RWF, Comunicazione 1

Ho un amico artista che alle volte dice cose con le quali non sono molto d’accordo. Magari raccoglie un fiore e dice: “Guarda com’è bello”, e sono d’accordo; ma poi aggiunge: “Io riesco a vedere che è bello proprio perché sono un artista; voi scienziati lo scomponete in tanti pezzi e diventa una cosa senza vita”, e, allora penso che abbia le traveggole. Per cominciare, la bellezza che vede lui è accessibile a chiunque e quindi anche a me, credo. Non avrò un senso estetico raffinato come il suo, ma sono comunque in grado di apprezzare la bellezza di un fiore. Per di più vedo nel fiore molte cose che lui non riesce a vedere. Posso immaginare le cellule, là dentro, e i complicati meccanismi interni, anch’essi con una loro bellezza. Non esiste solo la bellezza alla dimensione dei centimetri, c’è anche su scale più piccole, nella struttura interna, o nei processi. Il fatto che i colori dei fiori si siano evoluti per adescare gli insetti impollinatori, ad esempio, è interessante: significa che gli insetti vedono i colori. E allora uno si chiede: il senso estetico dell’uomo vale anche per le forme di vita inferiori? Perché è estetico? Domande affascinanti che mostrano come una conoscenza scientifica in realtà dilati il senso di meraviglia, di mistero, di ammirazione suscitati da un fiore. La scienza può solo aggiungere; davvero non vedo come e che cosa possa togliere.

Così, anni fa, la raccontava Richard Feynman, uno dei fisici più geniali ed ironici del ventesimo secolo (grazie a Dario Bressanini che mi ha fatto conoscere questa citazione); Italo Calvino, nel suo “Perché leggere i classici”, non la faceva tanto lunga e si limitava ad affermare:

se anche trovi la spiegazione delle cose, non per questo le cose cessano di essere meravigliose.

Tanto il racconto di Feynman, che la frase di Calvino, sono a mio modo di vedere magnifici. Aridità, riduzionismo, mancata comprensione della natura profonda degli uomini, delle cose e, soprattutto, della bellezza: queste sono le accuse che più di frequente vengono rivolte alla scienza (ed agli scienziati). Sono accuse che sono in giro fin dai tempi in cui la scienza moderna ha mosso i suoi primi passi, con Galileo, e sono probabilmente frutto di intelligente premeditazione: perché i sostenitori della visione più oscurantista del mondo sapevano che potevano mettere a tacere un codardo come Galileo con la minaccia della tortura, ma la forza della verità li avrebbe senza dubbio travolti, se non avessero posto in essere una fitta opera di disinformazione. Che ha funzionato, se ancora oggi dobbiamo ascoltare con irritazione malcelata (ed a volte non celata affatto) discorsi di personaggi che vorrebbero convincerci che non capiamo la poesia della vita, visto che vogliamo spiegarla solo in termini di interazioni tra cellule, geni, enzimi, e pregare affinché anche nel XXI secolo vengano un Feynman o un Calvino a mostrare a queste teste di legno quanto la loro tesi sia priva di fondamento.

Non ci innamoriamo con più difficoltà, da quando sappiamo che l’amore è colpa di uno squilibrio della serotonina; non ci danno meno gioia i nostri figli, da quando abbiamo imparato che l’affetto che proviamo per loro è dovuto solo all’egoismo dei nostri geni; non siamo meno stupiti di fronte all’imponenza di una sequoia, pur conoscendo tutto della fotosintesi clorofilliana e della sintesi della cellulosa. Personalmente, anzi, non riesco a tenere a freno la meraviglia, quando penso che per scrivere Sad eyed lady of the lowlands sono bastate un paio di connessioni sinaptiche fatte bene e qualche neurone troppo allegro che rilasciava serotonina come se non ci fosse un domani (ed un domani purtroppo c’è stato, e si chiamava Sara, ma lasciamo stare, che questo non è un post sui disastri artistici prodotti dal genio di Bob Dylan).

Meraviglia. Ecco il punto: nessuna scoperta delle scienze ci ha privato di questo sentimento; la chimica, la fisica, la fisiologia, la psicologia, ci hanno fatto semmai guardare al mondo ed anche a noi stessi con occhi sempre più sorpresi. Andiamo, chi di noi abbia anche solo una minima contezza della meccanica quantistica non si è mai fermato a riflettere, stupito, sul fatto che è davvero possibile che la nostra mano possa attraversare il muro che abbiamo di fronte, senza subire alcun danno?

No, la scienza non ci ha privato dello stupore. L’uso che di essa, e più in generale della conoscenza, fa oggi la tecnologia, però, rischia di farlo.

Mariano Tomatis, in quella meraviglia (appunto) che è il suo blog, esprimeva il suo disappunto, per il fatto che, grazie a Google, abbiamo sempre, letteralmente, la risposta in tasca, in questo post dello scorso anno. Mariano riportava il seguente racconto del comico americano Pete Holmes:

Ora ho Google sul telefono. Immagino che molti di voi ce l’abbiano, e sta rovinando la nostra vita. Sono so se ve ne siete accorti, ma sta rovinando la nostra vita. Perché ora sappiamo tutto, senza essere minimamente più intelligenti di ieri. Ci limitiamo a “sapere”. Non sai qualcosa? Aspetta due secondi. E saprai. Avere Google sul telefono è come avere un saputello ubriaco in tasca. Non c’è spazio per la curiosità e per il mistero. Appena ti viene in mente una domanda (“Come si fa il vetro?”) lui inizia a urlarti la risposta. E ora tu sai. Ma il tempo che separa l’istante in cui non sappiamo e quello in cui sappiamo è così breve che la sensazione di conoscere è indistinguibile da quella di non conoscere. Quindi la vita non ha più senso! Ci sono volte in cui sei a letto, da solo, e pensi: «Da dove viene Tom Petty?» [Finge di cercare su Google e tira un sospiro di sollievo.] Ma non senti niente! Non hai tempo per apprezzare il fatto di non sapere. […] C’era un’epoca in cui se non sapevi da dove venisse Tom Petty, semplicemente non lo sapevi! E sentivi dentro di te quell’anelito a conoscere e percepivi il tuo deficit, e andavi in giro a chiedere a persone in carne e ossa: «Da dove viene Tom Petty?» «Non lo so!» «Non lo so!» «Non lo so!» In quel momento sì che sentivo dentro di me la curiosità. Finché un giorno incontri una ragazza con la maglietta degli Heartbreakers, ti avvicini per chiederle: «Hey, da dove viene Tom Petty?» E lei ti risponde: «Florida.» In quel momento, sei travolto da un’ondata di endorfine e piacere e significato, e finalmente senti qualcosa dentro di te, ed è così che conosci la donna che diventerà tua moglie.

Parole eretiche, in questo mondo in cui al “compra, consuma, crepa”, si è aggiunta una quarta c: clicca. Un consumismo della conoscenza che ci sta portando a perdere ciò che della conoscenza sta alla base: l’intima meraviglia (sì, ho ripetuto molte volte questa parola) che porta alla curiosità ed all’interesse. La curiosità creata dagli smartphone e dal maledetto Wi Fi in ogni maledetto bar è come gli smartphone stessi: usa e getta, fino al prossimo modello. Ci viene l’impellente curiosità di sapere chi è Pete Holmes, lo scriviamo su Google, ci viene detto, e basta. Non andiamo a cercare un suo video su YouTube, e meno che mai ci sogniamo di andare a vedere un suo spettacolo dal vivo. Ci sciroppiamo l’informazione, e amen. Non ci serve a nulla, non ci rende più ricchi di nulla, ci immerge in una bulimia di informazioni che ci fa sentire appagati e non ci fa accorgere del fatto che multinazionali (perché lo sono anche loro) come Facebook e Google ci stanno rubando anche il tempo che avremmo potuto dedicare a far sbocciare una nuova passione.

C’è una soluzione a tutto ciò? C’è quanto meno un modo per fare uno sberleffo a questo strisciante e sempre più invadente modo di pensare (o di non pensare)? Io credo di sì. Ed è per questo che sto scrivendo questo post.

Sempre Mariano Tomatis ha introdotto, nel suo L’arte di stupire, il concetto di hacking della realtà: si tratta, in poche parole, di prendere qualcosa di comune, quotidiano, e “forzarlo” a fare qualcosa per cui non era stato concepito; ad esempio, prima degli Improv Everywhere, nessuno aveva mai pensato, probabilmente, che una metropolitana potesse essere un luogo in cui ridere e stupirsi.

Per fare la stessa cosa con gli strumenti che ci offre la Rete (cosa che possiamo ed anzi dobbiamo fare) non è necessario essere degli smanettoni. Basta agire sull’aspetto concettuale e non su quello tecnico del Web.

Prendiamo Wikipedia, ad esempio, uno strumento NATO per dare risposte, e cerchiamo di trasformarlo, invece, in uno strumento per fare le domande. Come facciamo? Semplice. Con un gioco.

(Piccolo disclaimer forse non richiesto: non ce l’ho con Wikipedia, come il 99% di chi la usa senza dirlo che non sta bene. Non solo la uso quotidianamente, ma mi anche piace!)

Anzi, no, che i giochi non vanno più di moda: adesso ci sono più familiari i challenge. Bene, benissimo! Diciamo che io, qui, ora, subito, immediatamente, lancio un challenge fatto così:

  1. ci sono dei giocatori, uno sfidante ed uno o più sfidati;
  2. lo sfidante va su Wikipedia, clicca “Una voce a caso” e si gode il risultato che ne viene fuori. Per chi non sapesse dove si trova “Una voce a caso”, pratico supporto visuale:
Una voce a caso

Clic sull’immagine per ingrandire

  1. lo sfidante propone allo/i sfidato/i il titolo (e solo il titolo) della voce che gli è venuta fuori. Lo sfidante ha facoltà di ricliccare su “Una voce a caso” tutte le volte che vuole, anche (soprattutto) se ritiene che l’argomento sia troppo semplice. La disfida può essere presentata in ogni modo: Facebook, Twitter, blog (come io farò a breve), sms, telefonata minatoria…;
  2. lo sfidato (se accetta la sfida, ovviamente) si impegna a cercare informazioni su quell’argomento senza usare Wikipedia (avrei voluto scrivere senza usare Google, ma poi diventava davvero troppo difficile); è chiaro che se l’argomento scelto sarà calcio (elemento chimico) (come capitato a me al mio primo tentativo) non è richiesto che lo sfidato si faccia una cultura di tavola periodica tale da eguagliare quella di un chimico laureato, ma da fare quanto previsto al punto 5. Ad ogni modo, lo sfidante deve perderci del tempo: perché una delle finalità di questo gioco è riappropriarci del frattempo di cui Wu Ming parla in questo post qui, del tempo della riflessione, della scoperta, della ricerca;
  3. lo sfidato cerca un libro che tratti anche di quell’argomento (attenzione: anche. La sfida è volta a suscitare la meraviglia, e nulla meraviglia quanto l’ignoto. Soprattutto quando viene scoperto senza che sapessimo di volerlo), lo legge, lo recensisce (se vuole). A quel punto, lui può vestire i panni dello sfidante, andare su Wikipedia e ripetere tutto dal punto 1.

(Suggerimenti sulle regole sono ben accetti ed anzi caldamente consigliati!)

Sperando di essermi spiegato bene, sia per quanto riguarda l’aspetto pratico che per quanto riguarda quello teorico, passiamo ora alle cose serie. Ossia, le mie nomination. Esse vanno a…

  1. Mariano Tomatis. Prevedibile, direi, dato l’alto numero di citazioni guadagnate in così poco tempo. E la mole di idee che mi ha fornito con i suoi scritti. Per lui la sfida verterà su… Alessandro Ricci;
  2. ammenicolidipensiero. Perché è uno dei pochi che legge pedissequamente tutto ciò che scrivo, e dunque senza dubbio arriverà fin qui. E perché qualcosa mi dice che potrebbe apprezzare questa mia iniziativa e spammarla un po’ ovunque sull’Internet. Per lui il tema è… Isola di Miliau.

E con questo, penso sia tutto. Non credo di aver avuto un’idea geniale, ma nel caso vi capitasse di passare di qui, e vi imbatteste in questa mia iniziativa (certo destinata ad un clamoroso crash), e vi piacesse, e voleste condividerla… è totalmente open source. Perché anche la meraviglia lo è, ed è per questo che Google, Apple, Facebook e compagnia cantante lavorano alla sua soppressione.

Oh, già, quasi dimenticavo: questo contest ha bisogno di un nome. Be’, è quello che vedete scritto su, nella barra del titolo: RWF. Per cosa sta? Be’, io lo interpreto come Random Wonder Fight (battaglia per la meraviglia casuale). Ma, ecco, potrebbe anche darsi che sia Reject Wi Fi (rifiuta il Wi Fi). O anche… e voi, ditemi, avete altre idee?

16 thoughts on “RWF, Comunicazione 1

  1. te possino!!! 😀
    ma siccome non posso esimermi di fronte a tale, ci sto.
    parto da un commento: hai tracciato uno dei tratti essenziali del mio esser ricercatore. svelare non toglie la magia. e questo è l’aspetto più importante.
    passo al gioco, e racconto il percorso. allora, trattandosi di isola, non avendo minimamente idea di dove stia nel mondo e non potendo usare wiki, prima di tutto la colloco geograficamente. cerco su maps e trovo che sta là in cima al paese d’oltralpe. http://goo.gl/VzmdRN
    passo quindi a cercare altre info migliorando la chiave di ricerca e mi ritrovo un appetibile url di un sito di viaggi (non particolarmente bello, col senno di poi): http://www.france-voyage.com/francia-citta/penvenan-5207/ile-milieu-29280.htm
    scopro che l’isola fa parte della costa di smeraldo, a non troppa distanza dal golfo di saint-malò.
    dalla descrizione delle attività suppongo sia luogo d’attrazione per surfisti, kyters (sì dice così?) & praticatori di snorkeling. non pago, mi rivolgo alla guida michelin, scoprendo che «Quest’isoletta verdeggiante di 23 ha sorprende per la ricchezza della flora che annovera oltre 280 specie botaniche. Per godere di un bel panorama, spingetevi fino all’estremità dell’isola, dove sorge la casa abbandonata detta “d’Aristide Briand”. Il nome deriva dal fatto che la casa appartenne a Lucie U.-Lalès, detta Mme Jourdan, l’ultima compagna dell’uomo di Stato francese. Lei stessa regnò sull’isola (un regalo del precedente mentore, il magnate della stampa Maurice Brunau-Varilla) dal 1911 al 1942.»
    ecco, a questo punto, l’aver impegnato i cinque minuti di cazzeggio post-pausa pranzo in tale ricerca per dar retta a gaberricci mi fanno quindi, nello specifico, ringraziare wikipedia e il suo profeta jimmy wales. 😉
    il libro, per ora, scordatelo 😀 (ma chissà che il futuro non riservi sorprese)
    ma il gioco è divertente, e quindi, perché non proseguirlo?
    infine, le cose serie: come è andata la discussione della tesi di laurea?

  2. Pingback: oggi si gioca alla cultura | i discutibili

  3. Pingback: Oggi si gioca alla cultura | Io, me e me stessa – Historia de una mujer

  4. Atterro qui grazie a Iomemestessa e….proprio bello questo post. Ti dirò, più bello il post e quello che vuole dire, del giochino in sé. Ma del resto, come dici giustamente nell’about, a volte quel che si scrive è meglio di quel che si è…E questo, evidentemente, vale anche per i post!

  5. Pingback: Dell’attesa, del tempo e dello spazio « Viaggi ermeneutici

  6. Mi piace molto il post e il senso che trasmette; mi sa che aderirò al gioco, di cui mi piacciono le regole, ma soprattutto il premio immateriale: dedicare il tempo ad un’attività minima di ricerca per il gusto di farlo e il piacere di meravigliarsi.
    (Giungo qui tramite Iome).

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