Zeffirelli non sei un cazzo di nessuno

La responsabilità morale dell’indegno papocchio che state per leggere va tutta ad Mtv ed al misterioso individuo che ne cura (si fa per dire) i palinsesti.

Costui, infatti, non solo ha deciso di cancellare del tutto ogni traccia di qualunque cosa potesse anche solo lontanamente dirsi “musicale” (che so, i video di Miley Cyrus) da una rete che si chiama “Music television”, ma ha anche ritenuto fosse saggio adottare una politica che potremmo chiamare, inventando sul momento un termine che senza dubbio sarà subito recepito dall’accademia più attenta, “Repliche a cazzo”. Voglio dire: se Carlotta e Betta non fossero così carine (e così aderenti allo stereotipo della diciottenne contemporanea), credo che alcune puntate di “Ginnaste – Vite parallele” avrebbero finito per avere su di me un effetto inevitabilmente emetico.

Stessa sorte è toccata ad alcuni film, di diversa caratura. Questa settimana, ad esempio, abbiamo avuto la possibilità di ammirare, per ben due volte (e non mi stupirei se ci fossero stati altri passaggi: “Secret window” è andato in onda talmente tante volte, che alla fine di segreto non aveva proprio più nulla) il “Romeo+Giulietta” di Baz Luhrman. Doppia visione che ha sortito due reazioni:

  1. Baz Luhrman è, come si dice con espressione abusata, un genio delirante. O uno che abusava abbondantemente di “regina Mab” prima di mettersi a girare;
  2. interessante l’esperimento, ma, anche se il film risale “solo” al ’96, risulta già oltremodo datato, e non può più considerarsi una versione “contemporanea” della tragedia di quell’inglese non privo di ingegno.

Risolvere questo secondo problema è lo scopo di questo scritto. E dunque.

A Verona (ma un po’ in qualunque altra parte d’Italia) vivono due famiglie in antica tenzone: esse sono i Montecchi ed i Capuleti. Entrambe le schiatte hanno al loro vertice un capofamiglia schifosamente ricco, ma tanto schifosamente ricco che quello dei Montecchi è la diciassettesima nazione più ricca della terra (cit.), e l’altro è stato in televisione più tempo di Vittorio Sgarbi. Così, per far capire il livello.

Le similitudini, tuttavia, finiscono qui: completamente diverse sono le visioni del mondo e della vita dei membri delle due famiglie. I Montecchi, infatti, tentano da circa sessant’anni di cambiare la situazione vergognosa in cui vive Verona, per di più occupandosi dei barboni che pisciano in piazza Duomo ed ignorando invece robetta tipo che il loro gran comandante ha ricevuto tante di quelle condanne da poterne riempire un libro di almeno 565 pagine. Il che, curiosamente, è proprio quello che ha fatto uno dei membri della famiglia Capuleti, ricavandone in cambio una grande fama e finendo per divenire l’oggetto di adorazione di schiere di casalinghe nate ad appena 126 chilometri da casa sua e ragazzine coi dreadlocks e poco altro in testa. Da qui, probabilmente, e dalla lettura di alcuni illuminanti saggi sul sistema sociale indiano, nascono gli screzi con i Montecchi, che i Capuleti sprezzatamente chiamano “la casta”. Nota filologica: resta oscuro perché l’autore abbia usato questo termine

La tragedia si apre con una manifestazione organizzata dai Capuleti per protestare contro lo stanziamento di fondi, voluto dai Montecchi, per costruire un nuovo ospedale, “che si sa che in queste cose ci sta sempre la mano lunga della casta e poi hai visto mai che ci vengano anche i negri“. Tra i protestanti, Tebaldo, nipote del capofamiglia, si fa notare quando da alle fiamme un fantoccio rappresentante uno di questi romeni dei suk. Ci si aspetterebbe a questo punto di veder scoppiare una bella rissa, non fosse che il servizio d’ordine accuratamente predisposto dai Montecchi, non trova proprio un bel nulla da ridire su questo e simili gesti. Fortuna che ad un certo punto si trova di lì a passare un tipo che forse ha danneggiato un compressore e scoppiano dei tumulti (certo da lui fomentati), che qua abbiamo un dramma da mandare avanti e sennò mi sa che non ci riuscivamo.

Il principe di Verona, un vecchio volpone che ai Capuleti sta simpatico quanto un tubetto di deodorante in vaso indebito, e che i Montecchi sopportano perché viene sempre a tirare via le castagne dal fuoco, invita le parti politiche in causa ad usare un linguaggio più moderato; la parte più intransigente dei Montecchi, tuttavia, anche con l’aiuto di alcuni Capuleti (tutti appoggiati dal capofamiglia, che pure è tipo piuttosto facile alle cacciate di casa) riesce a far inserire in una legge di iniziativa popolare contenenti disposizioni a proposito dell’insegnamento della filologia romanza, un articolo che prevede la pena di morte per chi fomenterà simili azioni incivili. Subito colpiti i NoTav, ma non frega comunque a nessuno.

A margine di tutto ciò, ci sono Romeo (annoiato rampollo dei Montecchi) e Giulietta (figlia unica non ancora quattordicenne dei Capuleti, di reputazione specchiata e senza dubbio non coinvolta in quei giri poco chiari che confermano l’amore esistente tra la sua famiglia ed un certo settore della destra italiana). I due non si conoscono ancora: Romeo, infatti, prossimo da circa dieci anni alla laurea in economia e commercio, ha già intrapreso un’intensa attività politica tra la Costa Azzurra ed una donna (che non si vedrà mai) di nome Rosalina, che alcuni sospettano tuttavia risultare all’anagrafe come Giovanni Bellugi, di professione postino. Giulietta, invece, vive reclusa in casa, tenuta sottochiave da un padre che teme possa assorbire i nefasti influssi della casta, e che l’ha promessa in sposa a Paride, rappresentante illustre della società civile, uomo che si è fatto da solo importando dal Sudamerica cameriere sottopagate come quella che il Capuleti ha “assunto” per badare alla casa, cucinare, riordinare ed eventualmente servire da razione d’emergenza per i suoi due alani da punta. Di qui lo slogan, inizialmente ritenuto sorprendente dagli osservatori internazionali, di “Prima gli stranieri”.

L’incontro fatale avverrà ad una festa organizzata dal Capuleti per offrire ristoro a quei poveri membri della sua famiglia costretti, per impedire a quei furboni della casta di fare i loro porci comodi, a sottostare a lunghe, estenuanti sedute di voto, in cui Romeo ed alcuni suoi amici si sono intrufolati di straforo. I due ragazzi si vedono, si piacciono, si baciano, poi lui dice: “Ah, comunque piacere, sono Romeo” (dialogo forse citazione di un lavoro di Fabrizio Casalino). Già si sono appartati a parlare di filosofia teoretica, quando Tebaldo li nota e segnala a suo zio che in casa sua è presente un suo nemico (insistenza sugli aggettivi possessivi non casuale). Il vecchio si mostra compiacente, dice che li lascino divertire, che non gliene frega niente di quella baldracca di sua figlia e che, soprattutto, sono importanti le idee e non chi le esprime; quando però Tebaldo cinguetta “Casta”, va su tutte le furie, e Romeo, che frattanto aveva già scaricato “iKamasutra”, è costretto ad una strategica ritirata.

Quasi subito, tuttavia, torna indietro, per rivedere Giulietta senza il cui saluto sa già che non riuscirà a dormire, e soprattutto perché obbligato dal regista che senza quella scena possiamo anche andarcene tutti a casa che ‘sto film non lo vendiamo. I due giovani si confessano il loro amore, e la volontà di sposarsi; incontrano qualche screzio solo sulla rivista a cui concedere l’esclusiva, accordandosi alla fine per “Novella 3000”, di proprietà del padre di Romeo ma di cui il Capuleti si fa spedire di nascosto delle copie perché gli piace proprio tanto. I due giovani, dunque, si scambiano i contatti Facebook per essere sicuri di riuscire a far tutto di nascosto dai propri genitori.

Giulietta mente al padre, dicendole di sentire il bisogno di andare subito a comprare delle Biowashball; certo, il fatto che lei indossi “un elegantissimo abito tempestato di strass di Dolce & Gabbana” un poco lo insospettisce, ma uno streaming provvidenziale lo distrae. La giovane può così recarsi nella cella di Lorenzo, frate dei gesuiti che vede nel matrimonio tra i due giovani la possibilità di giungere finalmente alla pacificazione nazionale. Qui l’attende già Romeo, ed i due vengono sposati in gran segreto, di fronte solo a seicento invitati, che poi li seguono nella vicina paninoteca Sandwich alla pantegana, “per consumare il pranzo preparato dallo chef di fama internazionale Bruno Barbieri”. I festeggiamenti continuano fino a tarda notte, interrotti solo dalla telefonata di papa Francesco che ci tiene a fare gli auguri alla nuova coppia, che senza dubbio crescerà i figli nella cristianità perché “cari fratelli, non sappiamo più che diavolo inventarci per far tornare i fedeli alla chiesa”.

Il dramma, tuttavia, è dietro l’angolo. Tebaldo, di fatti, è deciso a farla pagare a Romeo per l’affronto procurato alla sua famiglia, e, quindi, si aggira per Verona nella speranza (vana: Romeo e Giulietta sono partiti per una crociera in viaggio di nozze) di trovarlo. Si imbatte però nei suoi amici, a cui chiede dove sia il giovane: Mercuzio, amico di Romeo e parente del principe, lo irride, facendo crescere la rabbia del giovane Capuleti, già duramente provato da questa società fatta di precariato e insicurezza (così riferirà il giorno dopo un popolare blog, forse all’oscuro del fatto che Tebaldo avesse un posto fisso in un’azienda del settore comunicazione), che decide di vendicarsi. Tessendo oscure trame, egli convince Mercuzio, che non ne avrebbe alcun bisogno, a chiedere l’apertura di credito presso una banca per realizzare un suo vecchio sogno: diventare imprenditore di se stesso. I primi tempi, gli affari vanno bene, ma presto l’avidità della banca prevale, riprendendo a Mercuzio la fabbrica, la casa da seicento metri quadri, la Jaguar, l’aereo privato, le tre concubine acquistate in nero da Paride e financo le mutande da seicento euro il paio. Umiliato, Mercuzio è costretto ad un destino peggiore della morte: dichiarare fallimento.

Questa è la situazione che Romeo trova, quando torna dal suo idillio romantico; egli intuisce fin da subito che dietro tutto c’è lo zampino di Tebaldo, nonostante le astute manovre di questo per dare la colpa a qualcun altro. Romeo, allora, lo rapisce e lo porta con sé presso le ciminiere dell’Ilva di Taranto, costringendolo a respirarne i fumi. Incapace di resistere, Tebaldo muore.

Romeo, sul cui capo già da anni pendeva un avviso di garanzia per la gestione non chiara del polo siderurgico, viene immediatamente (in fin dei conti stavolta di mezzo c’è andato l’impiegato di un’azienda del settore comunicazione) arrestato; poche ore dopo, tuttavia, gli verranno concessi gli arresti domiciliari, che deciderà di scontare presso la villa seicentesca che possiede presso Mantova.

Giulietta, inutile dirlo, è disperata: il padre, di fatti, pretende che lei sposi Paride, ignaro del fatto che Romeo le aveva portato come dono di nozze una detrazione IRPEF da favola. Frate Lorenzo, tuttavia, ha pronta una soluzione: consegna a Giulietta una pozione capace di farla apparire come morta, e le consiglia, in più, di non aggiornare più il suo profilo Facebook per le successive sei – dodici ore, onde fugare ogni dubbio. Si occupa poi personalmente di amministrare il suo funerale, di cui potete vedere le immagini sul sito di Italia 1, e di mettere al corrente Romeo del piano tramite Whatsapp.

Whatsapp, tuttavia, proprio in quel momento va down; e Romeo, non vedendo nuove foto di micini sul profilo della sua amata, crede essere capitata una tremenda tragedia, e rientra a Verona. Acquistata da un pusher una dose letale di marijuana (in questo consigliato da Carlo Giovanardi), si reca alla tomba di Giulietta, dove incontra Paride. I due hanno un tremendo scontro a base di “io però ti ho ascoltato mentre parlavi”, finché Paride non si accascia al suolo ucciso dalla noia, e Romeo può penetrare nella tomba della sua amata, deciso a consumare sul suo cadavere la fumata fatale. Si prepara, prende lo smartphone e scrive un lungo post di ottocento parole in cui spiega i motivi della sua decisione; nella cripta, però, non c’è campo e nemmeno wi-fi. Attendendo di poter tornare a connettersi, Romeo vede infine sollevarsi quello che crede essere il cadavere della sua amata, la quale si dichiara sorpresa ma felice di trovarsi lì.

I due si presentano quindi al padre di Giulietta, il quale si lascia convincere ad acconsentire al matrimonio in cambio di tre ministeri.

Sulle scene apocalittiche di Verona, il dramma si chiude.

 

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