Una secchiata d’acqua fredda

I giornalisti hanno quest’abitudine di parlare con vivissimo entusiasmo di qualunque cosa diventi “virale”; in tempi in cui, porca troia, tutto dev’essere social, è chiaro che è qualcosa capace di movimentare (si fa per dire) persone dall’Atlantide all’Everest (cit.), non può che essere qualcosa di buono, giusto e santo. Certo qualcuno dovrebbe andargli a spiegare che anche l’ebola, l’AIDS e, tanto per rimanere più terra terra, l’herpes genitale, sono malattie appunto virali, ma nessuno si è mai sognato di parlarne con il trasporto che si ha quando si parla di eyeballing.

D’accordo: come battuta non è granché. Come paradosso, andiamo ancora peggio. Però, oh, dovevo pure inventarmi qualcosa. Che non sarebbe stato molto nel mio stile scrivere così, di botto: “l’Ice Bucket Challenge mi ha rotto i coglioni”. Anche se, senza dubbio, avrebbe risposto a verità.

Perché non ne posso più. Non passa giorno senza che qualche celebrità si rovesci sulla testa un secchio di acqua e ghiaccio per “aiutare la ricerca sulla sclerosi laterale amiotrofica”. Illustri filantropi del calibro di George Bush junior accettano di buon grado la sevizia; che poi è estate, stanno quasi quaranta gradi, e la cosa è anche piacevole (fatelo a gennaio se siete capaci, amici dell’umanità). E, mentre è ancora bagnato, le fonti di informazione di ogni ordine e grado si sentano in dovere di riferirci che è stato lui a farlo, oggi: che è da quando è stato inventato Facebook, che aspettavano un giorno come questo. Un fenomeno virale che riguarda delle celebrità. Il sogno bagnato di ogni giornalista dell’epoca “Web 2.0”.

Ce ne sia uno che, non dico risponda, ma almeno si faccia la domanda: ma come fa un gesto stupido come questo ad aiutare i malati di SLA? Cioè, a parte dando loro la consolazione di sapere che, sì, hanno una malattia devastante e subdola, che li priva del controllo di tutti i muscoli, impedendo loro di camminare, mangiare, abbracciare i loro figli, parlare ed alla fine addirittura respirare, ma c’è qualcuno che sta peggio. Qualcuno che si è bevuto il cervello al punto da andarsi a fare una doccia di acqua a zero gradi centigradi, solo perché sta davanti ad una telecamera.

Ma, a parte questo, non c’è nulla che differenzi l’Ice Bucket Challenge da una forma stilosa e “straccioni free” di attivismo da click (qui una spiegazione, per quanto parziale): mi faccio sto video da dieci secondi, puccio la testa in una granita, lo metto su Twitter e poi sto in pace con l’umanità; e magari nel frattempo mi faccio pure un po’ di pubblicità, che era da un po’ che non si parlava di me e magari ne posso approfittare pure per mettermi in bikini senza che i soliti bacchettoni si incazzino perché faccio mercimonio del mio corpo. Far finta di fare qualcosa, ed in realtà non fare nulla. Però facendosi dire “bravo!” da tutti i tuoi follower. Vi viene in mente qualcuno che non potrebbe resistere, di fronte ad un’iniziativa del genere?

A me sì: Matteo Renzi. Che infatti non si è fatto pregare.

Ora, queste due o tre considerazioni che sto per fare non saranno originalissime; anzi, senza dubbio c’è qualcuno che le ha già scritte in giro per la rete (Prima legge di Gaber Ricci: qualunque cosa tu possa pensare, qualcuno l’ha già fatta), o anche solo pensate. Però, per me c’è qualcosa di profondamente sbagliato in un presidente del Consiglio che si abbandona ad un gesto del genere. E, ecco, non resisto senza scriverle. Lo so che dovrei vedere un dottore, per questo.

Ad ogni modo: bravo, Matteo, hai dimostrato, ancora una volta, di essere moderno ed à la page. Applausi. Ovazioni. Scene di isteria popolare, detonazioni di mortaretti e miniciccioli (cit.): che comunque avresti ricevuto lo stesso, visto che l’unica cosa che nessuno nega tu sappia fare è essere un bravo piazzista di te stesso. Ma, ecco, stavolta secondo me hai toppato. Non tanto perché, insomma, potrebbe anche venirci in mente (ma è improbabile) che da uno che ha un ruolo come quello di primo ministro ci aspettiamo qualcosa di più, per una malattia drammatica come questa, che una secchiata di acqua e ghiaccio in mente. Non vogliamo dire che bisognerebbe dare qualche aiuto a chi fa sperimentazioni serie su questa patologia, eh, che ci rendiamo conto che, se non puoi abbassare le tasse, e nemmeno tagliare le pensioni che sennò quei cagacazzo dei sindacati minacciano, non c’hai mica tanti soldi, per la bisogna. No: ci basta che non si ripetano più scene come quelle che abbiamo visto durante il governo precedente, in cui malati di SLA si staccarono il respiratore, per protestare contro il taglio dei fondi per i non autosufficienti.

Ma perché, tutte queste palle su Obama che è il tuo mito, che lo ami, che se in Italia una legge lo permettesse lo sposeresti (ma basta che… ok ok, non parliamo anche di questo), e poi mi finisci nel vortice proprio il giorno dopo che Obama ha vietato a chiunque nel suo governo di partecipare? E su, dai, pure tu! Un po’ di tempismo!

 

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3 thoughts on “Una secchiata d’acqua fredda

  1. allora: post molto bello e condivisibile, qualche piccola riserva sulla prima parte.
    la riserva è perchè, da varie fonti, sembra che se ci limitiamo a guardare l’aspetto del quid e della divulgazione di informazione relativamente a una malattia considerata come rara. copio e incollo, ad esempio:
    http://www.wired.it/attualita/media/2014/08/22/che-vi-piaccia-o-meno-icebucketchallenge-funziona/

    molto condivisibile, invece, la seconda parte. l’impressione è che però questo aspetto sia faccenda tutta italiana per due motivi: renzie-lo-sciòmen il primo, da una parte, e il fatto che la questione non sia solo questione di fondi ma di un vuoto – un baratro – legislativo (che fa male, perché è un vuoto proprio tutto cattolicogeno) il secondo.

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