Il Trono di Spade, un racconto inedito concesso solo alla mia persona (Bonus track: Definizione estemporanea)

(PSICOLOGIA INVERSA: sia chiaro che il presente capitolo non vuole in nessun modo esprimere un qualche tipo di giudizio sull’opera meravigliosa di George Martin, o sui suoi fan più accaniti. Se così vi apparisse, e vi sentiste offesi per qualche ragione… vi prego di NON lasciare commenti grondanti odio qui sotto. Che poi risalgo velocemente la classifica delle pagine che appaiono quando su Google si scrive Il Trono di Spade. Va bene? Siamo d’accordo? Grazie)

Il bosco si aprì in una radura; attraverso le fronde degli alberi più alti, il sole filtrava per la prima volta dopo ore. Sarebbe stato meglio se non fosse stato così.

I due uomini, avvolti nelle cappe nere dei Guardiani della Notte, sentirono un brivido attraversarli da capo a piedi: un brivido che poco aveva a che fare col freddo, comunque mite per una giornata d’inverno oltre la Barriera.

La radura era disseminata di cadaveri; cadaveri dai brillanti, inconfondibili occhi di fiamme azzurre, che si muovevano nonostante fosse evidente che erano morti. Della maggior parte di loro erano ancora riconoscibili i tratti che li avevano resi uomini; solo alcuni, che stavano ammucchiati in disparte nella zona più buia e lontana, mostravano i segni della decomposizione, le ossa ormai in gran parte snudate dalla necrosi incipiente ed una tanfo insopportabile attorno.

“Chi… cosa sono?” domandò il giovane attendente, reprimendo a stento il desiderio di spronare il suo cavallo al galoppo.

“Non morti, servi degli Estranei” rispose l’anziano ranger, quasi con fastidio. “Non ne hai mai visti prima?”.

“Io… non di questa specie, signore”. Era vero: non assomigliavano affatto a quelli che i loro compagni stavano combattendo più ad ovest. Non per l’aspetto, quello restava inconfondibile; ma alcuni di loro, anche se sembravano essere morti troppo giovani per averne avuto bisogno, portavano sugli occhi quegli strani vetri che maestro Aemon aveva fatto costruire per il Vecchio Orso, che non riusciva più a vedere bene. Era un’anomalia, e non l’unica.

“Signore” domandò ancora l’attendente “ma cosa… cosa fanno?”.

“Sei diventato cieco, Block? Leggono!”. Ma la sua voce riuscì meno dura di quanto avrebbe voluto, forse perché, da vecchio combattente, avrebbe di gran lunga preferito il terrore di vederseli venire incontro al galoppo, che la sottile inquietudine che quasi lo spingeva a chiedersi se davvero stava vedendo quel che stava vedendo.

I cadaveri resuscitati dagli Estranei, dal poco che avevano potuto appurare fino a quel momento, non leggevano; in effetti, non facevano molto altro, a parte uccidere. Eppure, eccoli lì, che divoravano una pagina dopo l’altra, tutti, senza distinzione: vecchi senza denti e capelli e fanciulle che se non fosse stato per quell’irrimediabile difetto di essere morte avrebbero furoreggiato nei bordelli, uomini che avevano impugnato le armi e bambine che avevano in vita loro solo pettinato bambole, nobili che erano morti di gotta e pezzenti che erano spirati divorati dalla fame, tutti, anche quelli che parevano aver maneggiato (o fatto maneggiare ai loro servi) dei libri unicamente per pareggiare le gambe spaiate di un tavolo o che, addirittura, non potevano mai aver imparato a farlo, leggevano.

“E tutti lo stesso libro, per di più” mormorò il ranger, che pure era un uomo che era abituato ad ordinare con voce tonante, sperando che l’implicito consiglio fosse colto dal suo compagno. Che tuttavia non era tipo da dare molto peso ai comportamenti umani ed alle loro sottili sfumature, e disse, con lo stesso stolido tono di sempre: “Sì, ma cosa leggono?”.

Uno dei cadaveri, il più vicino, si alzò a fatica da terra e si avvicinò a loro; altri due, contemporaneamente, si mossero a sbarrare loro il passo. Almeno, non erano armati, e sembravano voler solo parlare, pensò il ranger, maledicendo la stupidità del ragazzo che si era scelto per attendente; quindi, arrestò il suo cavallo e si dispose, suo malgrado all’ascolto.

“Ci avete chiesto cosa stavamo leggendo, vero? Vi abbiamo sentito che lo chiedevate!” chiese, con aria ansiosa, il non morto, per poi continuare, senza attendere risposta ed agitando il libro con venerazione: “Vi assicuro, è una delle epopee più belle che possiate mai leggere! Dimenticate tutte quelle robacce sui Sette Dei, o sugli Dei Antichi, o sul Signore della Luce, o anche tutte quelle vecchie storie dei Targaryen o dei Baratheon pieni di banchetti verbosi e di principi gentili! Qui c’è azione, sangue, sesso, ma tutto ben amalgamato, a formare una trama coerente ed avvincente che…”

“Sì, sì!” interloquì un altro, che si era alzato. “E poi le psicologie… tutti i personaggi agiscono per un motivo preciso, e nessuno è totalmente buono e totalmente cattivo! Ognuno ha delle sfumature, delle zone di ombra, così che…”

“Ma poi” lo interruppe un terzo. “vogliamo parlare dell’azione serrata? Cazzo, in ogni pagina c’è qualcuno che si picchia con qualcun altro, un torneo, una battaglia, o i preparativi, o un trasporto, o una pericolosa missione in incognito… non ci si può annoiare!”

“Certo che no” rispose il primo, ma il resto della sua replica si perse nella cacofonia delle tre voci che si intrecciavano, ed il ranger comprese solo parole sparse, capolavoro, eccezionale, mai letto niente del genere, scopata, donne nude, incesto. Pensò di approfittare della distrazione per allontanarsi, e, cautamente, mise il suo cavallo al passo. Ce l’avrebbe forse fatta, in silenzio, ad attraversare la radura, se non fosse stato per il suo attendente.

Per qualche motivo affascinato dalla disputa che stava nascendo tra i tre che, pure, parevano avere la stessa opinione (posto che ai servi degli Estranei fosse concessa, un’opinione), il ragazzo s’era fermato ad osservarli, ed il ranger sentì gli zoccoli del cavallo avviarsi dietro il suo quando già c’erano almeno dieci passi a separarli. Benché il desiderio fosse forte, non poteva lasciarlo lì; perciò fu costretto a rallentare l’andatura, non di molto, ma abbastanza perché uno dei grumi di carne semiputrefatta ed ossa aguzze uscisse dall’ombra in cui stava annidato (il tomo che teneva tra le mani lui era diverso da quello degli altri) e gli si facesse vicino. Stimando non fosse prudente tentare di sfuggirgli, il ranger si fermò, ed il cadavere gli si rivolse, con tono sorprendentemente gentile: “La prego di scusare il comportamento dei miei amici, confratello”.

“Io… confratello? Sei un guardiano della notte?” chiese il ranger.

“Lo sono stato”. Potendo, probabilmente, gli avrebbe rivolto un sorriso condiscendente. Che non avrebbe abbandonato, quando si fosse voltato a guardare quelli che aveva chiamato amici. “Sono ancora dei neofiti” continuò “appena svezzati alle profondità vertiginose dei Libri… sono ancora lì, che discutono della trama, delle sorprese strategiche a fine capitolo, delle faide sanguinose e, soprattutto, di tutte quelle scene di sesso, di cui loro tanto sentono la mancanza dal vivo (si fa per dire, ovviamente). Sono fermi, come dire, all’aspetto più carnale, non hanno colto le loro peculiarità, la costruzione di una mitografia moderna che recuperi gli elementi tradizionali inserendoli in un nuovo contesto. È perché ancora non hanno superato il primo o il secondo volume, e ritengo che questo sia pure il motivo per cui sono tanto ansiosi di parlarne con chiunque. Confido, ad ogni modo, che non appena giungeranno all’illuminante episodio di…”.

Un urlo interruppe il suo soliloquio: proveniva da quella che doveva essere stata una fanciulla di eccezionale bellezza, natiche alte e seno sodo, che si era portata quel che rimaneva delle sue mani ai monconi delle orecchie, e che ripeteva, come fosse una nenia del mondo dei morti: “Non dirlo! Non sono ancora arrivata a quel punto!”.

Doveva essere una specie di segnale: non appena udirono le sue parole, tutti i cadaveri si levarono in piedi ed iniziarono a fare uno strepito tale da far rivedere al ranger le scene più cruente della battaglia del Tridente. Prima di capire com’era accaduto, si era spogliato del coraggio come di un manto e, completamente dimentico di Block, aveva calpestato cinque o sei di quei sacchi di carne sotto gli zoccoli del suo cavallo, spronandolo senza alcun ritegno. Snudò la spada che portava al fianco sinistro ed iniziò a menare fendenti a qualunque cosa entrasse nel suo campo visivo, gli occhi incapaci di volgersi dall’ombra salvifica che occhieggiava tra due tronchi, più avanti; sentì attraverso i calzoni una mano fredda che gli artigliava la coscia, e la recise dal corpo del proprietario con un colpo tanto deciso da rischiare di evirarsi. Sapeva che quegli abomini non potevano essere uccisi di nuovo, ma senza dubbio qualche colpo ben assestato poteva rallentarli quel tanto che bastava per fargli trovare un rifugio. Questa foresta andrebbe spianata, pensò, mentre dava un altro colpo di redini al cavallo che già sembrava sul punto di stramazzare al suolo, un bel falò, ecco che ci vorrebbe, un falò tanto grande da vedersi fino ad Alto Giardino, che faccia sparire gli Estranei e Mance Ryder e questi cazzo di fottutissimi mostri… qualcosa gli scese giù per la colonna vertebrale. Dovette avvertirla anche il cavallo perché, con un’energia che sembrava averlo abbandonato, superò con un solo salto un tronco divelto da un fulmine, e…

Il silenzio lo colpì come uno schiaffo; un piacevole, liberatorio schiaffo. Tirò le redini per far riprendere fiato all’animale e, contemporaneamente, si guardò intorno, contemplando gli alberi millenari che era riuscito a raggiungere. Ce l’ho fatta, pensò, senza avere il coraggio di dirlo a voce alta, ma abbandonandosi ad una risata che gli si troncò in gola quando sentì lo scalpiccio dietro di lui. Si volse di scatto, la spada in pugno. Si trovò a puntarla sul viso del suo attendente.

“Block!” esclamò, sorpreso. “Lo sanno i Sette Dei, come cazzo hai fatto a venire fuori da quel carnaio!”.

Con uno sguardo di stizza, tanto inconsueto che il ranger si convinse di esserselo inventato, il ragazzo scansò l’arma e disse: “Nulla di più facile, signore. Avrei potuto attraversare quella radura al comando di tutte le armate del compianto Renly Baratheon, e comunque non mi avrebbero notato, tanto erano impegnati nel loro ufficio”.

“Sarebbe a dire?”.

“Ridurre a brandelli quel tipo con cui lei si è intrattenuto tanto piacevolmente a parlare. Non credo di aver capito esattamente quale fosse la sua colpa; mi pare di aver intuito che gli altri non abbiano apprezzato il suo tentativo di rivelare un elemento di quei misteriosi libri che leggono, di cui i libri medesimi non li avevano ancora fatti edotti”.

Il tono nella sua voce era tanto distaccato, e la storia tanto inverosimile, che il ranger si arrestò di botto e rimase a fissargli la schiena. Block se ne accorse, e disse: “Problemi, signore?”.

Ironia nella sua voce? Impossibile: non era abbastanza intelligente, per praticare un’arte tanto raffinata. Forse, quello era semplicemente il suo modo di reagire all’orrore: in fin dei conti, aveva appena finito di dirgli (e non c’era motivo per non credergli) che non più di un minuto prima aveva visto almeno cento (anzi, certamente di più) cadaveri saltare addosso e ridurre in pezzi quello che, sia pure reso irriconoscibile dalla corruzione, era pur sempre stato un loro simile. Non c’era nient’altro che questo, in quel suo atteggiamento inusuale.

Questa cazzo di missione mi sta facendo impazzire, si disse, e scuotendo la testa, rispose: “No, ragazzo, niente. Seguiamo questo sentiero e vediamo di andarcene da qui il prima possibile”.

Non dovettero procedere a lungo. Poco oltre, la strada era sbarrata da due simulacri di guerrieri, ormai quasi completamente spolpati, a cui qualcuno aveva gettato addosso un elmo e una cotta di maglia, che li trasformavano in esseri che incutevano più senso del ridicolo che rispetto. Comunque, le lance che incrociarono davanti al suo cavallo erano ben affilate, e molto poco divertenti.

“Cosa volete?” chiese una delle due sentinelle, che riusciva a parlare anche se non aveva più la mandibola.

“Siamo dei Guardiani della Notte” rispose il ranger. “Siamo qui per parlamentare col vostro capo”.

Lo scheletro rispose abbassando la lancia, e, mentre passava, gli piantò addosso le orbite riempite di fiammelle azzurre ed il volto di inespressivo osso. Avrebbe preferito se avesse tentato di trapassargli il ventre.

“Cosa credete che troveremo, signore?” gli chiese Block, il cui sguardo stava riassumendo la usuale, consolante nebbiosità.

“Non lo so. Solo una cosa è certa”.

“Cioè?”.

“Cioè, che niente può averci preparato. Mi hai capito? Niente!”. Inutile dire quanto gli dispiacque non essersi sbagliato.

Al centro, c’era il trono. Il ranger aveva visto lo scranno su cui il signore dei Sette Regni posava il suo regale culo soltanto due volte, una nel fumo di una battaglia e l’altra mentre era in preda ad una sbronza che avrebbe steso un gigante, eppure, che quello ne era una versione esasperata e grottesca l’avrebbe compreso anche se fosse stato cieco. Era più grande ed al tempo stesso più tozzo e, invece che di spade sottratte a nemici massacrati, era stato costruito incastrando tra loro delle ossa, su cui era stato fatto colare oro zecchino. Starci seduti sopra doveva essere ancora più scomodo che abbandonarsi su quello che stava ad Approdo del Re, ma il suo occupante aveva talmente tanto di quel grasso addosso che avrebbe potuto sedersi sopra un riccio grande quanto un vitello, e comunque non ne avrebbe riportato danni (lui. Il riccio senza dubbio). Portava addosso abiti raccogliticci, che cercava di nobilitare con chili di paccottiglia; aveva un mantello tarlato su cui aveva fatto cucire quella che sembrava pelliccia di ratto. Era rivoltante, ma non era un Estraneo; anzi, forse era rivoltante perché non era un Estraneo, ma un banale, fin troppo comune umano.

Ai suoi piedi, brulicava una colonia di morte. I cadaveri strisciavano gli uni addosso agli altri, mormorando parole incomprensibili e battendo i denti: parevano quei dementi che aveva visto al Fondo delle pulci, col cervello consumato da chissà quale intruglio venuto dalle Città Libere. Ogni tanto qualcuno di loro si alzava e, urlando disperatamente, prendeva a strapparsi, con le mani o direttamente coi denti, se ci arrivava, quei pochi brani di carne e muscoli che ancora pendevano dal suo scheletro, e li masticava maniacalmente. Quello che evidentemente era il loro padrone guardava quei derelitti con scherno, e di tanto in tanto strappava minuscoli pezzetti di pagina dal libro che teneva pigramente aperto sulle gambe e li gettava in mezzo a loro, che correvano a raccoglierlo come trote di fiume su croste di pane vecchio.

Il ranger dovette raccogliere tutte le sue forze, e contemporaneamente trattenere la furia che montava dentro di lui, per mormorare: “I miei omaggi, mio lord”.

Il ciccione scoppiò a ridere. L’unico effetto che ottenne fu di mostrare che non aveva denti. “Voi cazzo di corvi siete così vecchi! Mio lord! Come se fosse ancora tempo di lord e damigelle! Chiamami Direttore, piuttosto, cappa nera! Preferisco!”.

“Come desiderate, Direttore”.

“Ah, ma che bel soldatino che mi ha mandato il Vecchio Orso! E quello lì chi è, il tuo scaldaletto?”.

“Solo il mio attendente”.

“Via, non è il caso di nascondersi, corvaccio! Anche da questo lato della Barriera siamo uomini di mondo, che credi?”.

“Non sono qui per parlare di questo”.

“Vero, sei qui per parlamentare! Volete il mio aiuto contro gli Estranei, mi sembra di aver capito. Non è incredibile con chi ci si allea, al giorno d’oggi?”.

“Il mio comandante lord Mormont è disposto ad offrirvi…”.

“Oh, ma quanta fretta! Che, vi manca il tempo? Suvvia, non mi hai nemmeno detto che cosa ne pensi della mia famigliola!”.

Il ranger, per la prima volta, lo guardò negli occhi. Quasi la mano gli scivolò sull’elsa della spada. “Penso” rispose “che una famiglia dovrebbe avere meno di duecento membri. E che dovrebbero essere tutti vivi”.

“Ah, cazzo, finalmente. Ora sì che riconosco un servetto dell’Orso! Ti sentiresti meno in colpa ad andare in battaglia con loro, se li chiamassi servi, schiavi, merda di mulo? Va bene, allora, che ne pensi della mia merda di mulo?”.

“Ne provo pietà”.

“Pietà! Che nobiltà d’animo, questi Guardiani della Notte! Mica come me, eh? Ti faccio schifo, ho indovinato?”.

“Non sono stato mandato qui per rispondere a domande oziose”.

“Quant’è vero. Sei stato mandato qui per vedere cos’ha da offrirti questo ciccione. Be’, guardati intorno. Uno squadrone di disciplinati cadaveri, che obbediranno ad ogni vostro ordine e vi adoreranno come dei… finché continuate a dare a loro un po’ di questo”. Strappò un foglio dal libro; poi, alzandosi leggermente dal trono, lo usò per pulircisi il culo, e lo gettò nella calca. Il ranger fu costretto a stendere un braccio, per impedire a Block di intervenire a separare il groviglio di corpi che ne seguì.

“Dimostrazione impressiva” commentò. “Ma presumo non ci offrirete i vostri servigi solo per amore dei Sette Regni”.

“Presumi bene. Ma il primo prezzo è ben poca cosa, rispetto alla salvezza dei domini di chiunque sieda sul trono in questo momento”.

“Questo sono io che ho l’autorità per deciderlo”. Serrò le mascelle e lo guardò con odio. “Quindi dimmi il tuo prezzo, pezzo di merda”.

“Se ti aiuta a lavarti la coscienza, insultami pure, amico mio…”.

“Non sono amico tuo”.

“…ma questo non mi spaventerà né mi indurrà a ridurre le mie giuste pretese. Voglio l’equivalente in oro del peso degli uomini che vi offrirò”.

Perfetto. Quei sacchi vuoti che un tempo avevano contenuto degli uomini non potevano pesare molto. Senza considerare che truccare una bilancia era un giochetto talmente stupido che avrebbero potuto lasciarlo fare anche a Samwell Tarly, senza scomodare maestro Aemon. Se questo era tutto…

“E poi” continuò il Direttore, sorridendo malvagiamente. “Voglio il diritto esclusivo di stampare e vendere questi libri oltre la Barriera”.

“Richiesta imbecille”.

“Forse. Ma è la mia richiesta. Se non vuoi accettarla… conoscete la strada”.

“Ma cosa sono quei libri?” domandò, imprevisto, Block da dietro le sue spalle. Il ranger si girò a guardarlo, con tanto odio che sprizzava dai suoi occhi che il ragazzo fece arretrare il suo cavallo, e balbettò: “Ecco, sono… me lo chiedevo perché… insomma, un libro capace… capite, credevamo che solo le arti magiche degli Estranei potessero… e invece…”. Non fu incapace di dire altro, e si limitò ad un cenno con la testa, indicando quanto avevano attorno.

“Più che giusto, ragazzo, più che giusto!” fece il Direttore, infilando una mano sotto il mantello e cavandone un volume identico a quello che stavano leggendo i non morti della radura. “Non lasciarti fuorviare, però. Questi qui, in fin dei conti, non erano che bruti, ignoranti di oltre la Barriera…”.

Il ranger si avvicinò per strappargli il libro di mano ed interrompere quel discorso mellifluo; mentre passava il volume al ragazzo, ne spiò la copertina e mormorò, sorpreso: “Le Cronache”.

“Ma guarda guarda, un corvo istruito” lo irrise il Direttore, mentre Block, che stava sfogliando confusamente le pagine, esclamava, meravigliato: “Ma questo libro…”.

“Sì, parla di noi” completò il ranger. “La Guerra dei Cinque Re, gli Estranei, i maledetti Targaryen oltre il Mare Stretto e tutto il resto”.

“Sarei proprio curioso di sapere come faccia tu a conoscerle, le Cronache” domandò insinuante il Direttore.

“Ti stupiresti, a sapere quali libri si possono trovare nella biblioteca dei Guardiani della Notte… o forse dovrei dire si potevano, visto che per colpa di qualcuno che avrebbe potuto benissimo essere parte della tua famiglia, ormai, non esiste più”.

“Quanto mi dispiace! Permettimi di aiutarti a ricostruirla… e di costruirne una in ogni cazzo di villaggio dei Sette Regni, cominciando da questi libri!”.

“Te l’ho già detto, è una richiesta imbecille”.

“E perché?”.

“Perché, forse, qui è diverso, ma al di là della Barriera, questa storia non interesserà a nessuno. Cazzo, la stanno vivendo, questa storia, non credo abbiano anche voglia di leggerla! Il fatto che ne fosse rimasta in giro solo una copia, e che questa si trovasse alla Barriera, dovrebbe farti riflettere sulla buona riuscita della tua impresa”.

“Sono disposto a correre il rischio”.

“È un grosso rischio. Anche perché…”. Si morse la lingua: come sempre, quando si trattava di libri, stava parlando troppo. Ma era tardi, ormai, per fermarsi. “Anche perché, insomma, i primi due libri, va bene, ammetto di averli letti con interesse, anche se via via minore. Dal terzo in poi, però, lasciamo perdere: la storia langue, e temo che l’autore si sia inventato più di qualcosa per riempire i buchi ed allungare il brodo. Però, su una cosa, hai ragione”.

“Oh, ma davvero? Quale onore! Sarebbe a dire?”.

“Sai che è divertente? Credo tu l’abbia detto solo per gabbare il mio attendente, ma è vero, questi libri non riuscirebbero a ridurre così gli uomini che vivono dall’altra parte della Barriera”.

“Ho i miei dubbi, in proposito”.

Udì l’urlo l’attimo prima che il colpo lo sbalzasse giù dal cavallo; era la voce di Block. “Chi cazzo ti permette di parlare così?”, diceva. Riuscì a vederlo un’ultima volta, prima che gli infilasse le dita nelle orbite e gli facesse schizzare via i bulbi: negli occhi del ragazzo, brillavano le stesse luci azzurre degli altri che avevano letto quel libro che, dopo averlo ucciso, Block ripose religiosamente nella sua bisaccia.

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