L’inventore (L’emeroteca di Babele)

(Qui il primo episodio, le spiegazioni, la dedica che rimane inalterata a Il giardino dei sentieri che si biforcano. La dedica, anzi, è qui rafforzata).

(Sono abbonato a Linus. Con la copia di questo mese, ho trovato in allegato questo curioso “racconto derivativo”: così viene definito nell’introduzione, che lo attribuisce ad un giovane autore che ha voluto mantenere l’anonimato firmandosi Lele Nunsai (evidentemente uno pseudonimo). Tale scritto è ispirato al racconto, omonimo e finora inedito, che la moglie di Charles Bukoswki avrebbe ritrovato tra i suoi scritti e che avrebbe dovuto, originariamente, essere incluso in Storie di ordinaria follia. Sarà bene mettere subito in chiaro che i dubbi sull’autenticità di questo inedito sono emersi fin da subito, continuano finora e, probabilmente, hanno ragione i -non pochi- critici che credono che l’autore debba essere un altro. Queste considerazioni, dovute, non hanno attinenza col racconto, se non tangenzialmente).

Aprì la porta, e nella cornice comparve Jack. Non si faceva la barba da sei giorni, valutò, e sembrava che non si cambiasse la camicia almeno da altrettanto. Ma nonostante questo, e nonostante fosse palesemente ubriaco, era pur sempre suo amico, e così Calvin disse: “Vieni, Jack, accomodati”, e gli allungò una sedia. Sperando che s’interessase al giornale che era appoggiato sul tavolo, e non al motivo per cui si era ridotto in quello stato. Perché sapeva che le storie degli ubriachi lerci e sporchi, al contrario di quelli che vomitano sul pavimento, ma stanno sempre bene attenti a non farlo andare a finire sulla camicia firmata, sono sempre tristi, tanto tristi da farti tagliare le vene, chiaro, non perché sospettasse che Jack potesse aver scoperto che lui si scopava la moglie. Su quello era in una botte di ferro.

Fu fortunato: né l’alcool, né i motivi che lo avevano spinto ad immergervicisi fino al collo gli avevano fatto dimenticare le sue passioni. “Toh, L’inventore” disse Jack, infatti.

Calvin fece un mugolio d’assenso mentre prendeva due bicchieri e si voltava verso il frigo per prendere la bottiglia. Della coca.

“Sì, porca puttana, c’hanno fregato. Tu l’hai già letto?” chiese, poi.

“Sì, mi è arrivata la rivista a casa la settimana scorsa…”

“Cazzo, mi chiedo perché qui ci metta sempre tanto. Devo protestare col postino”

“Lascialo perdere, poverino, non l’hai letto che vita di merda fanno quei poveracci?”. Sollevò il giornale mostrando la foto di Bukowski. “Tu ci credi che questa roba l’ha scritta lui?”, domandò, prima di dire: “Non darmi quella merda. Piuttosto, un bicchiere d’acqua”

“Come vuoi, ma ho solo quella del lavello”

“Andrà benissimo. Non può farmi più male di quello che ho bevuto finora”. Fece una risata, che però gli uscì un po’ roca. Valutò che fosse meglio lasciar perdere, ed in silenzio ascoltò l’acqua che fluiva dalle tubature al bicchiere. Mormorò un “grazie” vuotandolo in un fiato, mentre Calvin sorseggiava quella schifezza zuccherata come se fosse un cazzo di Montrachet, e non diceva niente. “Be’?”, disse lui, alla fine.

“Be’, cosa?”

“Be’, non mi rispondi? Secondo te l’ha scritto Bukoswki, oppure no?”

“In realtà…” diede un sorso, decantò, inghiottì. “… non saprei. Senza dubbio, comunque, è un racconto interessante”

“Sì, è vero”

“Però, anche se ci sono altri racconti in cui si è occupato di invenzioni particolari… tipo “Macchina per fottere”, tanto per fare un esempio eclatante… boh, qua c’è qualcosa che mi dice che non è il suo. Per carità, come vocabolario e stile ci siamo, ma tuttavia…”

“Tuttavia?”

“Tuttavia, c’è qualcosa nel tono che non mi convince”

“Che vuoi dire?”

“Voglio dire. Bukowski è uno che non è mai stato un maestro del non detto. Grande scrittore senza dubbio, ma una delle sue doti migliori è senza dubbio quella di essere esplicito, a volte fino all’eccesso ed allo sputtanamento. E non intendo solo per quanto riguarda il sesso”

“E?”

“E qui, invece, siamo da tutt’altra parte. Questo racconto vive di allusioni, di contorni sfumati, di accenni su cui non si torna più, di…”

“Cal, non è che questa è una recensione di quelle che scrivi per le riviste che leggono solo le donne zitelle, eh”. Soppresse subito la tentazione di sorridere, e gli allungò il bicchiere. “Dammene un altro, per cortesia”

“Sempre d’acqua?”

“Chiaro”.

Calvin si alzò ed andò al rubinetto. Riempì il bicchiere fino all’orlo e, dandoglielo, scherzò: “Bevitelo con più calma, non essere ingordo!”. Rise da solo, e dovette sentirsene imbarazzato, perché subito riprese, più serio: “Comunque, hai capito quello che voglio dire, vero?”

“Credo di sì. Più o meno”

“Ti faccio un esempio. Qui il misterioso scrittore sta assistendo al funerale di uno che in qualche modo è morto per via della sua invenzione: e di quella persona non è che ci dica molto. No, solo: guarda, questo qui stava tanto bene, prima, poi sono arrivato io ed ora eccolo lì, steso sulla schiena nella cassa di legno. Ed io non ne provo il minimo rimorso”.

Gli rispose il gorgoglio umido dell’acqua che scendeva giù per la gola di Jack, e quindi continuò: “Ed anche sull’invenzione, non è che venga fatta molta chiarezza: anzi, secondo me questa cosa di lasciarla volutamente nel mistero è una decisione ben ponderata, narrativamente anche interessante, ma, insomma, decisamente poco consona al modo di scrivere usuale di Bukowski”

“Su questo hai ragione. Ma potrebbe averlo fatto apposta, no? Un grande scrittore poco considerato da quei parrucconi delle riviste, come il nostro amico Calvin Cox, qui…” fece un gesto, come se volesse brindare “Senza offesa, Cal… ed invece ecco, lui vi stupisce, guardate un po’ cosa posso fare, brutti figli di puttana!”

“Potrebbe starci… ma io mi vedo Bukowski che mi descrive in tutt’altro modo tutto il processo di un’invenzione. Mi vedo laboratori ingombri di provette ricavate da bottiglie di whiskey, sangue che schizza a destra ed a manca in seguito ai mille esperimenti falliti, corse in giardino a seppellire i cadaveri seguiti da monte selvagge sullo stesso tavolo dove questi sono stati sezionati pochi minuti prima!”. In preda all’entusiasmo, fece cadere il bicchiere ancora mezzo pieno di coca, ed imprecò. Mentre afferrava uno strofinaccio per pulire, prima che finisse sulla rivista, Jack aprì la bocca, come se volesse dire qualcosa, e la richiuse subito. Per la prima volta, parve divertito, ma per buon conto non sorrise lo stesso. “Non che manchi il sangue, però”, si limitò ad osservare.

“Sì, ma… è diverso. Ci sono omicidi efferati, certo… i quali sono probabilmente la cosa meno efferata che ci sia in quelle dodici pagine. Ma è, come dire, tutto figlio di quest’invenzione di cui non ci viene mai rivelata la forma, e neppure la funzione. Tutti la vogliono, uomini apparentemente insospettabili (mi è rimasto impresso il bottegaio che cucina la moglie ed i tre figli e li serve ai clienti spacciandoli loro per un nuovo macinato ‘speciale’) accettano il crimine, la morte, perfino la follia, sembra esserci tutta una guerra sotterranea per questa cazzo di cosa… e nessuno si premura di spiegarci di cosa si tratti, e nemmeno a cosa cazzo assomigli. Più un racconto da rivista pulp degli anni Venti, che da giornale hippy underground”

“Mmm. Vero”. Se Calvin fosse stato un poco più attento, forse si sarebbe chiesto cosa ci trovava di tanto divertente, così tutto insieme. Ma aveva preso a sfogliare distrattamente la rivista.

“Ah, ecco” disse all’improvviso, evidentemente colto dall’ispirazione “Questa poi è la cosa che mi fa dubitare della paternità bukowskiana più di tutte: la morale”

“La morale?”

“Sì, insomma: c’è tutto questo bel mondo che abbiamo descritto, gente che s’ammazza, gente che ammazza, gente che fa ben di peggio, ed un anonimo sadico…”

“Cazzo, se sono d’accordo su questo!”

“Felice di avere la tua approvazione. Dicevo, e questo anonimo sadico che cammina in mezzo a loro, e si bea dei disastri che ha combinato. Ora, io voglio capire tutto. Voglio capire che dovrebbe essere stato scritto negli anni Sessanta, questo racconto, e dunque si era in piena Guerra Fredda, e la bomba atomica, e la mutua distruzione assicurata, e bla bla bla. Ma” si versò della coca, e stavolta la bevve tutta d’un sorso “uno, Bukowski non ce lo vedo proprio, a fare metafore. E soprattutto, due, io me lo aspetto, che ne so, da Kubrick, ma certo non da lui, che al limite ci si sarebbe fatto una bella risata sopra, alla morte dell’umanità, tutto questo attacco moralistico… perché è moralistico… tutta questa critica, così aspra, da vecchio trombone, contro la scienza e la tecnica e…”

“Oh, Cristo santo, adesso basta!”. Jack si alzò in piedi all’improvviso. “Ora tu mi devi spiegare che cazzo c’entra… ah, già, ma certo! Tu non hai finito di leggerlo il racconto, vero?”

“No, non ancora, perché?”

“Perché allora mi dispiace davvero, ma dovrai andartene con l’idea che veramente si parli di scienza, tecnica e cazzi simili”. Non ci fu nessuna lotta. Jack tirò fuori la pistola, mirò, e lo colpì alla pancia. Calvin Cox era morto prima di poter opporre resistenza, e non ne avrebbe più potuta offrire per i secoli dei secoli: poteva, dunque, anche prendersela un poco comoda.

Sfogliò il giornale fino a trovare l’ultima pagina del racconto. I suoi occhi si concentrarono sulla frase che lo chiudeva.

La mia invenzione ha scacciato dalle menti di molti che sono morti per loro stessa mano capolavori che mai leggerete. La mia invenzione ha causato stragi e, forse, a stare alle parole di alcuni, guerre. La mia invenzione, che vi ho illuso dicendovi essere necessaria alla vita, della vita si farà distruttrice. La mia invenzione sono io. Il mio nome è Cupido, e sono il dio dell’amore.

Sì, probabilmente non l’aveva scritto Bukowski. Ma, Cristo santo, era vero.

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