Survival of the fittest

La Preda, tra i cespugli, era tanto immobile da non chiudere neppure le palpebre.

Inutile: il Predatore poteva sentire il suo cuore battere ed il puzzo della sua paura impestare l’aria della foresta, resa umida dalla pioggia che aveva smesso di scrosciare da poco. Presto, troppo silenzioso perché potesse accorgersene (e comunque, non le sarebbe servito), le sarebbe stato addosso.

Egli lo sapeva: sapeva che non sempre era stato così, e ringraziava quel caso fortuito che lo aveva fatto nascere allora, e non prima. O dopo.

Aveva visto i cadaveri dei suoi antenati o, almeno, ciò che ne era rimasto. E la loro impalcatura, quelle ossa che era l’unica cosa che fosse sfuggita all’azione corrosiva del tempo (se davvero esisteva, cosa su cui avrebbe riflettuto in un altro momento), non parevano altro che un modello imperfetto, messo insieme da un bambino inesperto che ancora non conoscesse le reali, esatti proporzioni del corpo.

Certo, quegli esseri che, si diceva, e non c’era motivo di dubitarne, erano appartenuti alla sua stessa razza, avevano il suo stesso numero di vertebre, e di costole, e un cuore come l’aveva lui e due polmoni e un intestino da riempire e due buchi dove alloggiavano gli occhi e gli organi per la riproduzione interna e camminavano su due zampe e non su quattro come gli animali e… e, pure, loro non erano la stessa cosa. Erano diversi quanto le rudimentali, sporche, sotterranee radici della quercia che aveva di fianco e l’impenetrabile complessità dell’esplosione della chioma contro il cielo.

D’accordo: chissà quante volte quelle ossa avevano visto cadere su di loro piogge come quella che aveva preceduto quella caccia, che le avevano senza dubbio erose e consumate. Ma anche considerando questo, troppo esili erano i emori, per sostenere la massa guizzante di muscoli e legamenti che permettevano oggi, a lui, di essere l’animale (ciò era, non lo ignorava) più veloce tra tutti quelli che viveano in quel luogo, ed anche altrove, probabilmente. Troppo leggeri gli omeri, per consentire una presa capace di far mancare il fiato ad un orso. Troppo primitive le articolazioni tra le dita della mano, per permettere di stringere un’arma come quella con cui lui, poco dopo, senza ferocia, avrebbe trapassato il petto della sua Preda da parte a parte. Troppo ridotta la scatola cranica, per alloggiare un cervello che, nel mistero delle sue connessioni (mistero che, forse, a breve non sarebbe stato più tale) potesse progettarli, arnesi come quello, e fare tutto il resto che quell’organo mirabile permetteva. Troppo gravata dal peso dei lunghi appostamenti e delle interminabili cacce, la sua colonna vertebrale, da far sospettare che i loro sensi fossero acuminati quanto i suoi.

Non avrebbero potuto, loro, vedere del foglie del cespuglio cambiare impercettibilmente tonalità, segno che la Preda si era mossa. Seppure avessero potuto, la strategia per catturarla non sarebbe affiorata così velocemente alla loro coscienza e, seppure l’avesse fatto, non avrebbero mai raggiunto in tempo l’albero dietro cui avrebbero dovuto nascondersi. E se fossero riusciti anche in questo, il loro udito non avrebbe discriminato…

Il Predatore cadde a terra, tenendosi le mani sui padiglioni auricolari. Quel rumore lo fece prima impazzire, quindi lo uccise. L’ultimo suo pensiero intellegibile fu: “La pioggia. Certo, è cresciuta… avrei dovuto pensarlo”.

Sentendolo stramazzare, la Preda uscì senza timore dal suo nascondiglio, e lo guardò. Era solo un piccolo uomo, non aveva udito nulla: prese dalle sue mani morte la lancia che avrebbe dovuto ucciderlo, e la usò per aprirgli il cranio.

Il suo cervello era buonissimo, e l’uomo, mentre guardava la pianura sotto di lui che, all’improvviso, gli sembrava carica di opportunità più che di pericoli, sorrise e ringraziò il suo Dio.

Non fanno più rumore

del crescere dell’erba

lieta dove non passa l’uomo.

-Giuseppe Ungaretti, “Non gridate più”

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