Ufficio Brevetti

Ormai c’abbiamo fatto il callo.

Ogni cosa che si dice su queste pagine, subito provoca un riflesso condizionato. Ce l’hanno detto talmente tante di quelle volte, che alla cosiddetta opinione pubblica (che opinione possa essere, non si sa, con quest’informazione prezzolata e disonesta) ormai succede come ai simpatici, poveri cagnolini torturati da Pavlov: noi scriviamo qualcosa, qualsiasi cosa, e quelli si mettono a salivare. Ed a rivolgerci molti e fantasiosi epiteti, tutti più o meno riassumibili dalla parola “liberticidi”. Non è colpa certo dell’opinione pubblica, ma comunque da questo termine, se ancora è permesso dirlo, ci sentiamo profondamente offesi, per il fatto che noi di tutto siamo nemici, meno che della libertà; e, anzi, riteniamo il nostro Movimento, semmai, un comitato di liberazione della gente, del popolo oppresso da una burocrazia mostruosa, da una politica indifferente, da uno Stato ormai distante non solo da lei, ma anche da quei principi che ispirarono chi lo creò, ormai tanti anni fa.

No, non lottiamo contro la libertà; meno che mai, lottiamo contro lo Stato (altra colpa che spesso ci viene rinfacciata): semmai, lottiamo sia per l’una che per l’altra, scagliandoci contro… be’, credo sia giusto dire contro l’inutilità, contro tante piccole parti dell’apparato statale che hanno ormai fatto il loro tempo, e che sopravvivono solo e soltanto per tradizione, per radicato atavismo, quando non per franco clientelismo; o contro quelle che, pur nella loro innegabile indispensabilità, sono ormai in mano (per più o meno gli stessi motivi) a dei tali incompetenti, a dei tali fannulloni, a dei tali individui disinteressati totalmente del bene comune, da finire per diventare odiosi forse più dei primi. Ma che volete farci: è sempre comodo avere un ufficio in cui piazzare quello a cui una casta di politicanti di professione è riuscita a strappare il suo voto (che ci viene detto di esprimere ormai solo per pura formalità, visto come viene trattata la volontà popolare: ma lasciamo stare, che l’abbiamo detto tante di quelle volte da beccarci brutti mal di gola e perfino denunce), e che poi magari la volta dopo non rifarà lo stesso errore, se questa promessa non viene rispettata.

Facciamo un esempio pratico: l’Ufficio Brevetti, un moloch che sembra costruito apposta, nella sua arzigogolata complessità, per frustrare l’ingegno che dice di voler proteggere. Tanti e tali sono i moduli da compilare, tanti gli sportelli a cui presentarsi, tante le spese per bolli e certificati intestati (diciamolo pure, che non tutti possiamo permetterci di sostenere spese folli come certi esponenti del bel mondo), che ad uno passa anche la voglia, di chiedere di legare il suo nome alla straordinaria invenzione a cui ha dato vita con lunghe ore di studio ed applicazione. Quanti e quali opere che avrebbero potuto fare il bene dell’umanità, sono andate perse perché questo mostro ha finito per divorare fino alle ultime briciole la pazienza di qualche nostro concittadino? Quali miracolose medicine non avremo mai, perché un intransigente impiegato (chissà se avrebbe gradito che fosse altrettanto rigida, la commissione che ha deciso di assegnarlo a quel posto. Se ce n’è stata alcuna) ha rilevato che a pagina 241 dell’allegato C al modulo di richiesta numero 112/bis, mancava il timbro del capoufficio del quattordicesimo piano, ed ormai i termini sono scaduti, torni la prossima volta, grazie? Siamo sicuri che un simile istituto, nato ormai tanto tempo fa, sia ancora in attività per adempiere al suo compito, e non piuttosto per preservare preziosi posti di lavoro, che paghiamo noi, con le nostre tasse? Credo che queste siano domande lecite, tutt’altro che liberticide o irrispettose verso la sacralità dello Stato; ancor di più, se si considerano gli straordinari progressi compiuti dalla tecnologia negli ultimi anni (nonostante le lungaggini a cui bisogna sottomettersi per averne riconosciuta la paternità!), che rendono, di fatti, quasi nulla l’utilità di un simile apparato. Ma che poi: anche senza questo, una o due persone sarebbero, comunque, più che sufficienti. Perché è probabile, direi, che uno che sia riuscito nell’impresa di inventare un fantastico nuovo mezzo di locomozione, riesca anche a scrivere due paginette in cui spiega per filo e per segno come e quando ed in cosa la sua creazione sia innovativa, e perché ritiene che possa migliorare le prospettive per la vita futura del genere umano. Basterà poi una commissione di esperti, per decidere se questo inventore abbia ragione o no. Commissione che andrebbe scelta con metodi democratici e trasparenti, che eventi recenti dimostrano come, per dire, cure anche straordinariamente efficaci siano andate perse perché non facevano i comodi dei soliti noti.

Queste considerazioni, come sempre, nascono e sono rinforzate da una segnalazione che ci è stata inviata alcuni giorni fa da un giovane (che si sa, che ciò che c’è di storto in questo Paese va sempre e soprattutto a loro svantaggio), aspirante inventore, che ci ha chiesto di mantenere l’anonimato, anche per quanto attiene l’oggetto delle sue ricerche (richiesta che ci sembra più che sensata), ma di far conoscere al mondo la grottesca disavventura capitatagli un paio di giorni fa in un edificio che dovrebbe servire al cittadino.

Il nostro ha avuto la fortuna, presentandosi all’Ufficio Brevetti più prossimo alla sua abitazione, di non trovarlo intasato come ci si aspetterebbe in un periodo come questo, in cui tutti (soprattutto i giovani) paiono impegnati a regalare al mondo ogni giorno qualche novità; al momento propizio, tuttavia, non è corrisposto l’impiegato propizio: la nostra fonte riferisce che non gli è stato rivolto neppure un buongiorno, un cenno di saluto, qualcosa che facesse comprendere che quel bizzaro giovanotto, scarmigliato e con uno sdrucito maglione addosso (certo non perché gli manchino le finanze, con il lauto stipendio pubblico che finisce mensilmente nelle sue tasche), l’avesse visto entrare. Ma questo sarebbe il meno; ma il tipo, tutto assorto a contemplare certi foglietti di bloc notes su cui aveva scritto, in pessima grafia, talune cose che poco parevano avere a che fare con la gestione dell’ufficio, non si è volto non vogliamo dire a vedere cosa volesse, ma neppurea guardarlo, anche quando l’inventore si è prima schiarito la voce, e poi ha cominciato a bussare rumorosamente sul bancone che lo separava (per sua fortuna, ci ha tenuto a specificare) dal distratto impiegato. Alla fine, dopo alcuni minuti e piuttosto scocciato, il giovane si è avvicinato per chiedergli se aveva brevetti da presentare; sì, in effetti ne ho, ha risposto l’altro, prima di essere sommerso, senza tanti complimenti, da una cascata di fogli bianchi, bollati e pre-compilati in cui scrivere in quintuplice copia nome cognome indirizzo eccetera eccetera. Ehi, non potrebbe forse darmi una mano?, ha domandato, dunque, solo per sentirsi rispondere, in tono piuttosto sarcastico Solo se lei può darne una a me, e non può. Ma come!, ha tentato di protestare il povero utente. Inutile: senza dubbio certo di aver svolto anche più del suo dovere, il poeta s’è risieduto sulla comoda poltrona che i nostri soldi continuano a tenere sotto le sue terga, ed ha ripreso nella stesura della Divina Commedia del nostro secolo.

Piuttosto seccato, il nostro concittadino si è disposto a mettersi, di buona lena, ad espletare le formalità che leggi vecchie di cinquecento anni prevedano vadano espletate per far riconoscere che, be’, si è stati bravi ad avere quella pensata; ma, arrivato ad un passaggio più ostico degli altri, è stato nuovamente costretto a chiedere consiglio a quel qualcuno che, benché maleducato, si presume sia stato messo lì perché con un poco di conoscenza in più sulla materia, rispetto al comune uomo della strada. Ma questo si è dimostrato ancor più screanzato di quel che era apparso in precedenza e, quando, col massimo rispetto possibile, l’ormai disperata giovane promessa delle scienze ha domandato Scusi, secondo lei qui…, ha risposto villanamente E secondo lei chi beve l’acqua, e di chi è la zebra?

Questo è stato veramente troppo, ed il nostro, gettando all’aria tutto quanto gli era stato consegnato, ha lasciato l’Ufficio Brevetti e si è messo a scriverci la sua inviperita invettiva contro costui: che finisce oggi nella nostra rubrica, “Il fannullone del giorno”. Ecco, se il governo, invece che i soliti proclami, vuole fare qualcosa di veramente utile, cominci da qui, dal basso, dal piccolo: rimuova questo individuo dal suo posto. Gli impedisca di passare le ore di lavoro a comporre le sue memorie, o a scrivere chissà cos’altro: siamo sicuri che non perderemo alcunché, che l’umanità non ne avrà alcun danno. Il nostro sventurato inventore ha preso nota del suo nome, e voi ve lo comunichiamo, perché voi lo rimettiate a fare quello che merita e che sempre farà nella vita, e cioè nulla. Quest’uomo si chiama Albert Einstein, e lavora all’Ufficio Brevetti di Berna. Vi ringraziamo

Da un non meglio precisato giornale svizzero di inizio Novecento.

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