“Per il potere di Grayskull”, la recensione senza spoiler (cit.)

In un proclama (che chiamare racconti le cose che scrivevo allora mi pare, ora, quanto meno improprio) di alcuni anni fa, su cui, per fortuna, credo nessuno ha mai avuto modo di venire edotto, emettevo questo lapidario giudizio sugli anni Ottanta: “gli anni più lunghi e merdosi del secolo breve”.

Per uno scherzo del caso, poco tempo dopo, mi capitò tra le mani una copia de “Il secondo diario minimo”, di Umberto Eco (ma forse mi confondo, ed era “La bustina di Minerva”: ma cambia poco). In uno degli articoli che lo componevano, quello che considero uno dei miei scrittori preferiti cercava in tutti i modi di convincermi che, oltre al reaganismo, al synthpop, ai paninari, a me (classe 1989), gli anni Ottanta, forse loro malgrado, avevano finito per regalarci anche qualcosa di buono. L’articolo era interessante, ironico, ben scritto (come se da Eco ci si potesse aspettare altro). Ma, almeno per quanto mi riguarda, non raggiungeva il suo scopo.

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Se l’edizione limitata di “Per il potere di Grayskull” di Alessandro Apreda (alias Doc Manhattan), non avesse avuto questa flippotripposissima (cit.) copertina, chiaramente, grazie al ricordo di uno dei pochi giudizi, espressi in quei giorni oscuri in cui scrivevo tanto male (non che poi sia molto migliorato), con cui ancora sono d’accordo, forse al mondo sarebbe stata risparmiata l’immagine di me che, brandendo fiero ed incosciente i pochi spiccioli rimasti sul mio conto corrente, mi fiondo sul sito della casa editrice di questo volumetto con la bava alla bocca come nemmeno di fronte alla Presidentessa (Olivia Wilde, per gli eretici che non lo sapessero).

Il pericolo infatti che questo libro non fosse altro che un’edizione riveduta, corretta e stiracchiata fino ad essere lunga 126 pagine (venendo così a costare 12,90 euri) di quel vecchio articolo del professor Eco era concreto; o forse lo vedevo concreto solo io. Che, benché mi spanci dalle risate e muoia d’invidia ogni volta che mi sciroppo tutto d’un fiato uno qualsiasi dei deliziosi articoli del Dottore, debbo sempre fare il noioso precisino della fungia (cit.) che mette in guardia le giovani generazioni dai sordidi pericoli della nostalgia: ed infatti proprio al Dottore ho dedicato uno dei miei post dedicati all’argomento, questo (che tra parentesi considero anche una delle mie cose meglio riuscite. Forse non per caso). Tutto questo per dire che non mi sono avvicinato a questo libro con l’adorazione che ci si potrebbe immaginare ma, anzi, con una buona dose di apparentemente fondati sospetti.

Ed il Dottore doveva averlo immaginato, che questi dubbi ce li avrei avuti. Infatti, esattamente a pagina 9 (cioè, alla prima pagina scritta da lui personalmente), si è premurato di dirmi: “oh, senti, non rompere i coglioni”, con queste parole:

Oggi, un terzo di secolo più tardi, parlare degli anni 80 per un trentenne avviato verso gli anta come l’autore di questo libro, sarebbe di per sé estremamente semplice. Il problema è farlo liberando gli occhi dalle spesse fette di prosciutto della nostalgia. Nei Paesi anglosassoni li chiamano rose – tinted spectacles, gli occhiali dalle lenti rosa

Se è vero che un buon libro sembra dire a chiunque lo legga quello che vuole sentirsi dire, questo dovrebbe già dirla lunga sulla qualità di quest’opera. E senza aver letto più di una pagina, e non essersi ancora addentrati in tutta quella marea di ricordi che, anche a chi come il sottoscritto non può che aver vissuto di rimbalzo (a parte le regole del campetto, che credo identiche dai tempi dei tempi), si palesano vive e vitali davanti agli occhi attraverso le parole dell’autore (si cita a memoria, in ordine rigorosamente casuale): gli insegnamenti di vita dei cartoni animati giapponesi, i genitori incazzati di Imola, il gufo della sala giochi, gli zainetti sopravvissuti ad un bombardamento atomico e poi finiti in una comune di graffitari, il Rocci tenuto sotto il braccio, le ginocchia sbucciate dopo le cadute dalle BMX, mentre si cercava di imitare Elliot, dimenticandosi che la Calabria non è la California (ma se una ci ha regalato William Bonin, e l’altra Alessandro Apreda, io così a naso non mi lamenterei. Ma comunque). Una marea di ricordi che si lascia leggere in una sera, e sarebbe lo stesso anche se fosse distesa su cinquecento pagine e non su centoventisei. O forse no, che chiunque sarebbe stato capace di sparare retorica e melensaggini ad ogni pié sospinto: e invece no, non c’è niente di tutto questo. Eppure, in qualche modo, tra una risata e l’altra, ci si (quasi) commuove lo stesso.

Alla fine, cambio idea sugli anni ’80, dopo averli visti “ad altezza di ragazzino”? (Apreda è nato nel 1975) No. Ma proprio per questo mi convinco che si possa costruire una buona narrativa (è così che andrebbe letto, questo libro), addirittura una mitologia, anche avendo a disposizione un materiale povero come quegli anni maledetti. Ditemi un po’ voi se è poco.

5-5Insomma, punteggio pieno? Sì, punteggio pieno, ed anzi sarebbe fuori scala tipo così:

Oliviase solo non fosse per quei “Ti accorgi che sono passati trent’anni perché…”, che fanno tanto “I migliori anni” di Carlo Conti. Ma, oh, dalla vita non si può avere tutto, e quell’uomo non è mica perfetto (cioè, non gli piace Kirsten Dunst, per dire), ma se lo fosse sarebbe un insopportabile pdf, e non ci sarebbe l’Antro atomico, ed io dove andrei a farmi quattro risate, ed a riflettere sul fatto che la grande letteratura (serio) può nascondersi ovunque?

P.S.: Ah, Doc, ecco, io mi chiedevo:

Cuboche ci vuole?

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5 thoughts on ““Per il potere di Grayskull”, la recensione senza spoiler (cit.)

  1. A parte che “Il secondo diario minimo” dovrebbe essere adottato come libro di testo nei licei, io ci sono nata appena appena al pelo, ma forse non sono completamente da buttare, gli ’80. Tranne per le spalline enormi sulle giacche da donna, quello è quasi un peccato mortale. 😉

    • Chissà perché lo sospettavo, che apprezzassi Eco :-). Che, tra parentesi, come scrissi una volta altrove, per me non ha mai scritto nemmeno una lista della spesa che non sia bellissima.
      Per il resto… forse. Ma i mali hanno superato di gran lunghissima assai i “beni” (si potrà dire così?).

      • Il problema è che adesso mi è rimasta in testa la canzone di Raf! 😛
        Non promuovo tuttissimo di Eco, ma apprezzo sempre il valore del suo lavoro, detto questo il testo che hai citato nel post non è apprezzato e diffuso abbastanza! 🙂

      • Be’, sì, in effetti i due Diari minimi sono entrambi dei grandi testi. L’isola del giorno dopo è un testo che mi è piaciuto poco.
        Be’, quella sta lì apposta: sono del tuo stesso anno, tutte le volte che si sente in giro quella canzone la mia risposta immancabile è: io 😀

      • E’ un punto di vista che non avevo mai immaginato, rispetto alla canzone! 😀

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