A proposito della meraviglia

Confesso che da qualche tempo sono stato travolto da una passione sfrenata per l’illusionismo.

Leggo libri, cerco video su Youtube, navigo tra i blog degli illusionisti e acquisto mazzi di carte come se un domani dovessi fare questo, per lavoro, e non quello che ho scelto ormai sei anni fa (e non vi dico cosa per non spaventarvi). Dubito di aver mai avuto una passione tanto forte, in vita mia, tranne forse quella per la lettura e quella, complementare, per la scrittura: che poi, è quello che mi ha portato qui. Tremate, dunque, all’idea di dove potrei arrivare DOMANI, urlando: “PESCA UNA CARTA SENZA FARMELA VEDERE!!!” (cit. E sì, è una minaccia).

L’interesse è tanto pervasivo che spesso mi trovo a chiedermi come un trucco di quelli che ho imparato, o di quelli che senza dubbio imparerò a breve (visto che come tutti i neofiti sono pervaso dalla “sindrome del prossimo trucco”), potrebbe essere applicato ad una situazione della vita più o meno quotidiana, mia o degli altri. L’ultima volta che mi è capitato è stato tre giorni fa.

Nella città in cui vivo è tradizione vecchia non più di dieci anni portare a spasso la Madonna Assunta dopo averla inchiavardata su un’enorme macchina tipo quella che ha reso famosa nel mondo la processione per la festa di Santa Rosa che si tiene a Viterbo.

Un’immagine gentilmente fornitaci dalla regia della Macchina di Santa Rosa

Solo che anche i responsabili di una tale manifestazione sono neofiti; per cui, tentano di suscitare la meraviglia degli astanti (che non ne hanno bisogno, visto che la maggior parte di loro sono credenti senza che qualcuno li aiuti) unicamente con le proporzioni della macchina in questione. Risultato: la povera Maria di Nazareth viene issata su un qualcosa che assomiglia ad un’enorme pannocchia di alluminio fuso, solo alta all’incirca quindici metri.

Va da se che nessuno dei sia pur volenterosi portatori dell’enorme manufatto voglia assumersi il compito di caricarvi sopra la Madre di Dio, col rischio di farne fracassare la statua al suolo e quello, ben più prosaico, di far fare la stessa fine alla propria colonna vertebrale. Come risultato, il delicato ufficio (e quello complementare di togliere la statua) viene affidato ai vigili del fuoco: soluzione sicura, ma senza dubbio poco spettacolare (se si escludono i frequenti ooooooh della folla, tutte le volte che la statua dondola pericolosamente appesa alla scala di un’autobotte).

Chiaro che mi sono sentito investito del compito di porre rimedio ad un simile, indecoroso stato delle cose. Le prime soluzioni che ho pensato possono sembrare un poco indisponenti: un ascensore dentro la struttura della macchina (che è cava), o, molto meglio, una seconda statua colata attorno a quella che effettivamente dovrà andare sulla macchina, un pompiere versato in recitazione che finga di farsela scappare, e poi… e poi ho avuto altre idee, più serie, che con la macchina non c’entrano proprio niente (come la macchina con la festa, d’altronde… che pure, ha moltiplicato quanto meno per dieci i suoi partecipanti, da quando qualcuno ha avuto questa trovata) ed ho potuto smettere di essere blasfemo.

“Ad esempio” illustravo oggi a mia zia, che nonostante i suoi settant’anni mostrava un vivo interesse “il quindici di agosto si festeggia l’assunzione in cielo di Maria. Perché non organizzarne una riproduzione? Un’attrice viene stesa su un tavolo, in una chiesa, davanti all’altare, con un adeguato sistema di transenne che tenga a distanza i fedeli accorsi per assistere alla ripetizione del miracolo. È coperta di veli da capo a piedi, così che nessuno possa vederle il viso. All’improvviso, inizia a sollevarsi da terra; prima piano piano, poi sempre più velocemente, e sale sale sale, finché non raggiunge il soffitto della chiesa e, all’improvviso, sparisce. Mentre tutti i fedeli gridano di stupore, la ragazza (che, ovviamente, è protetta nel modo migliore possibile), attraverso un passaggio segreto, ricompare in mezzo alla folla, dopo essersi tolta i veli ed aver assunto un abbigliamento borghese, e si unisce al coro di sorpresa. Alternativamente, si potrebbe anche optare per una più banale sparizione, visto che, di come Maria è assunta al cielo, non ci sono notizie certe” (ammetto che non ho usato queste precise parole, ma questo stesso entusiasmo: sarebbe una grande sfida. E non solo per il trucco in se).

Mia zia mi ha assicurato che lei uno spettacolo del genere andrebbe volentieri a vederlo; mia nonna si è dipinta sul volto un’espressione scettica (prima volta che gliel’abbia visto fare, tra parentesi). Sulle prime, sono stato d’accordo con mia nonna.

Di fatti, l’illusionismo, che sarebbe necessario per creare una simile performance, è un’arte che si è sempre basata sull’inganno e sulla simulazione: fili robusti ma trasparenti, o simili attrezzature, e poi magari una musica molto suggestiva per “stordire” gli spettatori e, soprattutto, non far loro udire il rumore dei motori che vengono utilizzati per sollevare l’attrice fino al soffitto della chiesa… Ha senso organizzare un’esibizione di questo tipo per festeggiare una festa della religione cattolica, che da millenni va ripetendo che il suo maggiore avversario è, per l’appunto, un ingannatore? Ed il cui (preteso) fondatore ha usato parole durissime contro l’inganno? E che da un illusionista ha preso il nome per un peccato, la simonia (sorvolando sul fatto che sulla sua punizione sia stata sempre ampiamente clemente)?

Ho rivisto questa mia posizione pensando ad una frase di Sam Sharpe, fattami conoscere da un eccezionale divulgatore che citerò per nome e cognome tra breve, che dice:

scopo della magia non è ingannare il prossimo, ma incoraggiare un approccio verso la vita pieno di meraviglia.

Se è vera questa frase (e lo è, benché molti illusionisti tendano a dimenticarsene, per seguire quella motivazione ahimé fisiologica che è il desiderio di autocompiacimento), allora non solo quella mia proposta (che ovviamente resterà nei secoli dei secoli sulla carta) è valida, ma la Chiesa stessa fin dall’inizio non fa altro che illusionismo. E di ottima qualità, se è vero come è vero che ancora in molti continuano a non rendersi conto dei trucchi che utilizza: forse perché sono trucchi che non si basano sulla rapidità di mano, ma sull’altro aspetto fondamentale della magia.

Mariano Tomatis, infatti, spiega nel suo magnifico “Te lo leggo nella mente”, che esistono due livelli in cui avviene la magia: uno è quello più prettamente tecnico, ossia tutte le manipolazioni che l’illusionista deve compiere perché la carta in cima al mazzo sia quella che lo spettatore ha scelto, o venga ritrovata in una busta tenuta in mano da un testimone imparziale, o sparisca dal mazzo per riapparire nella tasca dello spettatore. Ed è, per quanto paia incredibile, il livello più semplice da imparare: come dicevo all’inizio, le librerie pullulano di libri, Internet permette di scaricarsi la qualunque, più di qualcuno di voi avrà amici o parenti che si dilettano in questa pratica, eccetera. Senza considerare che la diffusione di serial come “The mentalist” (di cui abbiamo parlato qui) o di programmi televisivi come quelli di Derren Brown, hanno reso almeno una branca dell’illusionismo (il mentalismo), di gran moda.

Ecco, la Chiesa non agisce affatto su questo aspetto: nessun sacerdote (benché ne siano esistiti molti con una passione per questa disciplina ben più profonda della mia) fa comparire le ostie dal nulla, e non voglio spingermi a fare l’ipotesi temeraria che Gesù sia ricorso a trucchi da prestigiatore (che l’avrebbero comunque reso un precursore) per moltiplicare i pani ed i pesci, o per far credere ai suoi discepoli di aver camminato sulle acque o parlato con Elia e Mosè. No: il prestigio, in una funzione sacra, si realizza senza che nessuno dei fedeli veda alcun cambiamento nell’ostia che diventa carne e nel vino che diventa sangue; eppure, tutti sono convinti che ciò accada, e devotamente vanno ad assumere il corpo ed il sangue di Cristo durante la comunione. Com’è riuscita, la Chiesa, ad ottenere ciò? Semplice: ha agito sul secondo livello, quello della storia. E nella sua costruzione, non ha avuto rivali: la storia che la Chiesa racconta è consistente (nel senso che ha una sua coerenza interna), forse per questo credibile, ed inattaccabile. Se si sostiene che il punto nodale della propria dottrina sia un mistero accettabile unicamente per fede, quale critica potrà attaccare una simile impostazione? Ovviamente, nessuna: ed infatti, le uniche critiche che si possano muovere, certi di vincere, alla dottrina cristiana e cattolica, sono quelle che partono dalla sua “invasione di campo” nelle scienze naturali, o nelle pretese di dimostrare l’esistenza di Dio, o la “necessità” della fede, con la ragione. Ma per il resto, irridere qualcuno perché crede, per fede, che Gesù sia morto e risorto, è come prendersela con uno che legge la Trilogia della Fondazione di Asimov e crede nella psicostoria: si dimostra solo di non capire che cos’è la sospensione dell’incredulità. E quali sono i più profondi dubbi che rodono l’animo umano.

Una costruzione intelligente, dunque; un gioiello narratologico che permette di credere che sia vero un “trucco” che non è nemmeno stato eseguito materialmente (non bisognerebbe dirlo, ma sia chiaro che ho il massimo rispetto per chi crede).

Non ritengo di poter spingere alcuno a smettere di credere, con quanto scritto finora; neppure, era mia intenzione farlo, quando ho iniziato a scriverlo. Come detto, non posso che essere felice che chiunque trovi un suo motivo per vivere con meraviglia: personalmente, ho trovato il mio nell’infinità del mondo che mi circonda, e nella spiegazione dei meccanismi che lo tengono in piedi, anche senza la presenza del famoso (o famigerato) orologiaio. Perché, come diceva Italo Calvino:

se anche trovi la spiegazione delle cose, non per questo le cose cessano di essere meravigliose

ed aggiungeva Primo Levi:

vincere la materia è comprenderla, e comprendere la materia è necessario per comprendere l’universo e noi stessi.

Tuttavia, ricordatevi che, anche se raccontata stupendamente e capace di farci sospendere a tempo indefinito la nostra incredulità, una storia è sempre una storia. E, spesso, ci sembra qualcosa di più, perché a raccontarcela viene messo qualcuno di molto, molto bravo.

Ricordatevelo, quando vi viene voglia di usare aggettivi esagerati per papa Francesco.

Nella speranza (vana) che mi legga, ed in quella (ancor più vana) che gli piaccia, dedico questo post proprio a Mariano Tomatis

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3 thoughts on “A proposito della meraviglia

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