I primi due Rat Man Gigante, la recensione? (per uno che di recensioni non ha più bisogno)

“Quando ero piccolo mi piaceva Rat – Man. Poi sono cresciuto. Anche Rat – Man”.

Sulle prime avevo pensato di fare così: scrivere un titolone lunghissimo, della serie “Rat – Man Gigante, Paralipomeni ad un discorso sociologico sul medium fumetto per una pace eterna e duratura, Tavola rotonda con i professori Freud e Pupazzo, Programma: Saluti delle autorità. Il Rat – Man come tabù. Chi voi credete che io sia? Deboroh e Gesù. Coffee break. A coloro che si tratterranno fino a questo punto simpatici gadget”, e poi limitarmi, nel corpo del testo, a quel semplice, ardito, geniale, modesto gioco metareferenziale che ho scritto in calce. Una simile operazione situazionista sarebbe bastata a fare di me l’uomo più sagace dell’Internet ed a spiegare abbastanza bene ciò che penso dei primi due numeri di Rat – Man Gigante. Rivista che, non so se s’era capito dalle mie allusioni sparse in giro (tipo qua e qua), aspettavo come Walter Kovacs il giorno del giudizio. Tipo che “Il mondo non è finito neanche oggi?” mi chiedeva l’edicolante, e io “No. Senza dubbio è per domani. Mi tiene da parte Rat – Man Gigante?”.

Ho desistito per non ammettere che non ho idea di cosa significhino metareferenziale e situazionista. Ed anche per via di mia nonna.

Mi spiego: finché io ho avuto quindici – sedici anni, l’opinione di mia nonna (tipo una via di mezzo tra i giansenisti ed Oliver Cromwell, solo di squisita ortodossia cattolica e meno tollerante) ha contato, a casa mia, più del Codice Penale. Le letture dei suoi due adorati nipoti erano attentamente passate al setaccio da una Commissione per l’Indice composta da tre giudici imparziali: lei, se stessa e se. I quali giudici si basavano, nell’esprimere il loro giudizio, sul testo fondamentale (in quanto unico) per la loro formazione accademica ed umana (si fa per dire): la Bibbia.

Inutile dire che Topolino era tollerato a fatica, giusto per evitare pericolose ribellioni, anche se le storie di Clarabella venivano provvidenzialmente epurate, che quella vacca l’aveva sempre insospettita. E che un fumetto su un idiota che si traveste, senza dubbio per mascherare le proprie perversioni, ed in cui fa capolino spesso e volentieri un transessuale platinato di nome Cinzia, be’… avrebbe potuto portare la sua pressione a valori esprimibili solo in notazione esponenziale. Che sarebbe stato un buon modo per liberarsi di lei, intendiamoci, ma in fin dei conti volevo un lavoro più pulito. Che ho finito per affidare ad un gruppo di simpatici signori, la cui storia potrete conoscere al cinema nel prossimo film di Martin Scorsese.

Ma sto divagando: tutto ciò era per dire che quando io ho avuto il piacere di conoscere Deboroh La Roccia, lui era già bello che cresciuto. E non fate battute, voi che, disdoro e pietà!, non l’avete mai letto, su quanto può essere cresciuto un tipo che come animale totemico si sceglie il topo, e che per di più è il protagonista di un fumetto che è evidentemente (fin dal titolo) una parodia, perché vi stupireste. In numeri come “Yellow”, “Era mio padre” ed “E venne il giorno!” c’è, nascosta tra i peti ed i bambini cagacazzo, molta più profondità che in tanti Batman, Spiderman o Devil. Specialmente se si parla di quei Batman, Spiderman e Devil pieni di primi piani che vogliono trasmettere al lettore la sofferenza che prova un supereroe quando si schiaccia un’unghia. E che per di più non ci riescono perché gli occhi del supereroe in questione sono coperti dalla duecentofrazzordicesima didascalia di cui necessitiamo per essere messi a parte dei loro pensieri. Sì, Frank Miller, ce l’ho con te; ed anche Ortolani, a giudicare dal CAPOLAVORO che è riuscito a trarre da quel mucchio di merda nazionalsocialista (fin nell’ossessione omofilica di mostrare per duecento pagine uomini in mutande) che è il tuo “300”.

Ok, avete capito: io e Leo abbiamo una relazione. Una relazione iniziata col sesso (ed infatti, il mio primo numero di Rat – Man è stato “Stessa spiaggia, stesso sale”), ma che si è trasformata, nel tempo, in amore puro ed incondizionato. Non fosse per quei diamanti che gli chiedo di tanto in tanto.

E quindi, come ogni Sfrangiamaroni che si rispetti, ho voluto vedere il suo album di foto. Quello in cui aveva ancora tutti i capelli neri. Quello in cui ancora non aveva le figlie che volevano stargli sedute sulle spalle in ogni scatto per aggravare i danni già prodotti dall’età alla sua colonna vertebrale. Quello in cui ancora credeva di poter essere il più grande autore Marvel vivente (lui. Che noi si continua a crederlo). Quello in cui sono raccolte quelle storie dei suoi inizi, quelle piene di gag che piacevano tanto ai ragazzini e che fanno venire l’orticarie alle sue numerose fidanzate attuali, quelle che hanno letto ed adorato “Yellow”, “Era mio padre”, “E venne il giorno!” e soprattutto “299” (+1).

Perché diciamolo: le prime storie di Rat – Man sono, semplicemente, inguardabili; un susseguirsi di scenette, non tutte memorabili (anzi), tenute insieme da un filo tanto esile che al confronto la Saga di Pretesto potrebbe vincere un Pulitzer e finanche un Nobel. Qua e là, sprazzi di bellezza (il finale di “La minaccia verde”, alcune tavole di “Legami di sangue”, qualche battuta che strappa il sorriso): ma, in generale, nulla che, se fossi stato quello che sono ora nel millenovecentonovanta e tanto, mi avrebbero spinto a continuare a comprare quella serie autoprodotta.

Dice: e allora perché hai buttato via due euro e cinquanta anche per il secondo numero? Oh, per svariate ragioni.

Uno: Leo tutto questo lo sa, e non lo nasconde. Con la consueta autoironia, ci scherza sopra, ammette di aver fatto degli errori, di non aver pensato minimamente di dare un senso a tutto quello che gli veniva in mente.

Due: perché tutto quanto c’è di buono e di geniale in Rat – Man è nato da qui. Ed a te, autore in costante autopromozione, che commenta sui blog altrui e tiè, crepi la liquirizia (cit.), butta lì a caso un link proprio al sito di Ortolani, sperando che qualcuno per sbaglio ci clicchi sopra e finisca per capitare qui, tutto questo da un senso di speranza.

Chissà, magari un giorno anche a te, quasi per sbaglio, capiterà di tirar fuori, da quelle schifezze di cui riempi questo blog, un gioiello come L’immutabile Destino (l’ultima storia del numero 2). E poi un “Era mio padre”, e poi un “Yellow”, e poi un “E venne il giorno!”…

Grazie, Leo. Grazie perché ci fai credere che un giorno potremo essere autori del tuo livello. Anche se non è vero.

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