Geni, cellule e cervelli: una recensione reazionaria, maschilista e disonesta

Allora è deciso, lo chiamiamo “Effetto Fatto Quotidiano”? Ma sì, dai, chiamiamolo così e chi s’è visto s’è visto. Resta da definire di cosa stiamo parlando, però. E per farlo, abbiamo bisogno di un flashback.

2009. Annus horribilis quanto pochi altri mai: c’è appena stato il terremoto all’Aquila, ho seri problemi con lo studio, Berlusconi è ancora presidente del Consiglio, è già arrivata la crisi, alle ultime elezioni (le prime in cui ho votato, le prime dai tempi del fascismo da cui non esce un parlmaneto con dentro qualche partito “comunista”) la Lega Nord si è imposta come terzo partito italiano, mi sento come in un incubo da cui non mi sveglierò mai, forse nemmeno dopo la morte (penso queste cose per davvero ed arrivo a scrivere anche il mio testamento biologico: per toccare il fondo, ci sarebbe mancato solo iscrivermi a Facebook). Nonostante ciò, continuo a guardare Annozero, non so neanche bene perché.

In una delle puntate (non ricordo di cosa si parlasse: ad occhio, comunque, di economia) spunta un ospite che non è tra gli habitué di Santoro e che non avevo proprio mai visto prima, ma che cattura subito la mia attenzione. Mi sembra colto, intelligente, educato, pesa bene le parole ed apparentemente dice cose sensate (ma non farei affidamento sui miei metri di giuidizio di allora, ero orientato a votare Vendola). Ad un certo punto, qualcuno butta lì che in precedenza è stato direttore dell’Unità: dimenticando che lo sono stati anche Walter Veltroni e Conchita De Gregorio, la mia attenzione sale esponenzialmente; e la mia stima (sciocco) anche. Guardo ammirato questo signore dai capelli bianchi che scuote la testa di fronte alle baggianate degli altri ospiti in studio, risponde pacato alle critiche ed assesta dei colpi mica da ridere, suscitando spesso gli applausi del pubblico (che condivido). Esce bene perfino da quello che di solito è la tomba di tutti gli ospiti interessanti ed affiscinanti, e cioè il momento promozione: che s’è accomodato nello studio del Michele per promuovere il suo nuovo giornale, ma non lo fa in maniera fastidiosa, dice qualcosa tipo “Cercheremo di fare del nostro meglio”, e basta, finita lì. Quell’uomo è Antonio Padellaro, e sta annunciando la nascita del “Fatto Quotidiano”. Sarà una somma di tutto, il mio stato, la sua bravura, Vauro che disegnerà le vignette per lui ma, posso dirlo sinceramente?, mi arrapo. Voglio spendere un euro e venti ogni giorno per questo quotidiano, cazzo!

Poi, sappiamo tutti com’è andata a finire: così. Il giornale che poteva farmi venire voglia di andare in edicola ogni sacrosanta mattina, trasformato in un incarto per il pesce, una versione di sinistra (cioè, di sinistra) di “Libero” o del “Giornale”, e poi, per un periodo, nell’ufficio stampa del MoVimento Cinque Stelle. Certo, ora va meglio: ma è troppo tardi. L’infatuazione giovanile è passata, ed anche il momento di disperazione. Non sono cose.

Ecco, Geni, cellule e cervello di Hilary e Stephen Rose, compagni nella vita come nel lavoro, mi ha fatto lo stesso effetto. Mi aspettavo un affascinante viaggio all’interno della domanda fondamentale delle neuroscienze, “come emerge la mente dal cervello?”, un saggio sulle ultime frontiere dello studio di quella black box che abbiamo in mezzo alle orecchie, un lavoro che cercasse di farci capire che grande, involontario dono ci ha fatto la selezione naturale a dotarci di questo magnifico organo, che ci fa abboccare a quanto racconta Padellaro, è vero, ma ci permette anche di scrivere Il nome della rosa, o quanto meno di leggerlo. Ho avuto tutt’altro.

Certo, ho sbagliato io; che sarebbe bastato leggere il sottotitolo (“Speranze e delusioni della nuova biologia”) per rendermi conto che il volume andava in un’altra direzione. Eppure, non mi avrebbe esaltato, ma senza dubbio avrei comunque letto con interesse un libro che analizzasse le “implicazioni sociologiche” della scienza moderna: d’altronde, è proprio (anche) con l’intenzione di fare questo, che è nato uno dei capolavori della divulgazione scientifica contemporanea, Il caso e la necessità del premio Nobel Jacques Monod (leggetelo. Non è un consiglio, è un ordine). Ma la fatica dei coniugi Rose non è, purtroppo, neppure questo. E allora, benedetto ragazzo, vuoi dirci che cos’è? Ecco, il problema è che è difficile farlo, senza usare parole offensive verso i due autori.

La parola più gentile che mi viene in mente è gossip, o anche “metodo Mesiano”: si sceglie una disciplina scientifica, a caso, che ci sta antipatica (genetica? Biologia molecolare? Sociobiologia? Fisiologia sperimentale? Psicologia evoluzionistica? Neuroscienze? Venghino, signori, venghino, ce n’è per tutti!), si da una rapida e superficiale spiegazione di ciò di cui questa disciplina si occupa, dopodiché si passa ad illustrare come sia nata e come si sia sviluppata, ovviamente con dovizia di particolari scabrosi: Darwin era misogino, Crick avido, Bernard e compagnia sadici e nazisti ante – litteram. E via di questo passo.

Niente a cui non sia abituato, eh: la confutazione ad hominem va molto di moda, in questi tempi, anche se uno non se l’aspetterebbe certo da due scienziati, quali gli autori si qualificano fin da subito. Però, ecco, a me viene spontaneo, e quando tengo in mano queste opere, di solito mi chiedo: ma qualcuno davvero prova interesse per questo genere di cose? Cioè, sostenitori del disegno intelligente, proponenti le cure a base di metodo Stamina e nostalgici dell’oscurantismo a parte, intendo.

Ma immagino l’obiezione: ognuno, direte voi, si sceglie l’hobby che preferisce; perfino tu stai ancora lì a scrivere su questo blog, benché oggi tu abbia avuto due sole visite, ed una da un tipo che cercava “4 donne nude” (e c’abbiamo le prove!). Sì, forse è gossip, da fastidio anche a noi, ma dai, su, non fa male a nessuno. Che non è vero, rispondo io, in generale e per questo libro in particolare: perché questo libro non si limita a dare un po’ di maldicenze al grande pubblico. No, questo libro va oltre: vuole trarre delle conclusioni sugli studi degli “accusati” partendo dalle loro convinzioni personali. Così, la teoria dell’evoluzione viene bollata come frutto orrendo del vittorianesimo dei suoi tempi, perché Darwin la pensava come la gran parte dei suoi contemporanei; il progetto Genoma come un inutile spreco di soldi che ha arricchito solo coloro che vi hanno partecipato (cosa innegabile, ahimé), solo perché ha scoperto molto più di quanto si credeva, ed ha contraddetto le opinioni di alcuni dei suoi rappresentanti più in vista; la fisiologia sperimentale una cosa crudele, perché i suoi “padri nobili” non badavano molto alle sofferenze degli animali su cui facevano i loro pioneristici esperimenti e, forse, puntavano a sperimentare addirittura sugli esseri umani. Cosa che poi non accadde mai, ma via, qua si parla di due che ogni tanto ricordano che loro si sono opposti a Bush che è andato a fare una guerra preventiva, eh, ne va della loro coerenza!, e poi i nazisti, ti sei dimenticato i nazisti? Loro li hanno fatti quegli esperimenti ed hanno fatto scoperte fondamentali per la medicina! (dal che: tutti i medici sono nazisti). Se avete mai visto un caso più clamoroso di “buttare il bambino con l’acqua sporca”, fatemelo sapere e gli darò ampia pubblicità.

Ci sono almeno due cose che mi irritano fortemente (come credo si noti) nelle pubblicazioni di questo genere.

Una è questa: condivido molti dei punti di vista degli autori, e su tante tematiche. Tanto per fare un esempio: sono convinto che bisogna liberare la ricerca scientifica dagli interessi privati, o quanto meno “allegerire” il peso che questi hanno nell'”orientare” gli studi che vengono condotti. Per fare un esempio: spuntano fuori ogni tre per due nuove, costose cure per tumori, Alzheimer e (soprattutto) rughe d’espressione, ma nessuno si occupa delle malattie infettive, che pure sono un problema serio. O anche: ci sono poche donne nei laboratori, nelle università, negli ospedali. O ancora: la scienza dovrebbe arricchire (e non solo economicamente) tutta la società, non solo alcuni suoi rappresentanti. E tu sei felice, qualcuno la pensa come te, bene!, scendiamo in strada con megafoni e striscioni e protestiamo tutti insieme! Ma.

Ma poi vai avanti nella lettura. Ed arrivi a quel passo drammatico in cui ci si avventura a sostenere che questi stronzi che volevano capire come minchia funzionava la produzione dell’insulina, che magari ci si potevano salvare delle vite, torturavano gli animali perché non potevano più picchiare le donne. O qualcosa del genere. Ed a te, onestamente, passa proprio la voglia di stare sotto la stessa bandiera di chi vuole evidentemente gettare anni ed anni di buon femminismo nel fango, andando alle conferenze per incazzarsi contro uno che dice, scherzando, che “in un laboratorio ed in un bordello si può fare quello che si vuole” (true story).

Peggio mi sento, nel constatare che le soluzioni proposte per questi problemi paiono rivolgersi contro le discipline (quelle, è chiaro, col più basso punteggio rilevato al test di Rose e Rose), che agli individui “storti” che ne fanno un cattivo uso. La genetica fa del riduzionismo sull’uomo, la sociobiologia non considera abbastanza le implicazioni culturali, la psicologia evoluzionistica dice che psicologicamente siamo rimasti a duemila anni fa: basta genetica, mai più sociobiologia, buttiamo via la psicologia evoluzionistica! Atteggiamento che, inutile dirlo, fa male alla scienza più del (malato) sistema attuale. Ed è un attimo che qualcuno si impadronisca delle loro intenzioni (senza dubbio buone, almeno dal loro punto di vista) per usarle a fini repressivi, che so, sulle ricerche che dicono che la razza umana è una, sola ed unica, sbugiardandole perché, boh, fanno del riduzionismo sulla naturale diversità sugli uomini, e proibendo il loro insegnamento. Avete presente la Germania nazista? Senza dubbio sì, visto che la citate per dirci che la medicina si basa sulla crudeltà: ecco, quello è il risultato di un uso siffatto delle discipline scientifiche. Un uso che nega uno dei cardini del metodo scientifico: quello di procedere per prove ed errori.

Siete arrivati davvero fino a questo punto? E, non posso crederci, ancora avete la forza di obiettare? Uao, che tempra! Le vostre voci sono esili, certo, eppure mi par comunque di sentire: sì, va bene, non sei d’accordo con le tesi. Ma c’è lo stile, no? Dovresti basarti su quello, per fare una recensione. Che poi magari non condividi la sua visione della Storia, ma non puoi che saltare sulla sedia ad ogni pagina, mentre leggi Mattatoio n. 5. Questo è un pamphlet, o abbiamo capito male? E allora parla della forza dell’argomentazione. Della lucidità del ragionare. Della potenza delle immagini. Obiezione lecita, e dunque lo farò. Non appena le ritrovo, tutte queste belle cose, nascoste da qualche parte lì, tra le supercazzole, le dimostrazioni per assurdo, ma senza dimostrazioni, e le difese Chewbacca che si affastellano una dopo l’altra.

Sarei però falso se dicessi che il libro è un totale fallimento. Se ne possono dire almeno tre cose buone. Uno: ti fa incazzare. E quindi ti da una buona scusa: eh, questa recensione è scritta di merda, ma è che sto scrivendo in preda alla rabbia, scusate! Due: ti fa ringraziare il cielo che girino ancora i libri di carta: che sennò, col DRM su ogni e – book, mica avrei potuto prenderlo in prestito, questo libro (da una persona che mi vuole meno bene di quel che pensavo, evidentemente). Tre, la più importante: non l’ho finito. E dunque posso immaginarmi qualunque cosa, per le cento e passa pagine che non ho letto. Anche che diventi più bello ancora di quello di Monod, toh, che non c’è limite alla fantasia.

Ma ancora non vi ho stancato? No, e non si fa così: per fare le recensioni ai libri si leggono fino in fondo! Sei disonesto! Non lo negherò, ma non è colpa mia: è che quando uno qualifica sprezzatamente Dulbecco come genetista, ecco, io ho l’impressione che non sappia davvero di cosa sta parlando. Un po’ come Salvini. E, di fatti, quando c’è Salvini in tv io cambio canale.

N.B.: l’ultima frase è ad effetto, e l’ho fatto apposta. Lo so che Dulbecco si è occupato anche di genetica. Ma scrivere: “Dulbecco, in quanto genetista”, per me, è un errore. Chiara la mia posizione? Sì? Ok, mo ve ne andate sì o no?

 

 

Advertisements

6 thoughts on “Geni, cellule e cervelli: una recensione reazionaria, maschilista e disonesta

  1. come mi ritrovo nel “giornale che poteva farmi venire voglia di andare in edicola ogni sacrosanta mattina”. per un po’ ci ho provato, eh. anche ultimamente, spesso.
    ora me l’ha un pochino fatto a fette davvero. e certo che però è rimasto il vuoto. (come quando dulbecco parla di genetica 😀 )

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s