, ovviamente, in modo assolutamente pretestuoso.

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