PK in: Una sentinella

(Fanfiction ispirata al personaggio di PK, di cui si è sentito parlare in lungo e in largo, ultimamente – e hai visto mai che, per gloria riflessa…-. Com’è ovvio, il personaggio non mi appartiene, ma ogni diritto su di lui è di proprietà della Disney Italia, o forse della Panini: comunque, del suo legittimo proprietario. Buona lettura)

Paperino fissò il suo scudo extransformer, che giaceva abbandonato sul pavimento a pochi passi dalla sua branda. Ne esaminò le curvature, gli spigoli, le superfici; era stato di metallo lucente, un tempo: un distintivo del suo essere un supereroe senza macchia e senza paura, più della mascherina, del mantello e di tutto il resto.

Quando era partito per l’Avamposto, quello scudo era stata l’unica cosa che aveva deciso di portare con se: ed ora eccolo lì, scheggiato, arrugginito, coperto dalla polvere di stelle (meno affascinante di quello che poteva sembrare) e da quella delle sostanze misteriose con cui quell’ibrido di pianeta naturale ed intelligenza artificiale era stato costruito. Doveva significare qualcosa; qualcosa a cui non voleva pensare.

Certo, in altri tempi avrebbe potuto essere una bella storia. In altri tempi, addirittura, avrebbe avuto nostalgia a pronunciarla, anche solo a mente, l’espressione “in altri tempi”: avrebbe pensato al Razziatore, alle volte in cui se l’erano date ed a quelle in cui invece… bah, stupidaggini per donnette. Non c’era da provare nostalgia per uno che non avrebbe più rivisto; e la Tempolizia certo non si sarebbe scomodata per andare a salvare le penne ad un cronopirata, che ironicamente si era trovato al posto sbagliato al momento sbagliato, e la cui mano era stata meno rapida del raggio casuale di un vaporizzatore evroniano. Figurarsi, nonostante le sue suppliche non si era mossa nemmeno per…

Scosse la testa e chiuse gli occhi. L’immagine non scomparve. Allora li riaprì e fissò di nuovo lo sguardo sull’extransformer. Un buco sulla sua superficie richiamò la sua attenzione. Non era stato causato da qualche battaglia. A ben vedere, era la causa della battaglia. Di ogni battaglia.

C’era una manopola, lì, una volta. Una manopola che decideva quanta della potenza di quello scudo usare. C’erano scritte belle cosette divertenti: respingere. Stordire. Immobilizzare. Inibire. Congelare. Aveva strappato via quella manopola il giorno in cui gli evroniani avevano invaso Paperopoli; poi, dietro la minaccia di inattivarlo, aveva fatto sì che uno lo modificasse. La sua richiesta era stata che avesse una sola funzione. L’unica che gli servisse.

Quella non lo era per niente, una bella storia; l’altra sì, che lo sarebbe stata. Le astronavi evroniane che compaiono nei cieli. La discesa delle pattuglie sulla Terra. La scoperta delle score, dove?, in Nuova Zelanda o Groenlandia. L’iniziale incapacità terrestre, esclusi i suoi pochi successi. E poi i suoi dubbi: sulla costruzione di un planetoide artificiale, tanto, troppo simile al pianeta vagante Evron. L’annuncio di una guerra in cui “non si sarebbero fatti prigionieri”. Anche grazie alla tecnologia Ducklair, che proprio lui avrebbe messo a disposizione. Gli odiosi manifesti “Shh! Il nemico ti ascolta!”. I terrestri trasformati, invece che dalle Evrogun, dalla paura e dalle progressive restrizioni alla loro vita: ed alla fine, comunque, diversi dai coolflame, solo per l’assenza di quella ridicola fiammella azzurra sulla testa. I suoi no, e forse addirittura un “piuttosto che tenermi una Terra così, la faccio conquistare agli evroniani!”.

Ce ne sarebbe stato abbastanza per una miniserie in quattro numeri, ricca di sfumature e di approfondimenti sulla sua psicologia; ed alla fine avrebbero festeggiato la ritirata evroniana, la salvezza del pianeta e, soprattutto, quella della sua integrità. Ma non era andata così: era stata molto più semplice. Qualcuno l’aveva tradito e, prima di ogni cosa, una pattuglia era andata a casa sua. Avevano trovato solo Qui, Quo e Qua. Un lavoretto pulito.

Avrebbe scoperto chi era stato. L’avrebbe braccato ed infine trovato. Sarebbe stata la prima cosa che avrebbe fatto appena finita quella guerra.

Per fortuna, suonò l’allarme prima che potesse pensare ad altro. Non dovette che infilarsi il casco ed indossare lo scudo (si toglieva la corazza solo per dormire, ormai); prima di capire come, era già fuori, ad osservare la nave nemica che si avvicinava. Falcidiò col primo colpo quindici sagome, prima che potessero capire cos’era accaduto.

Erano meno del solito: ma non contava. Il loro attacco fu più breve, ma ciò non intaccò minimamente la sua ottima media.

Mentre gli altri già si allontanavano, posandogli pacche sulle spalle e facendogli complimenti che non ascoltava, fu colto da una curiosità che sorprese anche lui.

Si avvicinò ad uno dei corpi e lo rivoltò con una zampa; accidenti, pensò, con questa tuta nera sembrano tutti uguali. Impiegò pochi secondi a rimuoverla.

La prima cosa che ne emerse fu un becco: giallo, dritto, senza denti. Poi fu la volta della testa, coperta di piume. Sugli occhi ormai chiusi, una sobria mascherina nera. Attorno al corpo, un mantello che non si comprendeva a cosa sarebbe servito, se non come portafortuna che richiamava un idolo del passato. Lui.

Confuso, si guardò le mani: erano cinte in guanti azzurri e stringevano un vaporizzatore. Sopra di esso, il simbolo dell’impero di Evron. Nessuna traccia dell’extransformer. Lasciò cadere l’arma ed abbassò gli occhi sul suo corpo: era inguainato in una tuta viola.

Era convinto di aver accettato tutto per combattere con gli evroniani. Non si era sbagliato.

Non combattere coi mostri, o diventerai tu stesso un mostro.

-Friedrich Nietzsche

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