Lettere al Direttore (L’emeroteca di Babele)

Le ragioni delle disposizioni dei prodotti editoriali di recente uscita nelle edicole seguono logiche misteriose ed a volte decisamente impenetrabili. Ad esempio: durante una mia visita a Roma, nei pressi del Policlinico Casilino, transitando di fronte ad un rivenditore di giornali, la mia attenzione è stata attirata dalla rutilante copertina a colori del Rat Man Gigante di questo mese. Inutile dire che mi sono precipitato ad acquistarlo… solo per trovarmi a portar via, assieme ad esso, anche una copia (il numero 17, mi dice la copertina) della Rivista bimestrale di letteratura di genere, che gli era posta giusto accanto. I motivi che hanno spinto l’edicolante a porre le due opere accanto continuano a restarmi incomprensibili; forse, avvertito da una forza di cui ignoriamo l’esistenza, del fatto che proprio quel giorno proprio io mi sarei trovato a passare di lì, ha deciso di cogliermi in trappola. C’è riuscito.

Della rivista, colta e ben informata, ho trovato interessante soprattutto questa missiva, presente nella rubrica intitolata, con scarsa fantasia, bisogna dire, Lettere al Direttore. Non la riporto in forma completa, in tutto il suo profluvio di riferimenti dotti, poiché mi manca lo spazio; trovo tuttavia che possa suscitare l’interesse di alcuni di voi. Buona lettura

Gentilissimo Direttore,

con questa mia vengo innanzitutto a complimentarmi con Lei e con tutta la sua splendida Redazione per il prodotto editoriale che da quasi tre anni avete messo insieme e che delizia i miei pomeriggi e mi fa sopportare le notti insonni. Sono un appassionato di fantascienza (soprattutto di quella meno nota, che travalica i topoi ed i luoghi comuni sventolati da tanti autori americani mainstream: Asimov, Heinlein, l’odiato Dick) e più in generale di quella narrativa ingiustamente e con disprezzo detta di genere da quando avevo quindici anni (ne ho ora quasi settanta), che ho conosciuto grazie alle riviste che mi portava uno zio emigrato in America. Attendevo con trepidazione che qualcuno se ne occupasse come di un prodotto davvero letterario, e non solo come fonte di sollazzo e divertimento per giovani brufolosi che non hanno nulla di meglio da fare che guardare porno su Internet e giocare alla Playstation. Ho fatto della battaglia per il riconoscimento della patente di autorialità di autori del calibro di Esveld, Løvstrøm, Brahne Awate (che lei senza dubbio conoscerà), ed è consolante sapere che in questa trincea non si è soli. Cosa devo dire? Era ora. Certo, non sono d’accordo con Voi proprio su ogni cosa; credo di dover fare anzi alcune precisazioni, prima di venire ai motivi che mi hanno spinto a scriverle […].

Løvstrøm

Fatte queste debite premesse, veniamo al punto: l’articolo della rivista dello scorso bimestre a proposito della paura. Devo dire che l’ho trovato interessante, documentato, profondo; molto migliore, se vogliamo dircelo, di tanti che si trovano su certa stampa che fa più vendite di voi solo perché solletica i più bassi istinti del suo pubblico ignorante (parlavo una volta con un mio conoscente che pretendeva di venirmi a dare lezioni di fantasy, senza aver mai letto il Ciclo dei cicli di trilogie, pensi un poco! Ho poi scoperto che è un abbonato di un vostro diretto concorrente). Ho riflettuto con amarezza su quanto dice Maggentini, sulla costruzione della paura come elemento della nostra realtà (e, in quanto tale, non più utilizzabile nella narrativa), ho riso dei racconti ironici di Babbelhusser, su come sfruttare una banalità come la paura del buio, ho udito echi dell’Odissea (sarà d’accordo con me, tra i primi “romanzi di genere” mai scritti) nelle parole di Mijin – Tar – Assante […]. Solo su un punto non mi sono trovato d’accordo: l’intervista a Stephen King, che ha riportato, ancora una volta (ho letto quelle parole in giro fino alla nausea), quello che secondo lui è “il racconto più terrificante di tutti i tempi”. L’autore di questo racconto è, se non ricordo male, un americano di nome Fredric Brown e, mi scusi se glielo dico, ma lì avete commesso un errore: come può un giornale come il vostro, a cui dobbiamo la diffusione in Italia delle fondamentali opere della Nuova Scuola Martinicana, abbassarsi ad accogliere le opinioni di un autore che vende tante copie infiacchendo il suo stile e rinunciando all’aulicità di autori (a cui senza dubbio si è ispirato) come Snaebjörrson e Yevdokimov? […].

Per di più, a me il racconto non sembra così spaventoso. Non è composto che da poche parole (14, che riflettono quell’odiosa abitudine tutta americana del less is better), e dice così:

L’ultimo uomo della Terra sedeva solo in una stanza. Qualcuno bussò alla porta…

Quando l’ho letto, non ho potuto fare a meno di chiedermi “E quindi?”. Dico la verità, ho represso a stento la tentazione di chiudere di scatto la rivista ed utilizzarla per attizzare le fiamme del mio camino. Siete stati fortunati che non sentivo freddo […].

Mi pare chiaro che, in questo racconto, questo Brown (di cui ammetto di non aver mai sentito parlare: segno che anche il popolo bue, che spesso premia col successo autori che non meriterebbero di occupare neppure gli scaffali delle bancarelle domenicali, qualche volta, ma raramente, indovina nei suoi giudizi) non faccia altro che riprendere l’opera di quel grande, dimenticato scrittore che è stato Mitsuto Ishikawa, che alienato dalle condizioni di vita del Giappone post atomico, ha ricavato da questa sua alienazione tante perle che descrivono la condizione di vita di tutti noi […]. Anche lui, ovviamente, come tutti gli autori che si sono cimentati col genere fantascientifico, ha finito per occuparsi dell’ultimo uomo sulla Terra. Come Brown, ma meglio di Brown, ha iniziato col descrivercelo, da solo (e come potrebbe essere altrimenti?), dentro una stanza: ma poi non si è bruciato l’effetto in tredici, banali parole. No, il racconto di Ishikawa, pur non presentando più “azione” né più “avventura” (categorie inventate per distrarre la mente umana dai profondi concetti filosofici insiti in ogni opera di fantascienza) di quello di Brown, dura infatti la bellezza di ventisei pagine. O almeno, è così nella sua prima edizione; in quelle successive, l’autore dovette finire per piegarsi alle imposizioni del suo editore, che lo costrinse a ridurle a venti (sparirono alcune descrizioni di gelsi e ciliegi di rara potenza). In seguito, ulteriori modifiche vennero effettuate; mi limiterò a tracciare solo le più importanti […].

Ma, dicevamo, il protagonista e personaggio unico di questo racconto è solo in una stanza. Come è ovvio che sia, riflette, pensa, ricorda; frammenti di vita, presentatici con un perfetto uso del monologo interiore, che solo ad uno sguardo superficiale possono sembrare affastellamenti di sillabe privi di alcun senso, ci vengono gettati davanti agli occhi: sua madre, un padre severo, i ricorrenti sogni a proposito delle Piramidi, l’infinita biblioteca accumulata derubando un inconsapevole libraio (tra i libri che ci vengono nominati c’è, ovviamente, anche Solo al sole di Mijin – Tar – Assante), il suo matrimonio, i suoi sei figli, la storia dell’Universo fin dalle origini, il racconto della sua fine. Ishikawa era, ovviamente, un uomo dei suoi tempi, ed è chiaro che per lui l’umanità non può che essersi conclusa con un Olocausto atomico; tuttavia, al contrario di tanti americani, infarcisce il “dopobomba” di personaggi assolutamente imprevedibili: come avrebbe mai potuto, Dick, nel suo sopravvalutatissimo “Cronache del dopobomba”, pensare ad un mitomane focomelico che tenta di prendere possesso di una delle comunità umane riformate a seguito della catastrofe? […]

Tutti questi tentativi,però, falliscono: è così che il nostro protagonista si ritrova, solo, in quella stanza in cui l’abbiamo visto ventisei pagine prima. Ed è qui che emerge il genio: abbiamo empatizzato con quest’uomo fino a quel punto. Lo abbiamo compreso. Siamo entrati nella sua mente. Abbiamo quasi pianto con lui. Solo ora, nell’ultima riga, Ishikawa ce lo presente in tutto il suo orrore e la sua pazzia. Lascio parlare lui, che le mie parole ben difficilmente riuscirebbero ad avere uguale potenza:

L’ultimo uomo della Terra sedeva solo in una stanza. Si alzò e ripensò a quando faceva del cabaret. Ehi, poteva ancora funzionare: “E così” disse “c’è stata questa Apocalisse. Non sapete i litigi con mia moglie: Tu vuoi sempre passare l’Apocalisse coi tuoi, quest’anno la passiamo coi miei che mia madre fa gli onigiri!”

Sono stato incapace di dormire per due settimane, dopo questo.

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