L’armata dei sonnambuli: la recensione (per forza con gli spoiler, stavolta)

Ci sono degli argomenti di cui pensi di aver sentito tutto, e poi d’improvviso, sbam!, arriva qualcuno, dotato di appena un poco di immaginazione più di te (e di un’abbondante dose di pigrizia meno di te) e ti dimostra che ti sei sbagliato, che di quell’argomento conoscevi, toh, l’uno per cento, che tutto quello che credevi di sapere è sbagliato o almeno parziale, che in poche parole sei un coglione, e mo’ mettiti seduto là, che te lo si conta noi, com’è che andò.

La Rivoluzione Francese è uno di questi argomenti, e Wu Ming (che va scritto senza articolo ed inteso al singolare, come diceva giustamente Mario Galzigna qui) è  quel qualcuno: ed è per questo che “L’Armata dei Sonnambuli” è un fottuto capolavoro. Si può dire fottuto capolavoro, nel Web 2.0? Spero di sì, perché tanto io lo dico lo stesso.

“Capolavoro”, innanzitutto, in senso etimologico: perché Wu Ming stesso ci ha tenuto a sottolinearlo, questo romanzo è un po’ una summa di tutto quanto ha prodotto fino ad ora, ed un trampolino per quello che produrrà in futuro. Quando, tra qualche secolo, quelli che stanno a noi come Violette Nozière sta a Marie Nozière studieranno l’opera di questi fondamentali autori italiani (e la studieranno, statene certi: Wu Ming è probabilmente l’autore italiano più importante degli ultimi quindici-vent’anni), che nell’epoca in cui si vendeva l’autore e non il suo lavoro nascondevano il loro volto e non permettevano che venisse fotografato, questo libro sarà per il collettivo bolognese ciò che “I Promessi Sposi” è oggi per Alessandro Manzoni. Solo, con molta meno noia di mezzo.

Già, Manzoni: riferimento inevitabile di tutti quelli che scrivono romanzi storici; riferimento a cui Wu Ming non sfugge certo: ed infatti, tra i capitoli che costituiscono questa storia si insinuano stralci di documenti d’epoca, per dimostrare che ciò che si sta raccontando affonda saldamente le sue radici nella Storia con la s maiuscola, quella “vera”, che si legge sui libri di scuola: la decapitazione di Luigi XVI, la prigionia di sua moglie, i giacobini al potere, il Terrore (o, sarebbe meglio dire, i Terrori, al plurale), la reazione termidoriana e tutto il resto. Ma i panni, qui, non sono risciacquati in Arno, ma nelle acque limacciose del Delta del Po; il gergo sanculotto, infatti (attentamente studiato dagli autori) è stato “tradotto” con termini provenienti dal dialetto ferrarese e delle aree limitrofe, dimostrando, con ciò, che altro è il fine di Wu Ming, rispetto a quello di Manzoni: laddove, infatti, nei “Promessi Sposi” il desiderio di condurre il molteplice all’uno, il caos all’ordine, le umane vicende all’azione di una Provvidenza salvifica fa usare la più letteraria delle lingue italiane, giungendo all’assurdo di far parlare in fiorentino un lecchese, qui il medesimo stratagemma, di usare una lingua che è estranea all’ambiente che si descrve, non stride come nell’opera del milanese. Se “L’Armata dei Sonnambuli” cerca di dimostrare qualcosa, infatti, è che in ogni evento storico vivono, si scaricano e nascono contraddizioni; l’ordine non esiste, è una parola inventata dai padroni per decapitare giacobini ed arricchire la borghesia affamando il popolo: popolo che, ovviamente, si esprime con termini popolari, “parla come mangia”, solo che parla tanto, e dice sbrisga, e dice smerdo, e dice accorciare per tagliare la testa, e dice tante altre cose che ti danno l’idea di essere là, come seduto a teatro di fronte ad una macchina del tempo che ti fa vedere hic et nunc ciò che è accaduto secoli e secoli fa.

Questa, di essere riuscito nell’impresa di farmi piacere il romanzo storico (operazione in cui molti hanno fallito), è uno dei meriti principali che il romanzo assume ai miei occhi. Ci riesce, probabilmente, perché anche i personaggi sono presentati in modo diverso da quelli di tante altre opere del medesimo genere, primo fra tutti, ancora, “I Promessi Sposi” (ma penso anche ai romanzi di Tolstoj): qui, infatti, i personaggi agiscono la Storia, in qualche caso la commettono, ma mai, mai, la subiscono; e, quando lo fanno, in ciò non vi è nulla di eroico (penso al personaggio di Marie Nozière ed al momento in cui, sola, depressa ed alcolizzata, vive nella soffitta di Claire Lacombe). E la agiscono da “punti” non convenzionali: i tre protagonisti del romanzo sono una sarta con idee che oggi verrebbero definite estremiste anche dal “Manifesto”, un medico ipnotista ed un attore che sceglie di diventare il supereroe dei morti di fame.

Lo hanno segnalato in molti, che Scaramouche è, appunto, un supereroe: ebbene, il termine non è esagerato, perché le sue imprese vengono descritte negli stessi termini degli eroi classici del genere, soprattutto di quelli con “superproblemi”, dall’Uomo Ragno in giù. Questa scelta non è casuale: Wu Ming conosce senza dubbio il mondo dei comics americani (Wu Ming 5 ha scritto per Einaudi l’introduzione ad una raccolta di storie del Ragno) e, be’, solo un supereroe poteva affrontare un problema come quello della controrivoluzione, dell’Armata dei Sonnambuli, degli accaparratori, degli odiosi muschiatini. Pur avendo pure lui superproblemi mica da ridere: ad esempio, quello di dover mettere qualcosa nella pancia senza trovare un cazzo di lavoro in cui qualcuno non vada a rompergli i coglioni.

Certo, la scelta dei personaggi riflette le ideologie politiche dell’autore: ma sarebbe sbagliato considerare “L’Armata dei Sonnambuli” come un romanzo a tesi. È un romanzo che costringe a prendere posizione, senza dubbio; ed è un romanzo che parteggia per una parte, ancora senza dubbio. Ma non c’è censura e non c’è manipolazione delle azioni: se alla fine ci si ritrova a simpatizzare per i giacobini, per Scaramouche, per Marie che si costruisce coi ferri da maglia un guanto alla Freddie Krueger, è perché ci si rende conto che loro, almeno, sono sinceri, in qualche caso fino all’ingenuità. Gli altri no: gli altri vogliono solo i soldi, che ci sia la monarchia assoluta, quella costituzionale o la Repubblica poco importa. Ed è per questo che, come questi poveri cristi, si finisce anche noi per volergli bene, a quelli che i libri di storia ci presentano come “tiranni assetati di sangue”, o che non ci presentano proprio, condannandoli ad una incomprensibile damnatio memoriae (penso a Saint Just, tanto per fare un esempio): Robespierre ha esagerato, ma al popolo ci voleva bene davvero (ci è un errore spudoratamente voluto); Marat, poi, non ne parliamo: era chiamato “l’amico del popolo”, e c’era un motivo, se era così.

Wu Ming ha sottolineato più volte che, di questo libro, gli piace come ha trattato le donne, che non sono più macchiette sullo sfondo, personaggi che subiscono (sì, uso ancora questo termine) quanto fanno gli uomini, ma persone, persone che vivono una crescita e lottano contro un mondo che è loro avverso, ieri come oggi: la questione femminile nasce con la Rivoluzione Francese, si capisce in questo libro. E se si può essere clementi con Treignac (tra parentesi, uno dei personaggi migliori), che è figlio dei suoi tempi quando dice che le donne dovrebbero stare a casa a badare ai bambini, e se si può perdonare a Marie ed alle sue compagne del foborgo di aver battuto sul culo l’odiosa puttana dei brisottini (ma neanche tanto: è Marat che giunge a salvare quella donna), non si può esserlo con le persone che ancora oggi professano le medesime idee. Se non certe ancora più retrivi.

Che il romanzo storico parli in realtà dell’oggi è verità acclarata fin dai tempi dell’ormai citato troppe volte Manzoni: non si può dunque rimproverare a questo libro di fare lo stesso; anzi, si sentiva il bisogno di un’analisi dei meccanismi con cui un uomo di carisma (è in fin dei conti questo, il nocciolo del magnetismo animale con cui il cavaliere di Yvers mette insieme la sua armata) riesce a raccogliere intorno a se una banda di figli di papà annoiati ed a lanciarli all’assalto di tutto e tutti, che fosse condotta al di fuori dei soliti circoli accademici. Ancora di più, si sentiva il bisogno di qualcuno che ci ricordasse che fare la rivoluzione in solitario non ha alcun senso: o ci si libera tutti, uomini, donne, bianchi, neri, froci eccetera, oppure la rivoluzione finisce nelle mani dei controrivoluzionari, che chiameranno quello che era un regno repubblica, ma solo nell’attesa di un Napoleone che rimetta i poveri dove devono stare. Io penso che in questo senso vada letto il finale del libro, in cui tutti i personaggi, che fino a quel momento avevano vissuto su percorsi tutto sommato paralleli, convergono verso la prigione del Tempio per dare l’ultimo assalto contro il loro comune nemico (con un colpo di scena finale che è l’unica nota stonata del romanzo: non ne ho capito l’utilità, francamente). Questo finale mi ha ricordato quello di un’altra grande opera, anch’essa ambientata in Francia (sia pure in un dove ed in un quando completamente diversi), anch’essa appartenente a quell’Universo narrativo che è il New Italian Epic: il Ciclo di Nostradamus di Valerio Evangelisti. Con cui condivide un’altra caratteristica: la mescolanza dei generi.

In realtà, qualunque membro di Wu Ming chiamato ad esprimersi su questo ne parla con fastidio e liquida la questione in cinque minuti con un “noi vogliamo mescolare i linguaggi, anche Dan Brown mescola i generi”. Già: ma non così. Dan Brown cosa fa, mescola azione e giallo? Oh, bella forza: è dagli anni venti che si fa la stessa cosa. Ma qui i generi mescolati sono completamente diversi tra loro, ed apparentemente inconciliabili: l'”affresco sociale” in cui si muovono Marie Nozière e Leo Modonnet aka Scaramouche non sembrano avere nulla a che fare con il romanzo gotico che è la missione del dottor D’Amblanc in Alvernia, come con la “caccia all’uomo” da film di spionaggio che i tre mettono su per trovare lo sfuggente cavaliere d’Yvers.

Proprio il cavaliere d’Yvers è secondo me il personaggio più riuscito del romanzo: è un antagonista eccellente, che rimane nell’ombra per tutto il romanzo, una forza del passato così diversa da quelle che Pasolini descriveva in una sua bellissima poesia. Una forza del passato incapace di comprendere che proprio l’importanza delle sue azioni è un segno del fatto che la Rivoluzione qualche effetto l’ha avuto: quando mai si sarebbe potuto immaginare, prima, un ruolo tanto importante per un piccolo membro della nobiltà di spada? Nel momento in cui decide di arbaltare il mondo, il cavaliere ammette la sua sconfitta. Che poi verrà finalizzata dalla sua incapacità, nel momento in cui si tratterà di fare qualcosa di diverso dal semplice “mandare qualcuno a menare le mani”. Un fascista fatto e finito, col mito del “bel gesto”, purché a compierlo sia qualcun altro, capace unicamente di rapire un povero ragazzino scrofoloso, attorno a cui ruotano le sue speranze di un ritorno al “molto antico” (riferimento obliquo a Julius Evola ed a tutta la manica di imbecilli “primitivisti” che si aggirano attorno al neofascismo? Può darsi).

Infine, c’è da parlare del Quinto Atto. Ancora gli autori ci dicono che è il nocciolo di quanto faranno in futuro: un misto di storia e narrativa ancora più stretto di quello proposto finora. Il Quinto Atto, da solo, sarebbe un capolavoro per questi due, semplici motivi:

  1. in un tempo in cui ogni risposta è a portata di clic, e la curiosità è morta sotto i colpi delle acquisizioni di Google (confronta la fondamentale opinione di Mariano Tomatis, in merito), il Quinto Atto è capace di rianimarla: ed in modo totalmente diverso dalla “finta vita” che Galvani infondeva nelle sue rane con una pila elettrica. Qui la curiosità c’è, è reale, e ti viene voglia PER DAVVERO di andarti a cercare all’Archiginnasio di Bologna, in mezzo ai tomi polverosi, qualche notizia sulla vita di Leonida Modonesi, o come cazzo si chiama (sull’argomento scriverò qualcos’altro presto, state connessi);
  2. lascia il dubbio: non si capisce se si stia ANCORA dentro al romanzo, o se si sia finita in una delle sterminate bibliografie di Crichton. Esisterà davvero quella lettera di cui mi riportano il testo? Quel libro sul magnetismo è stato stampato? Il marchese Puysegur è veramente considerato un iniziatore della moderna scienza psicologica, o se lo stanno inventando? Siamo in una grida manzoniana (se scrivo ancora una volta Manzoni, mi esplode la tastiera, cit.), o in uno degli elenchi di opere inventate di Borges?

Penso che questo libro sia stupendo, e per di più fondamentale. Ho lasciato qui le mie sparse opinioni su di lui, a caldo: non ho neppure letto il post-monstre in cui i lettori appassionati si scambiano giudizi, per non alterare quanto avevo in mente. Non so, quindi, se qualcuno ha già avuto le intuizioni che ho avuto io: se lo ha fatto, sicuramente lo ha fatto meglio. Ma gli errori, le imprecisioni, le sbavature, le omissioni che questo post contiene, e che non voglio correggere, sono frutto dell’entusiasmo. Quand’è stata l’ultima volta che un romanzo italiano vi ha suscitato un entusiasmo tale? Ecco, appunto.

Cos’altro c’è da dire? Sicuramente molto, molto altro. Se mi riesce, tenterò di farlo qui. Ma per intanto, basti questo:

VIVA SCARAMOUCHE!

E tutto il Resto può tRanquillamente andaRe a faRsi fotteRe!

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