A proposito del Sacrificio dell’Arte

Il Sacrificio dell’Arte mi sembra un’iniziativa molto interessante, un vero e proprio esempio di “spinta dal basso” applicata all’arte ed all’uso della Rete: di fronte al degrado in cui versa il nostro patrimonio artistico e, in senso più lato, culturale, sono i cittadini che si fanno carico del problema di diffondere la conoscenza di quanta bellezza esista nel nostro paese, e di quanto male venga trattata, anche senza ricorrere alla copertina patinata di un film di Sorrentino. O, almeno, così la vedo io.

Inutile dire che, come per ogni iniziativa interessante, vorrei essere tra le sue firme. Non mi sarebbe così difficile: io vivo a L’Aquila, e questo significa che in mezzo al sacrificio, al degrado, all’abbandono, al menefreghismo nei confronti dell’arte ci vivo, e potrei parlarne agilmente.

Santa Maria di Collemaggio è una delle chiese più belle che io abbia mai visto; è stato finalmente deciso di restaurarla solo pochi mesi fa, dopo alcuni superficiali lavori di puntellamento. La chiesa di San Bernardino sta nelle stesse, drammatiche condizioni in cui la si poteva “ammirare” la mattina del 6 aprile 2009. I palazzi storici in cui erano allocati il Comune, la Biblioteca, il Rettorato dell’Università, il liceo classico, per non parlare di quella libreria che mi faceva lustrare gli occhi ogni volta che ci entravo, c’è da ipotizzare che non verranno riaperti prima che nascano i figli dei figli dei miei figli; che, comunque, non se li godranno, perché nel frattempo saranno stati fatti ammuffire in mezzo al disinteresse. I portici che partivano dall’incrocio dei Quattro Cantoni ed andavano verso piazza Duomo erano, un tempo, uno dei simboli de L’Aquila; passeggiarci adesso, con l’unica compagnia delle vetrine vuote, è quanto di più spettrale possa esistere. Il Castello Spagnolo ha davanti delle gru che paiono sempre ferme.

Poi dicono che bisognerebbe dimenticare, ed andare avanti. Ma come si fa, se, oltre ai tuoi amici, alle persone a cui hai voluto bene, a qualcuno che avresti potuto incontrare più avanti e, che Dio non volesse, amare, hai perso il tessuto stesso del posto in cui vivi, la sua storia, i suoi simboli? Questi i danni fatti all’Aquila dal terremoto, e da quel fastidioso ritornello che è “come fai a preoccuparti di questo? Ci sono cose più importanti”. Obiezione che sarebbe corretta e sacrosanta, se fossero passate due settimane dalla tragedia, e non cinque anni e mezzo. Di fronte a questo lasso di tempo biblico, rispetto alle promesse fatte dal solito uomo della Provvidenza, ci si aspetterebbe di poter ricominciare a frequentare le lezioni a palazzo Carli, e non nella moderna ed inguardabile Galleria Leonardo da Vinci (uno dei centinaia di centri commerciali che paiono essere l’unica preoccupazione dei costruttori moderni); di poter andare ad incontrare il Rettore dove è sempre stato fin dalla fondazione dell’Università, e non in uno dei perpetui uffici temporanei che gli vengono concessi; di poter andarsi a comprare “L’Arte di Stupire” di Mariano Tomatis in un locale storico con gli scaffali che si innalzano fino al soffitto, e non nello sgabuzzino che i proprietari della libreria di cui sopra hanno affittato tra un negozio di intimo ed uno di elettronica.

E invece, no: i palazzi continuano a fissarti vuoti ed immoti, come nessun edificio dovrebbe essere. Alcuni mostrano timidi segni di restauro, altri, semplicemente, stanno su grazie alle puntellature, e nessuno se ne occuperà mai: i fondi iniziano a scarseggiare, ed in effetti i problemi continuano ad essere ancora, incredibilmente, grottescamente, insopportabilmente altri.

E… no. Potrei parlarne agilmente, ma non lo farò: perché farlo significherebbe gettare il proprio cuore contro un muro di pazzi, e questo, si sa, non è facile, quando ci sono piaghe che sanguinano e ferite infette che rifiutano di cicatrizzare. Ed hanno ragione, finché qualcuno continua a riaprirle con sadismo.

Che fare, dunque? Vorrei parlare un poco di responsabilità. Del perché qualcosa di cui dovremmo avere tanto bisogno come la bellezza sia oggi calpestata al punto da far coniare a qualcuno (che certamente non esagera) la locuzione “Sacrificio dell’Arte”; soprattutto, di chi siano le colpe di questo stato di cose. Ebbene, vi sorprenderò, ma io credo che la colpa sia nostra e solo nostra.

D’accordo, c’entrerà quella nuova cultura che si vuole iniziata negli anni Ottanta, ma che in realtà può essere fatta risalire almeno ai Cinquanta, quell’edonismo che porta a ritenere come passatempo valido (e dunque remunerativo) unicamente quello che diverte (come se invece andare a mettersi col naso per aria nella Cappella Sistina non lo fosse, divertente), quello che è moderno, veloce, scattante (la stessa imbecille utopia del Futurismo, a ben guardare); c’entrerà l’efficientismo che ne è un figlio deforme, ma legittimo, quel “chi non lavora non mangia, ed anche chi lavora non mangia se non diventa miliardario”, che ha raggiunto la sua massima incarnazione con i vari governi Berlusconi. C’entrerà il gusto per la “cifra economica”, quello per cui un governo deve occuparsi dei numeri e non delle cose ed ancora di più delle persone, c’entrerà pure che “come fai a preoccuparti di questo? Ci sono cose più importanti”, e allora aspetta e spera, arte, che un giorno forse qualcuno si occuperà di te. Ma questo non è che il casus belli, la provocazione a cui, sventurati, non abbiamo saputo non rispondere.

Ad esempio: Assolocorale ha scritto un articolo bellissimo, ma l’ha iniziato con queste parole:

Il Patrimonio Artistico dovrebbe costituire la leva principale della nostra economia

Oppure: quando Giulio Tremonti, con la superficialità che non ci si aspetterebbe nemmeno dal più ignorante e grigio degli impiegatucoli, figuriamoci da un ministro, ebbe la geniale idea di fare il simpatico dicendo: “provate a farvi un panino di Divina Commedia”, tutti si precipitarono a dire che non era vero, che con la cultura si poteva mangiare, che era il nostro unico pane, che non abbiamo risorse naturali ma quella è la nostra unica ricchezza, eccetera eccetera eccetera. Lo stesso capita tutte le volte che ci sono tagli al Fondo per il Cinema, o che si parla di accorpamenti, chiusure o soppressioni (cit., sempre dall’articolo di Assolocorale).

Intendiamoci: io non dico che non bisogni fare opposizione a queste decisioni scellerate; non starei qui a scrivere, altrimenti. Penso che quello di preservare qualcosa che è supremamente inutile, almeno dal punto di vista economico, qual è l’arte, sia un atto di resistenza fondamentale, in un periodo in cui tutti paiono avere in bocca la gelida risposta dell’ufficiale delle SS che, in Schindler’s list, dice al professore di lettere e filosofia: “E a che serve la filosofia?”. Ma è proprio questo il punto: la battaglia andrebbe condotta senza snaturare quello che si sta difendendo. Un ministro dice che non ci saranno più fondi per tenere aperti i musei? Bene: si manifesta, ci si incazza, ci si scontra, si portano i quadri in strada e si espongono lì, col rischio di farseli rubare, ma non si risponde che “il ministro sta sbagliando perché l’arte porta ogni anno all’Italia un gilione di introiti senza considerare l’indotto”. Fatele dire a Marchionne, queste cose. Difendere l’arte dal furore censorio di chi ritiene che in un paese servano solo banche ed imprese (ovviamente libere di assumere e soprattutto licenziare come meglio credono), dicendo che è “economicamente utile”, è come difendere i neri dal razzismo dicendo che in realtà sono bianchi. E, quel che è peggio, è anche controproducente per la causa.

Un sovrintendente per i beni pubblici, ovviamente, non è un esperto di economia; un appassionato dell’opera di Isamu Noguchi, probabilmente, anche meno: non ci si può mettere a discutere con uno che padroneggia perfettamente la disciplina o che, almeno, ne conosce tutti i trucchi; è una sfida comunicativa persa in partenza, dopo trent’anni di estenuante martellamento sull’importanza delle competenze (vere o più spesso presunte); martellamento che va avanti negli slogan giovani di Grillo e Renzi. Ci dicono che l’arte è inutile? Rispondiamo come fece una volta Roberto Herlitzka:

è inutile, per fortuna.

Se non vogliamo che gli altri sminuiscano ciò che amiamo, non dobbiamo essere noi i primi a farlo; se non vogliamo che qualcuno per strada urli “Puttana!” dietro alla nostra compagna, non chiediamole di uscire col tacco 12 e la minigonna (fermi fermi fermi: non dico che quello che urla “Puttana!” sia nel giusto: è uno stronzo e tale va considerato. Tuttavia, se ci da fastidio che accada, e sappiamo che in giro ci sono molti, anzi, quasi solo stronzi, dobbiamo agire di conseguenza).

E poi… e poi niente, mi accorgo ora che ho scritto più di 1400 parole, parlando troppo, parlando male, probabilmente non arrivando al punto, e senza far capire quello che volevo dire. Che fare, dunque? Tenterò di cavarmela con una battuta. La prossima volta che un Tremonti (figurarsi se non ne avremo altri) ci pungola dicendoci che “non si mangia con la cultura”, non rispondiamogli sparandogli in faccia pagine e pagine di cifre; piuttosto, prendiamo la classica edizione della Commedia curata da Natalino Sapegno e ficchiamola in mezzo ad un fragrante sfilatino. Questo perché, per usare le immortali parole di Arthur Bloch:

non discutere mai con un cretino. Ti porta al suo livello e poi ti batte con l’esperienza.

 

 

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2 thoughts on “A proposito del Sacrificio dell’Arte

  1. ahahahah! alla conclusione mi sono rotolato sulla tastiera (q… 🙂 w… 🙂 e… 🙂 r… 🙂 t… 🙂 y… :), come scrissi un tempo :-P)
    a parte gli scherzi, l’hai fatto capire, e bene. ecco, sì, a essere sincero l’esempio del tacco 12 no, non lo trovo calzante. ma anche senza, si capiva ugualmente. quel che dici è giusto e sacrosanto. solo, spezzo una lancia a favore di lois: il patrimonio artistico è anche economia. se leggi il suo blog ti rendi conto di quanto per lois l’arte sia tutt’altro che, in primis, denaro. per questa campagna, però, non lo considero un motore secondario, ecco.

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