Lui li conosceva bene

Ruppe la capsula serrando le mandibole non appena ebbe varcato la soglia di quella casa semidistrutta dai bombardamenti, e mentre il sapore acre gli si diffondeva dal molare in tutta la bocca, sorrise.

Ora potevano mandargli contro tutte le più pericolose squadre d’assalto del cazzo che volevano: da quella casa non l’avrebbero cacciato da prigioniero. Che lui lo sapeva, quello che facevano quei bastardi della repubblica indipendente a quelli che catturavano; lo sapeva già da prima di mettersi a fare la spia in mezzo a loro ed addirittura del corso di addestramento dell’esercito del Libero Stato: anzi, se aveva deciso di presentarsi volontario era proprio per tutto quello che il Giornaliere aveva deciso dovesse essere riportato, ogni giorno, con una fedeltà che taluni pusillanimi avevano giudicato esagerata, ma che era necessaria per far comprendere che bestie stessero cercando di ridurre all’impotenza, anche con lo sterminio, se necessario.

Chissà se l’avevano pagato o torturato, quello che aveva cantato, che aveva rivelato che lui, il caporale ***, che pure s’era guadagnato qualche encomio da quando un ordine superiore gli aveva imposto di indossare la divisa lorda di sangue della repubblica, era in realtà un doppiogiochista il cui fuoco amico era meno amico di quel che sembrava, e che quella piaggeria non serviva a fargli bruciare le tappe della carriera, ma a carpire qualche informazione ai tronfi ufficiali nemici; propendeva per la prima ipotesi, comunque. La repubblica non seviziava i prigionieri per cavarne qualcosa fuori, cosa per cui già avrebbe fatto abbastanza schifo. La repubblica seviziava i prigionieri per divertirsi, e per riempire gli show televisivi della domenica mattina.

Un sergente di quelli che gli avevano insegnato a sparare gli aveva urlato in faccia di fare poco il frocetto, che quelli che stavano andando a stanare a casa loro non avrebbero avuto nessun riguardo nei suoi confronti, visto che si parlava di persone, se così si poteva dire, che avevano tagliato tutt’e dieci le dita ad un povero salmiere, e poi gliele avevano fatte mangiare una per una, così imparava a portare il cibo all’esercito del Libero Stato. Nelle camerate più di qualcuno mormorava con terrore che là, nella repubblica, i plotoni d’esecuzione non avevano in dotazione solo moschetti, ma anche interi plotoni di selvaggi che non sapevano parlare altrimenti che con quegli enormi cazzi con cui seviziavano i condannati prima (qualcuno diceva anche dopo, ma era una palla: che gusto ci avrebbero provato, a far inculare uno che non poteva urlare?) che la sentenza fosse eseguita. Qualcun altro aggiungeva di aver visto di persone le tenaglie con cui quegli assassini strappavano via gli occhi ed i denti e la lingua e i coglioni, Dio, i coglioni di quelli che salivano al patibolo, ed ogni mutilazione era crudelmente precisa, e si teneva ben lontana dagli organi vitali, cosicché il supplizio durasse abbastanza a lungo. Quindi c’era poco da piagnucolare di propaganda ed altre minchiate per anime belle: lui stesso aveva assistito all’interrogatorio di un ufficiale della repubblica (a cui alla fine loro, pietosi, avevano dato il colpo di grazia con un colpo in testa) che ammetteva che sì, era vero, avevano fatto tutto quello di cui li si accusava, e probabilmente anche di peggio, e l’avevano fatto senza la prospettiva di cavarne alcun vantaggio, per il semplice gusto di farlo e registrarlo e mandarlo in onda per la maggiore edificazione del loro popolo, che di quei mostri era vittima quanto i poveri civili del Libero Stato le cui città erano state devastate dalle bombe dei loro aeroplani.

No, conosceva troppo bene quelli della repubblica indipendente, per farsi catturare da loro. Che venissero. Non avrebbero potuto trarre nessuno dei loro depravati piaceri da un corpo che…

A mezzo, il pensiero fu troncato dall’incoscienza.

-Sergente!

-Sì, signore.

-Vuole premurarsi di spiegarmi cosa cazzo è successo?

-Lo farei volentieri, signore, ma temo che non sia possibile, perché non lo sappiamo ancora. L’unica cosa certa è che, oggi pomeriggio, senza alcun motivo apparente, nel bel mezzo di una banale esercitazione, il caporale ***, apparentemente in preda ad un terrore tanto invincibile quanto incomprensibile, si è allontanato di corsa dal resto del suo battaglione. Inseguito da un piccolo gruppo di commilitoni, ha poi coperto di corsa alcune miglia, prima di venire raggiunto in questo casolare. I suoi compagni sono riusciti a recuperarlo; non vivo, però. Mi duole riferirle che il caporale *** è morto.

-Morto? Di cosa?

-Arresto cardiaco. Probabilmente non ha retto lo sforzo della corsa.

-Sa parecchie cose, sergente, per essere uno che non sa niente.

-Non sappiamo la cosa più importante, signore: perché un buon elemento come il caporale si sia comportato come si è comportato.

-Via, sergente. Sta in mezzo a questa guerra da troppo tempo, per non essersi già dato una spiegazione.

-Cosa vuole dire, signore?

-Voglio dire, ma non vada in giro a ripeterlo o rischio la corte marziale, che in questa guerra maledetta tutti finiscono per impazzire, prima o poi. Anche i buoni elementi come il caporale ***, pace all’anima sua. Preparategli il funerale, e non pensiamoci più, o finiremo per diventare pazzi pure noi.

Chissà dov’erano, adesso, tutti quegli che gli avevano detto che era pazzo, e che quello stratagemma imbecille non avrebbe mai funzionato; chissà che faccia avrebbe fatto, quel dentista disfattista ed oneroso da cui s’era fatto trapanare un dente per ficcarci dentro quella capsula miracolosa (avevano ragione, quelli che dicevano che il Libero Stato aveva i chimici migliori al mondo).

Ricordava la sua faccia, i suoi “Non funzionerà mai”; ricordava anche che l’aveva guardato e quasi gli era scappato, quello che stava pensando: che lui era un vigliacco. Che parlava tanto di vivere e morire per la Patria, e poi voleva ricorrere a quei mezzucci ridicoli per non lasciarci le penne. Era stato bravo, si era saputo mordere la lingua al momento giusto: l’avesse detto, non ci avrebbe pensato due volte a scaricargli in pancia la sua pistola.

Non si poteva dire che non voleva morire per il Libero Stato; gli avrebbe dato anche più di una vita, se solo avesse voluto. Ma quale cazzo di senso aveva morire così, da povero stronzo qualsiasi, smembrato brano a brano tra gli squittii entusiasti di un gruppo di frocetti sadici che gli versavano il sale sulle ferite aperte? Nessuno. Assolutamente nessuno.

L’avevano scoperto: be’, d’accordo. Non avrebbe più potuto fare la spia; ma poteva sempre tornare a combattere in prima linea, col coltello tra i denti, e morire in modo più consono, crivellato dai colpi dei nemici, ma portandosene con se almeno venti o trenta.

Quando era entrato, lui era già precipitato in quello stato così simile alla morte che quel liquido induceva; quelli forse gli avevano sputato in faccia, l’avevano preso a calci, s’erano sfogati altrimenti sul suo corpo: ma non gli importava. Si stancavano in fretta, di prendersela coi morti. Quasi li vedeva, che frignavano come bambini perché una morte improvvisa aveva portato loro via lunghe ore di divertimento. Rassegnati, dovevano averlo caricato su una qualche ambulanza per cadaveri, e portato su una delle piramidi funebri che puntellavano i territori tra i due accampamenti. Da lì, non ci voleva molto a tornare tra i suoi, nella civiltà; nessuno si premuniva di mettere soldati di guardia a dei morti che, si supponeva, non potevano più fare male a nessuno. Ora non doveva far altro che alzarsi e…

Ancora una volta, il pensiero gli si troncò a metà. La consapevolezza, appena tornata in lui, ebbe appena tempo di comunicargli il calore, poi tutto svanì in una nuvola di insopportabile dolore: era un vero peccato che, tra le molte cose che gli avevano detto sulla repubblica, nessuno gli avesse fatto presente che, lì, i morti non venivano, come da loro, esposti sulle piramidi funebri.

Venivano bruciati.

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