Una storia

Tutti noi che scriviamo cerchiamo, sempre, di trovare la grande storia da raccontare. Non sempre, però, avere la grande storia basta: bisogna anche sapere come raccontarla. Scrivere libri o fare cinema, in un certo senso, non è poi così diverso dal dire barzellette (ed ecco perché il maggiore “autore” di un film è considerato il regista, e non lo sceneggiatore).

A me, per esempio, è venuta in mente questa storia: non so se sia grande, ma mi perseguita da giorni e, siccome non trovo il modo di raccontarla, la metto qui così come la penso, piana. Se qualcuno ritiene che possa servirgli, e che possa trarne un’occasione che a me continua a mancare (credo per miei demeriti), prego, faccia pure.

Dunque: in una grande città (non importa quale) imperversa da mesi uno spietato, rivoltante assassino (e probabilmente stupratore, ma viene solo lasciato intendere) di bambine. All’inizio della storia, dovremmo vederlo compiere il suo ultimo, efferato delitto: ferma una bambina che torna da scuola giocando con una palla, le fa qualche regalino, si compra la sua fiducia, la porta in un parco e quel che succede dopo lo sappiamo tutti.

Nella città, si scatena l’isteria: tutti sono indicati come possibili colpevoli, anche quelli a cui, semplicemente, una bambina si ferma a chiedere l’ora, e che così, per educazione, domandano: “Dove abiti, bambina?”. Più di una volta, si va vicini al linciaggio.

Per questi motivi, un ministro (possibilmente quello dell’interno, ma uno vale l’altro) fa pressioni sulla polizia, affinché si sforzi di trovare il colpevole. Dovrebbe risultare chiaro che il ministro condivida col popolo un ideale quasi “mistico” dei mezzi della polizia, come se il solo fatto di essere degli investigatori metta automaticamente nella condizione di individuare un assassino che, be’, potrebbe essere DAVVERO chiunque. Avete presente quella scena di Harry Potter dove il primo ministro babbano dice al ministro della magia, venuto ad informarlo che Voldemort nel suo mondo potrebbe fare il bello ed il cattivo tempo, che gli dice: “Ma… voi siete maghi! Potete usare la magia!”? Ecco, tipo.

Comunque, i poliziotti si mettono di buzzo buono a cercare di trovare questo serial killer (il termine, ormai inflazionato, dovrebbe magari evitare di essere usato); e cominciano a cercarlo, ovviamente, nelle fila dei soliti sospetti: perché è chiaro che uno che ruba orologi sia il primo indiziato per l’omicidio di nove bambine (nove è un buon numero, no?). Vanno nei quartieri controllati dalla criminalità organizzata, fanno retate, spesso e volentieri calpestano anche i diritti altrui, convinti di agire per la giustizia o, semplicemente, perché pressati dalle aspettative delle folle. Inutile dire che non trovano niente.

Per fortuna, viene in loro soccorso l’assassino medesimo (che, ovviamente, nella miglior tradizione hitchcockiana e del tenente Colombo, noi conosciamo già): questi scrive una lettera ad un giornale, per descrivere la sua penosa condizione di uomo affetto da gravi turbe mentali, che fanno di lui forse una vittima più che un “colpevole” dei suoi atti. Ad ogni modo, la polizia non rinuncia a cercarlo; e, se è per questo, neppure i malviventi.

Le attività della polizia, di fatti, rendono difficili gli affari della criminalità organizzata che, proprio in quanto organizzata, ha bisogno di ordine per prosperare (uno dei personaggi potrebbe pronunciare proprio questa frase): per cui, si rivolgono ad un famoso, acuto, spietato gangster, attivo in campo internazionale e ricercato praticamente da chiunque (una cosa tipo Il silenzio degli innocenti), per avere da lui lumi su come togliere di mezzo questo assassino perverso, che rovina loro non solo le attività commerciali, ma anche la reputazione (insomma, spacciare droga o sfruttare prostitute è sempre meglio che far fuori bambine).

Questi ha un’idea geniale. Saranno loro stessi a dare la caccia all’assassino, e lo faranno sfruttando una rete di personaggi presenti in ogni angolo della città: i mendicanti. Con metodo scientifico, dividono tutta la città in zone, ed affidano il controllo di ognuna ad uno storpio, un finto cieco, uno che si frega i soldi dell’INPS e per arrotondare chiede pure la carità.

La polizia, frattanto, non è restata con le mani in mano, ed ha iniziato ad indagare sui personaggi che già in passato avevano avuto modo di mostrare di possedere una personalità non proprio equilibrata. Alla fine, stringono le loro maglie proprio su quello che, alla finestra, abbiamo visto scrivere la lettera che è stata inviata ai giornali; si chiudono nel suo appartamento, decisi ad attenderlo lì: ma i criminali sono stati più efficienti.

Grazie ad uno di loro, che per colmo di fortuna è proprio quello da cui l’assassino si è fermato a comprare, che so, un palloncino all’ultima ragazzina uccisa, che ricorda un certo particolare legato a quell’uomo (un motivetto che fischietta sempre potrebbe essere un’idea), lo marchiano con un simbolo di riconoscimento (va bene anche una semplice lettera dell’alfabeto), e gli impediscono di compiere un nuovo, efferato delitto. Non paghi, prendono ad inseguirlo, decisi a catturarlo.

L’uomo cerca rifugio in un palazzo di uffici; i criminali sono convinti che tenterà di uscire mescolato agli impiegati, che stanno staccando proprio in quel momento, ma si sbagliano: l’assassino, di fatti, si è nascosto in soffitta. Riferiscono tutto all’acuto, famoso, spietato gangster, che sceglie di passare alle maniere forti: andranno a prenderlo lì dentro. Detto, fatto: si organizza una grande retata nel palazzo e, messe fuori gioco le guardie, si inizia a setacciarlo. Il mostro viene infine individuato: proprio in quel momento, però, una delle guardie si libera e riesce a dare l’allarme. In modo rocambolesco, i criminali riescono a catturarlo ed a fuggire: lasciano tuttavia indietro uno dei loro sodali, un ladruncolo da quattro soldi che, dietro un pesante ricatto (che so, una falsa incriminazione per omicidio), viene costretto a rivelare chi i malviventi cercavano in quegli uffici (è stato il guardiano che ha dato l’allarme, che ha sentito due dei malviventi che ne parlavano, a renderne edotti i poliziotti) e dove lo hanno portato.

Presto, lo vediamo anche noi: un vecchio edificio abbandonato, dove si è riunito un tribunale con tutti i crismi, solo composto dai membri della malavita (qui si potrebbe ironizzare sul fatto che questi conoscono bene il diritto, essendo stati in carcere); all’assassino, addirittura, viene concesso un avvocato difensore che, ascoltata l’accorata difesa del mostro stesso, che certo ha commesso quei delitti, ma solo perché incapace di opporsi ai suoi istinti, si pone egli stesso dalla sua parte. L’uomo, è la sua proposta, va affidato alla polizia e, eventualmente, ad un manicomio: una battuta che mi perseguita, a questo proposito, è “Un malato non si affida ad un carnefice, ma ad un medico”. Sulla ragione, tuttavia, prevalgono le emozioni, nei panni del solito famoso, acuto eccetera, che in questo tribunale è il pubblico ministero, e che elenca tutte le “pecche” della giustizia tradizionale: le amnistie, il vitto pagato dai contribuenti, eccetera, suscitando la reazione irata dei criminali (che qui, dovrebbe essere chiaro, rappresentano l’intera popolazione). Questi si preparano ad eseguire, subito, la condanna a morte del mostro, ma vengono interrotti dai poliziotti che fanno irruzione, ed arrestano giudicanti e giudicato.

La storia dovrebbe chiudersi senza che si sappia cosa ha finito per decidere la corte “tradizionale” (sarebbe più interessante se il racconto fosse ambientato in un paese in cui la giuria può emettere una condanna a morte), col commento sconsolato della madre di una delle vittime che riconosce che uccidere l’assassino sarebbe solo compiere una vendetta, che non servirà a riportare indietro le uccise.

Ok, abbiamo giocato: quella che ho riportato sopra è la trama di M (in Italia Il mostro di Dusseldorf), film di Fritz Lang del 1931, uno dei capolavori del cinema tedesco e mondiale. Ma, suvvia: davvero la stessa storia, pari pari, non potrebbe essere raccontata oggi? Davvero non ci sarebbe lo stesso clima da “dateci una faccia perché possiamo odiarla”? Davvero saremmo capaci di non fare il tifo per i plurimi omicidi per soldi (il famoso, spietato eccetera, nel film, ha ucciso tre poliziotti, come l’avvocato difensore non manca di fargli notare), piuttosto che per un uomo che, per quanto macchiatosi di delitti orrendi (chi di voi crede che io sia un difensore della pedofilia, può accomodarsi alla porta, accompagnato da un’abbondante dose di calci nel culo), non è nel pieno possesso delle sue facoltà mentali? Davvero non vorremmo altro che veder penzolare quell’uomo dalla forca?

Siete sicuri? Ma sicuri sicuri? Io no.

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