Gli uomini di più ampio intelletto

Ricevo la lettera che è la fine di agosto o l’inizio di settembre.

Una busta bianca, rettangolare, ad occhio e croce comprata pochi giorni prima di essere imbucata; o di non essere imbucata, dovrei dire, visto che non c’è il francobollo: pubblicità, penso subito. Ma mi incuriosisce lo stesso, visto che è sopra c’è scritto il mio indirizzo scritto a macchina. La piego, cerco di infilarla da qualche parte tra le mille cose che ho in mano (è il compleanno di una mia amica e le ho comprato un regalo, sono dovuto passare a prendere il pane, ad un negozio cinese ho fatto rifornimento di penne, visto che ne consumo tante che negli uffici del presidente della Bic ci sarà una mia foto con sotto un lumino acceso), salgo le scale, apro la porta, impacchetto quello che devo impacchettare, spacchetto quello che deve finire nel mio astuccio o nella credenza, faccio appena in tempo a dire all’amica in questione (che chiamerò Anita, che so che è un nome che le piace), con un SMS: “Oh, ma lo sai che ho ricevuto una lettera stranissima?”, che quella è sparita. Volatilizzata, proprio. Penso che sia finita dentro il pacchetto, ma è impossibile, me ne sarei accorto; controllo sotto il pane, controllo nelle buste che ho riposto, apro pure il frigo, che non c’è motivo che sia finita lì, ma per qualche motivo a casa mia quando sparisce qualcosa poi si ritrova sempre nel frigo: niente. Oh, be’, mi dico, era solo pubblicità. Però un po’ mi dispiace, ecco.

Passa del tempo. Arriva il giorno fatidico del compleanno. I regali, lo so, saranno apprezzati: d’altronde, li ho acquistati dietro invito implicito, qualcosa di tipo: “Oddio, mi piacerebbe tanto, ma veramente tanto, cioè mi capisci, tanto, TANTO, leggere qualcosa di suo, sì lo so che adesso che è morto è proprio brutto, però insomma torna tutto in libreria, approfittiamo, no, che ne pensi? Però io quando entro in una libreria rischia che la svaligio, forse dovrei aspettare un po’… E poi a breve è il mio compleanno, magari qualcuno me li regala!”. Ok, messaggio ricevuto. Dentro la scatola che ho costruito personalmente (che la carta da regalo che si trova in giro è tutta francamente orrenda), ci sono “L’amore ai tempi del colera” e “Cronaca di una morte annunciata” di Gabriel Garcia Marquez, ed un segnalibro che dice: “Non sono le persone che fanno i viaggi. Sono i viaggi che fanno le persone”. Non mi sbaglio: Anita ringrazia e sembra sincera, anzi le brillano anche un po’ gli occhi, mentre parliamo del più e del meno… per circa quindici secondi. Perché poi la sua piccola felicità viene coperta dal mio urlo.

“Ecco dov’era finita, cazzo!”.

L’angolo bianco della busta, ripiegata, spunta dalla copertina di uno dei due libri. Era finita, effettivamente, nell’incarto, ma senza che io me ne accorgessi perché era nascosta in mezzo alle pagine di una delle due opere di Marquez. Prendo nota mentalmente, nel caso dovessi nascondere il biglietto di qualche ammiratrice, in futuro (ma corro il rischio: ci sono lettori voraci, lì dove abito).

Mi scuso per aver fatto come ho fatto; Anita, incuriosita, mi chiede che cos’è quella lettera. Le ricordo di quel messaggio che le avevo inviato qualche giorno prima, quella lettera strana, sicuramente pubblicità, che avevo perso. Lei mi guarda e dice: “Curioso”, e poi aggiunge: “Be’, adesso dobbiamo aprirla, no?”. Sono d’accordo. Ma prima mi prendo qualche secondo per osservarla un po’ meglio di come l’ho osservata in passato.

Be’, presumo ci voglia un Dickens, per rendere interessante la descrizione di una busta da lettere, ed io non sono Dickens; e la lettera, per altro, è esattamente come me la ricordavo, tranne che per qualche piegatura ed i primi segni di ingiallimento. La lettura del mio indirizzo, invece, mi rivela qualcosa che non avevo notato. “È in inglese”, dico, ad alta voce. Infatti, non c’è scritto:

Gabriele Polsinelli

Via S. Antonio 15, 73048 Nardò (LE)

(nome vero, indirizzo fasullo), ma:

Mr Gabriele Polsinelli

15, S. Antonio Road, 73048 Nardò (LE)

ITALY

La macchina da scrivere con cui è stato scritto, inoltre, era effettivamente una macchina da scrivere: e grazie al signor Delapalisse, direte voi. Calma, mi spiego: voglio dire che la lettera non è uscita da una stampante dopo che qualcuno aveva impostato a schermo un bel font per imitarne lo stile, ma che è stata effettivamente infilata nel nastro di una Olivetti Lettera 22 e battuta lettera per lettera; la macchina da scrivere doveva avere anche un po’ il nastro rovinato, perché certe lettere sono “impresse” molto male.

Qualcuno ci deve aver perso tempo, su questa pubblicità. Si merita quantomeno la soddisfazione. Apro la busta. Anita mi si fa a fianco.

Contiene un unico foglio, formato A4, ripiegato su se stesso tre volte; tutta una facciata è coperta di frasi, battute anch’esse a macchina, la stessa dell’indirizzo, probabilmente (anche qui molte lettere sono “stampate” così male da rendere certi passi quasi illeggibili). Inizia così:

Dear Gabriele

“Anche la lettera è scritta in ing…” inizio a dire, prima che mi cada l’occhio sulla firma, in basso a destra. H.P. Lovecraft.

“Lovecraft?” domanda Anita. “Ma non è quello scrittore di cui mi hai prestato il libro, qualche tempo fa?”.

“Sì”.

“E… non è morto?”.

“Sì…”.

Ci guardiamo. Non più di una frazione di secondo: poi ci gettiamo nella lettura e, bestemmiando i termini più strani dell’inglese che possa utilizzare un tipo, per ora anonimo, che si finge uno scrittore con la passione per i vocaboli desueti (che la lettera non può mica averla scritta Lovecraft… giusto?), iniziamo a tradurre. Questo è quello che otteniamo, dopo una ventina di minuti di tentativi, prove ed errori (i secondi più miei che dell’altra involontaria protagonista di questa avventura):

Caro Gabriele,

so che non abbiamo mai corrisposto, in passato, e, dunque, ti prego di perdonarmi se ora ti sto scrivendo questa lettera che, tuttavia, credo tu troverai preziosa e, forse, addirittura necessaria. Tenterò, comunque, di essere il più possibile conciso e di non rubare ai tuoi impegni (so che ti piace vantarti di averne molti) più tempo di quanto non sia sufficiente.

La situazione in cui mi trovo ormai da numerosi anni, pur provocandomi alcuni fastidi comunque meno gravosi di quanto si potrebbe immaginare, mi offre tutta una serie di vantaggi cui non credo, benché nei primi tempi non la pensassi allo stesso modo, che sarei più in grado di rinunciare. Non voglio, e neppure posso, scendere nei dettagli; ti basti sapere che alcune di queste mi tornano a volte utili, quando mi viene concesso (o, sarebbe meglio dire, quando riesco a distrarre abbastanza a lungo i miei carcerieri da concedermelo da solo [questo inciso ci ha portato via molto tempo, NdA]) di aiutare quelli che, per qualche motivo, giungo a considerare miei amici. Tu sei uno di questi (per quanto possa sembrarti strano, abbiamo un diverso concetto di amicizia, qui), e questo è uno di quei casi.

Permettimi, per inciso, di esprimere il mio disappunto: tutto questo avrebbe potuto essere evitato, e ciò che è stato a lungo cercato essere recuperato, se solo tu avessi voluto aprire un po’ più spesso quel grosso tomo su cui qualcuno…

Qui, un termine ci blocca. Riflettiamo a lungo, su cosa voglia dire quel “carved”, di cui non riusciamo a venire a capo. Ad un certo punto, irritato da quello che è evidentemente uno scherzo, faccio per alzarmi (siamo seduti in un parco) e mettermi la lettera in tasca. Lei mi blocca e mi dice: “No, scusa, adesso voglio sapere come va a finire”.

“Ma per favore” rispondo “Questa stronzata già ti ha rovinato abbastanza il compleanno”.

“Macché rovinato, è divertente! Dai, andiamo a casa mia, che ho un vocabolario di inglese!”. Si alza, entusiasta. Ripenso al fatto che sia stata una lettrice vorace di Arthur Conan Doyle. Mi stringo nelle spalle e dico ok.

Per strada, lei è un profluvio di ipotesi: secondo lei può essere stato mio fratello, o quel mio amico che vive lontano, o comunque qualcuno che possa sapere che mi piace Lovecraft. “Forse quello che ti ha venduto quel libro che hai, no?”, dice ad un certo punto. “Be’, sì, in effetti abita anche vicino casa…” rispondo, sovrappensiero. Insomma, non capita tutti i giorni di ricevere una lettera da un morto! E che morto, per di più!

Arriviamo, saliamo le scale, sfrattiamo (tra le sue proteste) la sorella di Anita (che chiameremo Manuela) dal computer. WordReference viene in nostro aiuto e scopriamo che carved è il past simple di to carv, che significa incidere. Riprendiamo a tradurre, da quel punto:

se solo tu avessi voluto aprire un po’ più spesso quel grosso tomo su cui qualcuno ha voluto incidere quella mia deliziosa caricatura perché… be’, perché quel volume sono stato io a scriverlo. Ma non preoccuparti, non sono offeso; ed è sufficiente a dimostrarlo, credo, il fatto che abbia voluto provvedere personalmente al recupero. Ti avrei inviato il reperto con questa stessa missiva, se avessi potuto; purtroppo, lo shift tra le nostre realtà è tale che, mi è stato detto (ed io mi fido di Chtulhu, come un padre si fida del figlio), un’azione tanto temeraria avrebbe potuto esitare in un paradosso in grado di far collassare entrambi i nostri universi su loro stessi, situazione che, benché in passato possa aver detto il contrario, non considero auspicabile. E forse neanche tu.

Ma non disperare. Come questa lettera dimostra, le comunicazioni tra noi e voi non sono del tutto impedite, anche se ti sconsiglio di prestare fede a chi sostiene che siano fin troppo semplici; ho depositato il reperto presso uno dei passaggi, uno dei miei e credo anche dei tuoi preferiti, dove, ritengo, ti sarà facile recuperarlo: devi solo recarti alle coordinate

Lat ***

Long ***

e pronunciare la parola d’ordine “Men of broader intellect know that there is no sharp distinction betwixt the real and the unreal” (credo che una buona traduzione nella tua lingua sia: “Gli uomini di più ampio intelletto sanno che non c’è distinzione netta tra il reale e l’irreale”).

Ti ringrazio per l’attenzione

Sinceramente tuo

H.P. LOVECRAFT

Un grosso tomo con una caricatura di Lovecraft: l’opera omnia dell’autore nell’edizione Mammut della Newton Compton. Quella con questa copertina, una copia della quale sta a casa mia. Chi poteva saperlo? Mio fratello, certo, ma poi? E soprattutto: cos’è questa cosa che è stata recuperata? Che vuole farmi avere, Lovecraft? Perché dovrei trovare questa cosa utile?

Mentre Manuela domanda, a gran voce e comprensibilmente, cosa cazzo stia capitando, e le viene offerto un riassunto frettoloso e parziale, con l’aiuto di Google Maps cerchiamo a cosa diavolo corrispondano quelle coordinate.

Via Sant’Anselmo d’Aosta, a Nardò. La via dove sta il libraio presso cui ho comprato quel libro.

Non facciamo in tempo a scoprirlo che già siamo per strada: in tre. Io, Anita e Manuela, che pure vuole vedere come andrà a finire. Io ripeto a me stesso che, sì, è solo un’elaborata trovata pubblicitaria, o forse il libraio (di cui sono amico) ha voluto premiarmi di tanti anni di assidua frequentazione con un qualche regalo, e me l’ha voluto far sapere così (sarebbe da lui, insomma); Anita, per qualche motivo, appare ora un po’ tesa, e non capisco perché, e come uno sciocco insisto, e allora lei mi rivela che ha letto un libro di Camilleri, “La caccia al tesoro”, in cui una corrispondenza con un anonimo, all’inizio innocente, si risolve in tragedia. La cosa, va da se, non mi tranquillizza. Manuela, a cui nel tragitto abbiamo spiegato un po’ meglio la situazione, lancia accuse alla qualunque, tra poco probabilmente entrerà in gioco pure il New World Order e saremo costretti ad abbatterla.

Be’, alla fine sono lì, davanti alla libreria. Entro. Dico la lunghissima parola d’ordine. Immediatamente, il mio spacciatore di sogni mi consegna un’altra busta. Cristo, una fottuta caccia al tesoro. Io queste cose le odio. Chiedo spiegazioni, che è un pomeriggio che vado correndo dietro ad un fantasma, e sta a vedere che stanotte mi compare pure in sogno, Howard, per dirmi che ora che il passaggio è aperto si servirà di me per distruggere il mondo, ma niente, mica mi risponde, la carogna.

Su questa busta non c’è indirizzo, ma solo il disegno di un polpo dai molti tentacoli e di un uomo in ombra dietro una finestra, di quelle che si vedono nei film sulle streghe di Salem. Il riferimento al Solitario di Providence ed ai miti di Chtulhu mi sembra evidente, ma che cosa ha voluto consegnarmi, Lovecraft, attraverso il mio libraio? (o forse dovrei dire il contrario: cos’ha voluto consegnarmi, il mio libraio, attraverso Lovecraft?). Con le mani che mi tremano un po’, apro la busta. Un altro foglio. Minchia.

Lo srotolo e ne cade qualcosa. Un segnalibro. Lo guardo per qualche secondo, prima che Anita lo riconosca.

“Ehi, ma… quello è mio. Il segnalibro che mi piaceva tanto! Credevo di averlo perso! Ma come diavolo è possibile…”

Le mostro il foglio in cui era avvolto. Ci sono scritte queste parole.

Chtulhu attende. E se può farlo lui, figurati un segnalibro!

Sotto, una mia caricatura.

Be’, è chiaro, no?, che la lettera me la sono scritta da solo. Ho trovato il segnalibro mentre sfogliavo il volume con l’opera omnia di Lovecraft, qualche giorno prima del compleanno di Anita, ed ho voluto renderglielo, regalandole, oltre a quelle due opere di Marquez, un pomeriggio di mistero ed  un enigma da risolvere, che a lei so che piacciono molto. Mi ha dato una mano la Lettera 44 che ho a casa, ed il mio amico libraio, che si è prestato tanto fedelmente al gioco (e che non ringrazierò mai abbastanza).

Mi ha ispirato Mariano Tomatis, lo stesso che già avevo coperto di complimenti qui, a realizzare tutto questo: che costituisce la prima esperienza magica di cui io sia stato designer.

Devo dire che è venuta bene. E, se voi siete arrivati fin qui, anche la seconda è stata un successo.

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