Oggi

Oggi è l’11 di settembre, ed è inutile far finta di non ricordarselo, o non ricordarselo davvero: oggi è il giorno delle lacrime, del ricordo, dello sbigottimento che permane testardo di fronte a quelle immagini, e tutti ne parlano; è il giorno in cui ricordarsi che credevamo che gli anni che iniziavano col doppio zero sarebbero stati il proseguimento di quello che erano stati i 90 (che qualcuno ha saggiamente definito “gli anni più egoisti del Novecento”), e dunque anche gli 80: anni di edonismo e piacere sfrenato resi presentabili dalle parole “benessere” e “pace”.

Non è andata così (nonostante siano stati alla fine anche anni di “benessere” e “pace”). L’11 settembre ha annientato la nostra sicurezza e, ancora di più, la nostra sicumera; ci ha fatto capire che eravamo vulnerabili esattamente come chiunque altro: con la differenza che “chiunque altro” veniva colpito da una postazione missilistica in mezzo al mare, mentre “noi”, per essere colpiti, avevamo bisogno di qualcuno disposto a suicidarsi perché bombardati di idee che poco hanno a che fare con la religione e molto con la pazzia, nonostante taluni (oggi posti sotto inchiesta dall’Ordine dei giornalisti, finalmente) abbiano cercato di convincerci del contrario. Ci ha anche gettato nelle braccia di qualcuno che non vedeva l’ora che ci sentissimo così, indifesi, assediati, per chiederci se preferivamo morire nelle libertà democratiche o vivere in uno stato del terrore.

Ad ogni modo, l’11 settembre segna un punto di non ritorno: una svolta nella storia, una sliding door di fronte a cui non si può dubitare che nulla sarebbe stato lo stesso, se non si fosse aperta.Tanto che ci sembra che, prima del 2001, l’11 settembre fosse un giorno come gli altri, privo di eventi significativi a cui legarlo.

Ed invece, non è così: ed è quest’altro 11 settembre che oggi voglio ricordare. Non perché ritengo che quei migliaia di morti delle Twin Towers non siano importanti: per me tutti i morti lo sono; e nemmeno perché voglia giocare al “Eh sì, sono morti degli americani, però…”. Non ho più quindici anni. Tuttavia, come tutti i morti sono importanti, anche tutta la Storia lo è. E quello che accadde l’11 settembre 1973 può insegnarci tante cose.

Quel giorno, a seguito di un incessante bombardamento della Casa della Moneda, moriva Salvador Allende, presidente socialista del Cile, sotto i colpi dell’esercito ribelle comandato da Augusto Pinochet, il cui colpo di stato fu probabilmente appoggiato dagli Stati Uniti, che temevano la nazionalizzazione delle miniere di rame, che il presidente Allende voleva portare avanti e, forse ancora di più, la prova che un governo di sinistra non significava necessariamente fame e gulag.

Quel giorno dovrebbe insegnarci che un presidente può essere democraticamente eletto, ed in più amato dal suo popolo di cui, per quanto ci è dato sapere, stava facendo il bene, e comunque essere rovesciato ed ucciso con l’aiuto di persone che 28 anni dopo, ironicamente, della democrazia si sarebbero fatti esportatori.

Quel giorno dovrebbe insegnarci che nazionalismo è una parola vuota, priva di ogni significato, se è vero come è vero che uno che si professava fanaticamente nazionalista (tanto da proclamarsi “Capo Supremo della Nazione”) come il generale Pinochet, poteva mandare in giro i suoi amici militari a far sparire dopo atroci sofferenze cittadini della sua stessa nazione.

Quel giorno dovrebbe insegnarci che, se di religioni violente proprio si vuole parlare, la nostra non è migliore di quella degli altri, se il suo capo supremo d’allora (attualmente un santo) ha potuto fare questo:

Quel giorno dovrebbe insegnarci che la nostra felicità, la nostra pace, il nostro benessere, spesso significano l’infelicità, la guerra, la disperazione altrui. E forse nessuno riuscirà più a convincerci, che siamo sotto assedio perché noi siamo i buoni e gli altri i cattivi.

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