Devil e la saga di Pretesto – 2 – Il cliente ha sempre ragione (4 di 4)

“Non si preoccupi né per la sua incolumità, né per le sue papille gustative: è uno dei migliori vitigni che esistano al mondo, e, come vede, lo sto bevendo anch’io. La vita è troppo breve, per bere vino mediocre”.

“La ringrazio, ma non posso accettare”.

“Cos’è, qualcosa tipo: non posso bere quando sono in servizio?”.

“Una cosa del genere”. E poi devo essere lucido. Il mio senso radar. Ho una città da interrogare. Anche se è quasi l’alba ed ho fottuto tutte le mie possibilità di dare alla mia mente qualcos’altro a cui pensare, quando ho deciso di venire qui da te.

“Non mi offenda negandomi anche il piacere di averla come ospite, almeno. Mi rendo conto che lei è Devil, ma suppongo che possa accomodarsi qui con me per qualche minuto. Non le farò proposte indecenti, glielo prometto, al contrario di lei io non sono in servizio!”.

Risero. “Io… sì, credo di sì” rispose Devil, mentre con naturalezza individuava una poltrona pochi passi dietro di lui, e ci si accomodava.

Era un’evoluzione imprevista e paradossale: di certo non avrebbe mai pensato che lui si sarebbe mostrato un padrone di casa tanto straordinario, che gli avrebbe offerto vino pregiato e lo avrebbe invitato a sedersi per fare con lui quattro chiacchiere, senza dubbio dottissime ed interessanti (fiutava nell’aria un odore di pelle e muffa che aveva imparato ad associare a libri troppo antichi per essere considerati vecchi). Soprattutto visto che era entrato nel suo appartamento sfondando una finestra.

Quando aveva iniziato a scalare il muro, liscio se non per alcuni appigli che nessun altro sarebbe stato capace di individuare, gli era sembrata una buona idea, per cui valeva la pena sopportare la fatica che comportava. Salire su, fino all’undicesimo piano (sapeva dalla lettera di Coleen che lui abitava lì), sfondare la finestra facendo più casino possibile, svegliare il padrone di casa, individuarlo seguendo le pulsazioni accelerate del suo cuore, sorprenderlo sulla porta della sua stanza da letto, afferrarlo per il brutto pigiama, avvicinarselo al visto (era la seconda volta che aveva quell’idea, quella notte) e quindi dirgli, con la massima calma possibile: “Let me introduce myself, I’m a man of wealth and taste”. Infine, godersi la paura che solo un diavolo poteva infondere in un uomo.

Non era andata così. Prima di tutto, perché lui stava dormendo. In secondo luogo, perché la sua comparsa non l’aveva minimamente spaventato: certo il crash che lui stesso aveva provocato poteva averne mascherato il suono (che comunque, seppure c’era stato, non era durato più di un secondo), ed il suo senso di radar non averlo colto, ma pareva che non avesse contratto un solo muscolo quando, in una tempesta di schegge di vetro, Murdock era atterrato sul tappeto nel suo sfavillante costume rosso. Si era limitato a fissarlo per qualche secondo; poi aveva alzato le spalle ed aveva commentato, con semplicità: “Non posso dire che la sua visita mi dispiaccia, mister Devil, ma le assicuro che le avrei aperto la porta, se avesse suonato il campanello”. Era stato abbastanza per farlo sentire un idiota. Bravo, complimenti, hai fatto la tua entrata ad effetto, signor grande eroe, ed adesso? Cos’hai intenzione di fare? Cosa vuoi dirgli? Salve, in realtà io mi chiamo Matt Murdock e sono qui perché tu vai a letto per soldi con le donne, e per qualche motivo sento il bisogno di vendicare il fatto che tu ti sia scopato una donna che io non ho mai voluto?

Interrogativi stringenti, come si vede, a cui, poco educatamente, stava tentando di dare risposta mentre lui provava, da par suo, a coinvolgerlo senza riuscirci in una conversazione. Alla fine, si arrese, e disse: “Ma vedo che lei non riesce a togliere gli occhi dalla mia collezione di libri, mister Devil. Le piace?”.

“Credo sia più che altro una specie di timore referenziale. Sono poco abituato ad avere a che fare con i libri, e di solito sono di genere diverso”. Di legge. E scritti in braille, quando voglio giocarmi la carta della “pietà per il povero disabile”.

“Comprare libri è un investimento, e non parlo solo della componente economica. Nonostante le assicuri che per almeno uno o due di questi tomi ci sono collezionisti che sarebbero disposti ad uccidere”.

“Non faccio fatica a crederlo. Ho avuto a che fare con persone che sono diventate assassini per motivi molto più futili”.

“Ad esempio”.

“Ad esempio soldi”.

Lui… oh, che cazzo: si erano conosciuti. Aveva avuto modo di rendersi conto che non era l’orco mangiabambine che gli era piaciuto immaginarsi. Poteva ormai chiamarlo Nathan come facevano tutti gli altri, no?

Nathan emise un verso di divertimento, e poi disse: “Non la facevo così idealista, Devil”.

“E perché no? Per mettersi un costume da idiota ed uscire a fare la ronda per New York tutte le notti, ci vuole una buona dose di idealismo”.

“Questo è ovvio, ma io credo anche che lei debba avere un lavoro, di giorno, che le permette di fare quello che fa, di notte. Un po’ come Tony Stark. O Sasha Grey, e spero non ritenga il paragone né offensivo, né ridicolo, visto anche chi lo sta facendo”.

“Ritengo ridicolo ben altro. E comunque preferisco senza dubbio assomigliare a Sasha Grey, piuttosto che a Tony Stark”.

“Però non mi ha risposto”.

“Perché sono abituato a fare le domande, non a dare le risposte”.

“Dovevo immaginarlo. E poi sono io che sono stato indiscreto”.

“Le domande non sono mai indiscrete, le risposte possono esserle, credo di aver letto da qualche parte”.

“La ricordavo al contrario”.

“Non insisto, è lei l’esperto nel campo”.

“Già”. Bevve un sorso di vino; Devil lo sentì che gli scendeva in gola. “Non le sembra patetico, questo?”.

“Cosa?”.

“Che mi atteggi a conoscitore di vini ed a cultore di libri rari per avere una qualche forma di redenzione dall’essere una puttana disonesta”.

“La conosco da troppo poco anche solo per dire se la qualifica le stia bene”.

“Questo non ha impedito a me di cercare di includerla nella mia stessa categoria”.

Murdock alzò un sopracciglio. “Spero non si riferisca a quella delle puttane disoneste”.

“No, parlo di quelli che vorrebbero comprarsi la salvezza dal proprio squallore con qualcosa di socialmente accettabile”.

“Quello che faccio io non è socialmente accettabile”.

“Giusto, e quello che faccio io nella società provoca piuttosto una certa noia. Vogliamo dire di personalmente appagante, anche solo per il proprio ego?”.

“Mentirei se negassi che anche questa è una motivazione per quello che faccio”.

Tacquero. Poi Nathan disse, in tono di scusa: “Se solo fosse venuto due giorni fa, Devil, le assicuro che sarei stato un ospite migliore. Ma in effetti due giorni fa ancora non esisteva per lei un motivo per cercarmi”.

Murdock si irrigidì. Come aveva potuto lui… non fece in tempo a terminare la domanda che stava per fargli giocare il titolo di Uomo senza paura, che Nathan continuò: “La manda Cox per l’appartamento del futuro deputato Hood, vero?”.

La frase lo colse talmente impreparato che non fu capace di fingere nulla di più di un “Sì”. Poi, se ne stette semplicemente zitto, e lo stesso fece Nathan. Ma c’era qualcosa di teso, in quel silenzio: pareva che si stesse preparando a parlare a lungo; un discorso complesso, personale. Che lui impedì, chiedendo: “Come fa lei a sapere che lavoro per Cox? E chi le ha detto di Hood?”.

“Le pareti parlano, Devil. E se vuole sapere chi porta quelle voci da me… ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio. Tra le quali agenti di polizia troppo ricchi per il proprio grado, e che trovano delizioso godere della mia compagnia. Per confidarsi, soprattutto. Spero che questo non faccia peggiorare l’opinione che lei aveva di me, o del corpo di polizia”.

“Sono impossibili entrambe le cose, anche se per motivi diversi. Credo che ora accetterò un bicchiere di quel buon vino”.

Glielo verso. Chiese: “L’ho stupita?”.

“Un poco, Nathan”.

“Dunque aveva ragione? Lei aveva avuto l’incarico di spaventarmi?”.

“Sì. Ma ora che l’ho conosciuta, non credo di averne più voglia”.

“La ringrazio per quanto ha detto”.

“Credo, tuttavia, che lei voglia garantirmi che manterrà il silenzio…”.

“Mantenere il silenzio fa parte del mio lavoro. Quella di prima la consideri un’eccezione. E tra l’altro non ho fatto nomi”.

“Allora il mio compito può dirsi concluso. Tuttavia…”.

“Tuttavia?”.

“Tuttavia, vorrei sentire tutta la storia da lei. Sa, lavorando per la polizia, ho una visione piuttosto parziale delle cose.

Ci fu di nuovo quel silenzio, poi un fruscio di stoffa: Nathan gli dava ora le spalle. Iniziò: “Si chiamava Coleen, Devil”. L’Uomo senza paura, non visto, cinse con la mano e strinse forte il bracciolo della poltrona.

“Era diversa” continuò Nathan. “Diversa da chiunque altro abbia conosciuto. Aveva vent’anni e, sa, di solito le mie clienti di sesso femminile sono donne di mezza età, sole nonostante abbiano talvolta un numero di mariti ed amanti superiore a quello dei loro anni, viziate, annoiate, che non possono credere di non poter sentirsi ancora (o di potersi sentire per la prima volta) il centro degli interessi di un uomo, anche di un uomo prezzolato. L’unico modo di accontentarle, per me, è sempre stato il principale ferro del mestiere della nostra categoria: la menzogna”.

“Continui”.

“Ma lei, lei, Devil… non credo di riuscire a farle capire. Avrebbe dovuto conoscerla, perché…”. La voce si spense nel vuoto, e Matt dovette ponderare bene le parole, prima di dire, con la voce un poco incrinata: “Non ne sta parlando come di una cliente”.

Un singulto, che doveva assomigliare ad un sorriso, salì dal suo petto. “Lo vede che ho ragione, quando dico che sono una puttana disonesta? Lei dirà, a ragione: era diversa, dici. Ma hai pensato di non farti pagare? Hai pensato di premiarla per la sua specialità? La risposta è no, Devil. Ma ciò non significa che con lei mi sia comportato diversamente da tutte le altre. Non voglio dire che mi abbia cambiato, sarebbe stucchevole e ciò che è peggio banale. Il nostro incontro mercenario non è durato più di un’ora e mezza. Tuttavia, non avrebbe avuto da me quelle domande, prima, se non avessi incontrato lei. Non avrei cercato di vederla come mon semblant, mon frère, se lei non mi avesse fatto sentire… inadeguato, credo che sia la parola giusta”.

“Inadeguato? Inadeguato in cosa?”.

“Emanava… santo cielo, sto parlando come una soap opera di quart’ordine”.

“Continui. La stavo ascoltando con interesse”.

“E questo dovrebbe preoccuparla. A meno che anche lei, dietro quella maschera, non senta, pesante, il carico degli anni che trascorrono. Ed a meno che anche lei non si sia trovato, come me, di fronte a tanta…”

“Purezza?”.

“Purezza! Sì, esatto! Ha avuto questa fortuna? Non saprei dire né perché, né da cosa abbia derivato quest’impressione, ma ne sono stato abbagliato, come mai prima era accaduto. Forse tutti i giovani sono così, è solo che lei aveva trovato il modo di farci perdere la nostra boria di fronte a chi ha meno anni di noi. Le avevo detto che era molto giovane, vero?”.

“Sì”. Ma non era necessario.

“Ma che aveva una malattia cardiaca incurabile no, credo. È morta ieri, nel tardo pomeriggio. Non ci eravamo salutati da più di ventiquattr’ore. Appena in tempo”.

“Nathan”. Deglutì, ma la poca saliva scese giù nella sua faringe come se fosse vetro triturato. “Come… come si collega tutto ciò all’appartamento di Benjamin Hood?”.

Stavolta il sorriso giunse chiaro alle sue orecchie, e ne colse l’ironia. “Credo lei immagini che uno non finisca a fare il mio lavoro per volontà. Ci è costretto: da scelte sbagliate, da opinioni fallaci, da una maledizione. Questo ultimo caso è il mio. Sono nato povero, Devil; povero e per di più negro, come credo non abbia fatto fatica ad accorgersi: il che, di per se, sarebbe già una tragedia sufficiente. Ma sapere che, nonostante ciò, si sarebbe potuto, e non potere… cosa dovevo fare? Andare a consumarmi il cervello con qualche lavoro sottopagato, con un ricatto dietro salario, che mi avrebbe spezzato la schiena al punto che quando sarei tornato a casa avrei avuto a malapena la forza di picchiare mia moglie (non ho mai alzato le mani su una donna che non me lo abbia chiesto e non mi abbia pagato, nel caso se lo stia chiedendo)? Credevano che fossi sciocco, che fossi ingenuo, che fossi fesso; ma c’era anche un’altra bugia, sulla mia gente, una delle poche lusinghiere, se così si può dire: decisi di sfruttarla. Gli altri ci credettero, ed in breve lasciai il quartiere in cui ero nato ed avevo passato tutta la mia vita”.

“Continuo a…”.

“Mi lasci finire. Ha mai sentito parlare di gentrificazione?”.

“Io…” so perfettamente di cosa sta parlando. Sono un avvocato. Mi sono occupato di espropri illegali compiuti col fine di soddisfare un altro tipo di capriccio di qualche tua cliente: quello di avere un appartamento nel quartiere del momento. Io… “devo averne letto da qualche parte. Dovrebbe essere il processo per cui persone abbienti comprano, restaurano e rendono alla moda appartamenti di zone degradate di una città. Giusto?”.

“Giusto. O, se preferisce: fuori dai coglioni, stronzi negri. Questa casa è del futuro deputato Benjamin Hood, ora”.

“Lei vuole dirmi…”.

“Ci sono cresciuto in quell’appartamento, mister Devil. Ho scavato in mezzo alla polvere che Hood ha fatto nascondere sotto i suoi bei tappeti. Ho mangiato sui mobili che ha fatto a pezzi e mandato in discarica. Ho saltato coi miei fratelli sulle reti sconnesse che sono state sostituite da ricchi baldacchini. Ho…”. Si fermò, ansimando.

“Ha portato lì Coleen?” chiese Devil.

Sentì le vertebre del collo di Nathan scricchiolare mentre si girava a guardarlo. “Mister Devil” disse. “Mi ha chiesto di trattarla come nessuna donna in vita mia. Ha aggiunto che il prezzo non sarebbe stato un problema: ma non ce ne sarebbe stato bisogno. Le ho già detto e ripetuto che era diversa, no? Ho voluto esserlo anch’io. Non ho inventato palle. Le ho raccontato la stessa storia che ho raccontato a lei: ho aggiunto solo un particolare”.

“Ossia?”.

“Ossia, che quella era l’unica casa che avevo abitato ed in cui non ero mai stato con una donna”. Non ci fu bisogno di chiedere se fosse vero.

“Ma… lo sapeva? Sapeva chi viveva lì? Sapeva il rischio che correva? Sapeva che…”.

“Che avrei potuto trovarmi di fronte a quattro sgherri di Kingpin invece che ad un gentleman come lei? Sì, lo sapevo”.

“Ma allora perché…”.

Sentì la mano di Nathan riscaldargli la spalla con una stretta. E poi la sua voce: “Cosa vuole che le dica? Il cliente ha sempre ragione”.

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