Una favola (ed un paio d’altre cose)

Il Cane del Pastore era impazzito e stava inseguendo l’Agnello.

Fino a quel giorno l’aveva protetto, guardato a vista, allontanato i Lupi e tutte quelle altre maledette bestie che volevano approfittare di quella debolezza che la Natura aveva voluto concedergli in dono. Ed ora, invece, sembrava che volesse ghermirlo e mangiarlo. O forse era sempre stato così, che le Pecore più vecchie gli dicevano che non c’è poi tanta differenza tra il Lupo ed il Cane, solo che al Cane il Pastore da da mangiare.

L’Agnello fuggiva, con poche speranze. Corte, tozze, uno scherzo erano le sue gambe, rispetto a quelle dell’animale affamato che lo inseguiva. Aveva solo una possibilità: scegliere la strada giusta. E non lo fece.

Quel sentiero terminava in un burrone. Ora aveva la facoltà di decidere: le fauci del Cane o sfracellato sulle rocce. Si stava arrovellando in questo dubbio, quando qualcosa lo afferrò e lo gettò nella penombra di una caverna.

Ciò che accadde dopo fu tanto veloce che non ne vide nulla. Riuscì solo a sentire: un ruggito, un guaito spaventato, le zampe di un Cane, che un tempo era stato del Pastore, che scappavano via spaventate. Allora, nella caverna, entrò l’Orso.

“Mi hai salvato perché vuoi mangiarmi, vero?” chiese l’Agnello.

“Che cosa dici, amico mio? Guarda: io vivo di miele e bacche. Rispetto ogni animale che viva sotto il cielo che la Natura ha creato per farci stare il Sole che ci riscalda: per questo, non ne mangio alcuno, neppure dei pesci che vivono nei fiumi. Anzi, se vuoi, prendi e mangia anche tu, questa corsa deve averti spossato”. Gli avvicinò un ramoscello con ancora attaccate alcune bacche rossicce. L’Agnello le annusò, dubbioso: ma non era altro che ribes. Ne mangiò più lui, che l’Orso.

Tornò lì ogni giorno, per molto tempo. All’inizio, perché il Pastore non aveva ancora capito che il suo Cane non lavorava più per lui (fu così finché non uccise una delle sue Pecore preferite, una che sapeva che quel sentiero portava ad un burrone); poi, perché le bacche ed il resto che l’Orso gli faceva trovare erano molto meglio dell’erba del pascolo; quindi, perché gli piaceva l’Orso, che sembrava tanto quello che una volta aveva visto in braccio ad un bambino che aveva voluto a tutti costi dargli una carezza: solo, molto più grosso.

A chi gli chiedeva come mai, ultimamente, era tanto ingrassato, non nascondeva nulla. E rideva belando, quando qualcuno gli diceva che non doveva avvicinarsi all’Orso, perché in fin dei corsi non si può mai dire, sì, va bene, ora è così, ma chi può dirlo, poi, quando verrà la carestia, o quando si stancherà delle more e dei lamponi… “Ci fidavamo tanto del Cane, eppure, guardate un po’ cos’ha fatto” rispondeva lui, sempre, ogni giorno.

O, almeno, ogni giorno fino a quello in cui nessuno lo vide più tornare.

O μυθος δηλοι οτι: qualsiasi cosa vergognosa possano aver fatto Novartis e Roche, o anche Pier Paolo Brega Massone, va vituperato. Ma non sposta di un centimetro tutti i giudizi espressi sul caso Stamina.

E, a questo proposito, permettetemi di dire una cosa: chi non ha mai avuto a che fare con una maledetta bibliografia sui centoquindicimila studi condotti sull’unghia incarnita, non dovrebbe permettersi di esprimere la sua opinione in tema di medicina. Ma forse è che oggi io ho, per l’appunto, avuto a che fare con una di queste maledette bibliografie (no, non sull’unghia incarnita). Domani potrei pensarla in modo diverso.

O forse no.

 

 

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