Storia di una città, la recensione (L’emeroteca di Babele)

(Tempo fa, lessi da qualche parte “Quando qualcuno lo dice meglio di me, lo cito letteralmente, senza vergognarmene”. E quindi: visto che quanto avrei potuto pensare io, di questo libro, lo ha pensato anche l’anonimo recensore della Rivista letteraria numero 27 di questo mese, solo che lo ha scritto meglio, tra parentesi citando anche me non so bene per quale motivo e sotto il consiglio di chi, vi copio tutto l’articolo, e buonanotte; mi sono solo limitato ad inserire dei link dove ho ritenuto opportuno, ed anzi devo ammettere che avrei fatto proprio un copia – incolla, se solo della rivista esistesse una versione on line.

Colgo l’occasione per dire che questo post inaugura una serie di articoli – copiature simili, che intitolerò, come vedete su, L’emeroteca di Babele. Che poi, si potrà chiamare emeroteca, anche se l’articolo viene da una rivista e la raccolta sarà aggiornata in date del tutto casuali? Mi auguro di sì. Buona lettura).

Quando questa rivista nacque, ormai vent’anni fa, i suoi creatori trovarono spiritoso ironizzare sull’industrializzazione e conseguente banalizzazione della cultura, dandole il nome che ha (il numero rappresenta l’età media di chi allora faceva parte della redazione. Altri tempi).

Possiamo dire, oggi, senza timore di essere licenziati, che la scelta fu di per se banale, perché sul problema si discuteva nei circoli accademici quanto meno dai tempi di Adorno e forse anche di Benjamin (e fa forse bene un blogger, ad ironizzare dicendo che  vorrebbe vedere un saggio filosofico finalmente dedicato al porno); d’altronde, che il tema fosse e continui ad essere attuale lo dimostra questo volume che stiamo recensendo.

Nulla, infatti, è stato in passato più spinto a forza nel tritacarne della catena di montaggio culturale quanto l’horror: anonime attricette da quattro soldi, poi, come buon senso vuole, dimenticate e sostituite da altre del tutto identiche, sono finite sul grande schermo ad urlare di fronte a mostri del tutto posticci non solo nel make up, cosa su cui si potrebbe anche transigere (in fin dei conti, non tutti dispongono dei fondi di Kubrick o dell’inventiva di Hitchcock), ma proprio nell’ideazione e nella messa in scena, non una, non dieci, non cento, non mille ma forse milioni di volte; e, da quando qualcuno ha “riscoperto” il lato romantico dei vampiri, alla scena letteraria non è andata meglio. Ci troviamo oggi di fronte ad un’invasione non di Ultracorpi (cosa che senza dubbio ci farebbe bene), ma di gridolini ridicoli e moventi al riso più che ad un genuino cagotto, e mi si scusi se induco al vernacolo.

Logico, dunque, che questo libro (spiegherò poi il perché utilizzi questo termine, all’apparenza improprio) sia stato accolto con più di un’alzata di sopracciglia da molti recensori, anche piuttosto svegli (penso, ad esempio, a Goffredo Fofi di “Internazionale”): qui non solo c’è l’orrore, ma c’è anche un altro elemento nazional – popolare che, in teoria, dovrebbe portarci a ritenere che ad acquistarlo saranno soltanto annoiate casalinghe di Cervesina e dintorni, convinte che forse in esso si celino le ennesime avventure, forse, finalmente, a sfondo erotico (che anche il genere ha fatto notevoli passi indietro, dai tempi del De Sade), del vampiro Edward, e semianalfabeti che ancora non hanno raggiunto la maggiore età, ed in cui, perciò, continuiamo a riporre una sciagurata speranza. Sto parlando, ovviamente, dei disegni: che “Storia di una città” non è un libro di parole. No: è un fumetto. E piuttosto “tozzo” (duecentotrentotto pagine), pure.

Ora, come tutti i nostri lettori sanno, da queste parti dell’ottava (o quale sia il suo numero) arte non ci siamo mai occupati. Un poco perché abbiamo preferito lasciare l’argomento a chi se ne occupa per lavoro (ed in Italia riviste specializzate non sono mai mancate), un poco per il motivo di cui si diceva all’inizio: i fumetti, di fatti, sono popolari (mi spingerei a dire “letteratura popolare”, se non fosse giudizio temerario) per antonomasia.

Non bisogna, tuttavia, fare l’errore di confondere “popolare” con “banale” o peggio ancora con “industrializzato”, dal momento che questi termini sono tutt’altro che sinonimi; e comunque, quand’anche lo fossero, qui di “popolare” non c’è proprio un bel niente. Siamo infatti più dalle parti de “La Grande Bellezza” (anche se, al contrario del capolavoro di Sorrentino, quest’opera non ha provocato altrettante, sterili polemiche) che de “L’Uomo Ragno contro l’Uomo Colla“.

Certo, non sembra così se ci si fida delle prime pagine: una via buia, senza dubbio anglosassone, una casa semidiroccata, vestigia di film horror di dubbio gusto un po’ da tutte le parti, una donna seminuda appena avvolta da un lenzuolo. Tutti elementi che fanno terrore, ormai, solo per un motivo: e cioè perché sembrano tirare in ballo uno dei personaggi più insopportabili, per quanto riguarda i “disegni parlanti”, degli ultimi vent’anni: e cioè Dylan Dog. Se è vero, però, che il terrore sta nel sorprendere, qui Sclavi fa un cattivo lavoro: il protagonista, infatti, è proprio l’Indagatore dell’incubo. Ma questo non è un buon motivo per mettere giù il libro, fidatevi, abbiate solo un attimo di pazienza.

Tiziano Sclavi, infatti (ideatore del personaggio, e qui sceneggiatore dopo una pausa creativa durata quasi dieci anni), fa in modo di alleggerire il compito a quanti, e saranno in molti, vista la sua pochezza, trovano insopportabile la sua creatura: dopo aver infatti dato un contentino a quanti hanno acquistato il libro contando di trovarci i soliti ingredienti che hanno reso la sua serie popolare (sesso, mostri, scazzottate, sparatorie ed umorismo demenziale, quest’ultimo affidato ad un personaggio di nome Groucho, assistente che poco aiuta il suo principale e che sfiora il plagio fin dal nome e dall’aspetto), raccontandoci di una breve avventura vissuta dall’investigatore privato con la ragazza che ha testé conosciuto in senso biblico, e che lo ha pagato, supponiamo, con ben altro intento. Di questa senza dubbio avvincente storia, tuttavia, non arriviamo neppure a conoscere il finale: che Dog dice una parola più del dovuto, e la sua ormai ex cliente ed ex fidanzata si riveste e se ne va, senza farsi rivedere mai più. Compare Groucho ad ironizzare sulla faccenda e, giusto l’attimo prima di vomitare per la quantità di stupidaggini che riesce ad affastellare nel giro di tre vignette il baffuto spiritosone, ecco che suonano alla porta. Qui si comincia a fare sul serio.

Il tempo di voltare pagina, infatti, e ci ritroviamo, subito, catapultati in un altro libro; un libro di cui, per fortuna, il protagonista non è Dylan Dog. La sua figura, infatti, piano piano scolora nello sfondo, sostituita dalle relazioni umane di una città di cui non veniamo mai a sapere il nome, ma che riusciamo ad immaginare trovarsi in Italia (vari sono gli indizi che lo dicono, tra i quali, ovviamente, i pochi personaggi di cui ci vengono rivelati i nomi, tutti volutamente ambigui: Arianna, Anna, Tom). Qui un cliente di cui, pure (il non detto è uno dei temi chiave di “Storia di una città”), non sappiamo assolutamente nulla, se non che ha incaricato Dog di indagare su una misteriosa scomparsa.

Le tirate pseudo – filosofiche di chi sta conducendo l’inchiesta vengono ben presto sostituite dalle rivelazioni a mezza bocca dei personaggi interrogati, che divengono improvvisamente restii a dare anche solo poche informazioni di se, quando poco prima sembravano, di fronte ad un Alexander, amici un poco di tutti (dimostrando così che, più che le capacità disinibenti dell’alcool, che forse non per caso è un vizio che al preteso protagonista manca, sono oggi come oggi importanti quelle della socialità); dai primi piani intensi e sofferti di chi si vede messo con le spalle al muro non dall’acume di chi viene pagato, teoricamente, per far luce su un evento avvolto dalle tenebre, ma dai tradimenti e dalla codardia di persone di cui credeva di potersi fidare ciecamente; dai lunghi ed importanti silenzi, che predominano grandemente sui dialoghi (leggo su Internet che scrivere un fumetto in gran parte muto è molto più difficile che scriverne uno in gran parte “parlato”. Ho letto troppi pochi fumetti per dirmi d’accordo, e tuttavia posso affermare che è anche molto, molto più facile, così facendo, mettere su una grande opera); e, soprattutto, dalle mille ipocrisie che solo in un posto provinciale e bastardo come l’Italia possono esistere.

Tutto questo riscatta ed anzi pone in diversa luce il finale, apparentemente stucchevole e privo di ogni rapporto con le pagine precedenti: il fatto che, alla fine, si riesca a sapere che a far scomparire (nel senso meno rassicurante del termine) Agata non è stato uno solo dei suoi componenti, ma l’intera cittadinanza non è solo un espediente copiato da “Assassinio sull’Orient Express” (e comunque si potrebbe al più parlare di omaggio, visto il nome dato alla vittima); ed il fatto che questa cittadinanza sia costituita, sappiamo finalmente in una delle ultime pagine, da zombie, benché fino a quel momento nulla l’avesse fatto sospettare, non inficia minimamente il senso della critica espressa fino a quel momento, ma anzi costituisce un trampolino per nuovi, più inquietanti interrogativi (vedi più sotto).

Inutile dire che sui disegni non dovrei esprimermi: come tutti in questa rivista, io mi occupo di parole, per portare a casa la pagnotta. D’altronde, come detto su, “Storia di una città” è un libro che si regge soprattutto su quanto ci è taciuto (ed è molto): è dunque normale che spesso Sclavi si faccia da parte per lasciare libero Leo Ortolani, che pure scrive e disegna un fumetto, Rat Man, che sembrava non avere alcuna possibilità di comparire su queste pagine (e invece), di esprimere tutto il suo talento (che non è poco). Ortolani, come d’altronde Sclavi, cita a tutto andare: effetti deleteri del successo cinematografico di Quentin Tarantino, è ovvio, ma qui quello che è citato è di un livello ben superiore ai filmacci di Hong Kong ed ai western spara spara tanto cari al cineasta italo – americano.

Come detto Agatha Christie, che avrà pure lei scritto robaccia ma è stata la più grande nel farlo; e poi Dickens, come si capisce subito, ma anche Baudelaire, Rimbaud, François Villon, Alice Munro, Osvaldo Soriano sono solo alcuni degli autori che Sclavi si diverte a farci sapere che ha letto, alla faccia della fama di “venditore di sangue agli adolescenti” che lo accompagna. E non è da meno Ortolani, che comincia con l’ovvio “Nighthawks” di Edward Hopper e poi si eleva, lentamente, verso l’arte moderna e perfino verso la contemporanea più sperimentale. “Mi guarda con la faccia di un quadro di Picasso, e non è perché abbia tre occhi” è una citazione che vi ricorderete per parecchio tempo.

A chi, infine, già si fosse indignato per il finale che sembra prendere in blocco tutto quanto di buono fatto nelle pagine precedenti e trascinarlo a forza nel filone dell’horror “parasociologico” tanto caro a quel cialtrone di George Romero, consiglio di non fermarsi a quella che, apparentemente, è l’ultima pagina del fumetto: saltate la lunga (e noiosa, uno dei pochi motivi per cui questo libro non meriti il punteggio pieno) lettera in cui Sclavi racconta il chiaramente travagliato parto del suo racconto, evitate come la peste l’intervista ad Ortolani (giochi di parole e doppi sensi a gogò? Nel ventunesimo secolo?) e leggete quella che è l’ultima pagina del volume. La riconoscerete subito: c’è scritta sopra “Una tavola scartata”. Be’, non credeteci. Quella è la vera ultima scena della storia.

Dylan ha ripreso il suo maggiolone Volkswagen e se ne sta tornando, senza fretta, a casa sua, a Craven Road numero sette, a Londra (Wikipedia mi dice che a quell’indirizzo c’è una paninoteca. Un po’ di ricerca non guasterebbe). Riflette, ovviamente, perché questo fanno i grandi eroi romantici: ma qui, la riflessione va pericolosamente vicino ad un perturbante di freudiana memoria (“Ciò che doveva rimanere nascosto, è stato svelato”). Anzi, probabilmente ci va più che vicino: lo raggiunge, affianca e supera senza pensarci due volte.

“L’hanno uccisa per fame, Dio mio, per fame” si dice Dylan. “L’hanno uccisa perché, dopo tanti anni, nel loro paese di morti era arrivato qualcosa di vivo…”. Sapiente pausa con primo piano. Segue inquadratura del maggiolone che va verso il tramonto. Ultima vignetta, col maggiolone in lontananza: “E, allora, perché a me no?”.

“Perché a me no?”. Tutti dovremmo farci questa domanda. Tranne me, ovviamente (risate registrate). Nove stelle su dieci, e non se ne parli più. Anche se è un fumetto.

Solo un poscritto. Mi permetto di consigliarvi questo, per accompagnare la lettura.

Dedicato a Il giardino dei sentieri che si biforcano, che spero apprezzi. E sennò me lo dica, che tolgo la dedica.

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2 thoughts on “Storia di una città, la recensione (L’emeroteca di Babele)

  1. Apprezzo assolutamente e ti ringrazio molto! 🙂 Ovviamente, da buona rappresentante del mio genere, mettimi davanti un Corto Maltese od un Dylan Dog che mi si spegne il cervello, non ci si può fare molto, è il fascino misterioso e mascalzone che colpisce 😀 Detto questo, la recensione è molto molto interessante, soprattutto mi ha molto incuriosita il fatto che il fulcro della storia fosse decentrato da Dylan a chi forse ha fatto veramente la storia, o forse è la storia stessa. Penso ci sia buona probabilità che il titolo campeggi a breve tra gli altri sul mio comodino; per quel che riguarda il discorso dell’arte popolare ci sarebbe in realtà parecchio da dire! 🙂

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