Ha ancora senso battersi contro un demone?

Non possiamo pretendere che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose.

La crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi. La creatività nasce dall’angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. È nella crisi che sorge l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera sé stesso senza essere ‘superato’.

Chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e difficoltà, violenta il suo stesso talento e dà più valore ai problemi che alle soluzioni. La vera crisi, è la crisi dell’incompetenza. L’inconveniente delle  persone e delle nazioni è la pigrizia nel cercare soluzioni e vie di uscita. Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è una routine, una lenta agonia. Senza crisi non c’è merito. È nella crisi che emerge il meglio di ognuno, perché senza crisi tutti i venti sono solo lievi brezze. Parlare di crisi significa incrementarla, e tacere nella crisi è esaltare il conformismo. Invece, lavoriamo duro. Finiamola una volta per tutte con l’unica crisi pericolosa, che è la tragedia di non voler lottareper superarla.

Così la pensava Albert Einstein. Ed aveva torto.

La crisi ci ha divorato, e non solo economicamente. Secondo la previsione del fisico di Ulm, essa avrebbe dovuto fornirci di anticorpi contro tutte le storture della società che l’hanno causata; ed invece eccoci qui, a sentirci rispondere: “Eh, ma non sono questi i problemi dell’Italia! C’è la crisi e non arriviamo a fine mese!”, se proviamo a sollevare, che so, il problema della rappresentanza. La crisi si è dimostrata essere non una salubre infezione che rinforza il nostro sistema immunitario, ma una malattia autoimmune che ha consumato tutto, tranne se stessa.

Se pensate che stia esagerando, riflettete su Brittany Maynard. In altri tempi, il suo caso sarebbe stato sulle prime pagine a lungo, e se ne sarebbe discusso molto, forse anche troppo (spero che al contrario di me voi abbiate dimenticato quando Berlusconi cercò di convincerci che Eluana Englaro non poteva morire perché aveva ancora le mestruazioni): sulle condizioni di salute e sulle decisioni prese in merito al destino di Terry Schiavo e Piergiorgio Welby (tanto per citare altri due “nomi noti”), ad esempio, avevamo aggiornamenti quotidiani, tanto che il cardinale Ruini trovò proprio nella “sovraesposizione mediatica” una scusante per aver negato il funerale religioso a Welby. Oggi, invece, la notizia della morte di Maynard ha fatto appena 10 commenti su “Il Post“, nonostante (almeno a mia memoria) non ci sia mai stata una persona che abbia preso una decisione radicale e controversa quanto la sua.

Conosco abbastanza il glioblastoma (ci ho fatto la tesi di laurea) da sapere che è una neoplasia che non lascia scampo. Ad un anno dalla diagnosi, l’82% dei pazienti è morto; chirurgia, chemioterapia e radioterapia (che, come si immagina, hanno effetti collaterali potenzialmente devastanti sui pazienti) portano la mediana di sopravvivenza ad appena 14 mesi: ciò significa che dopo quattrocento giorni, il 50% dei pazienti è deceduto. E, ad ogni modo, prima o poi tutti i casi recidivano.

Ma, vedete, questi non sono che freddi numeri. Il pubblico generalista avrebbe sbadigliato, mentre un insigne oncologo li snocciolava dal salotto di Michele Santoro, ed avrebbe notato, piuttosto, che Brittany Maynard non era paralizzata, non era attaccata ad un respiratore, non era incapace di mangiare. Welby, Englaro, Schiavo erano infatti palesemente dei malati terminali: si leggeva loro in volto, su quei lineamenti segnati da anni di sofferenza, che non ce l’avrebbero fatta; Brittany Maynard no, lei sembrava essere perfettamente in buona salute. Empatizzare con lei non sarebbe stato facile, non si sarebbe riusciti a vederla come un cadavere che manteneva qualche funzione vitale, cosa che si è fatta, un po’ cinicamente, con tutti coloro che hanno chiesto alla politica (che spesso si è mostrata indifferente a queste richieste) la PIETÀ di essere lasciati andare (dove? “Per una mente ben predisposta, la morte non è che una nuova, stupenda avventura”, cit.). Proprio per questo, il suo caso avrebbe sollevato discussioni lunghe ed articolate, che avrebbero toccato temi importanti, dai limiti della scienza (brividi lungo la schiena) alla libertà personale. Certo, con ogni probabilità avremmo dovuto assistere di nuovo allo spettacolo di Quagliariello (ex ministro della Repubblica, ricordiamolo) che urlava “Assassini!” in Parlamento, e questo non è bello. Ma chissà, forse anche quello ci avrebbe spinto a far pressione sulla politica affinché finalmente anche in Italia ci fosse una legge decente sul fine vita.

Voi siete felici che questa discussione sia stata sommersa sotto i colpi del “ci sono altre priorità”? Io no. Perché la prima opinione che ho elaborato quando sono venuto a conoscenza del caso dimostra che di questi argomenti si deve discutere, ed ancora a lungo.

Perché io sono sempre stato un laico integrale, convinto del fatto che la vita di un individuo appartenga solo all’individuo medesimo, e che tutti gli altri che pretendessero di accampare diritti in merito (religiosi, politici, filosofi, ma anche familiari ed amici) avrebbero dovuto essere fatti gentilmente accomodare fuori dai coglioni. Eppure, quando ho appreso della decisione di Maynard mi sono sentito infastidito: mi pareva che la sua fosse una decisione artatamente affrettata, un modo per rendere spettacolare il proprio suicidio ed essere ricordata in eterno da tutti gli attivisti che si battono per il diritto a scegliere come andarsene da questa Terra. Mi vergogno di aver avuto questo pensiero, lo ammetto: ma, forse, la colpa non è stata del tutto mia. Viviamo immersi fin dall’infanzia in un ambiente che ci insegna non tanto la sacralità della vita (come vorrebbe tutta la chiesa, dal papa in giù) quanto piuttosto la sacralità della morte. Abbiamo cimiteri monumentali e reparti di ostetricia che cadono a pezzi. Sentiamo il dovere di partecipare ai funerali e non ai battesimi. Stiamo più vicini alle famiglie che hanno perso un adorato bisnonno che a quelle che hanno messo al mondo tre gemelli.

Brittany Maynard ha scardinato questo paradigma: ed io, nonostante le idee progressiste che sbandiero ai quattro venti, non ero pronto ad un passo avanti tanto grande. Noi pensiamo che il demone della “teocrazia” sia fuori da noi, che abiti in Vaticano piuttosto che a Kobane: ma la verità è che introiettiamo noi stessi determinate idee, e fissiamo noi stessi dei “valori non negoziabili”. Tra i quali, immancabilmente, c’è quello della morte sofferta, eroica, dolorosa, che giunge dopo una lunga agonia. E ci da fastidio chi dice “Cazzo, io non ci sto!”, chi non vuole vedere il proprio corpo dimagrire ed i propri capelli cadere sotto i colpi di una chemioterapia che alla fine servirà solo a dare lacrimosi addii ai nostri parenti afflitti*.

Ed allora: ha ancora senso battersi contro un demone, quando la dittatura è dentro di te?

*il che non significa, ovviamente, che io mi rifiuterò di praticare queste cure a chi mi chiederà di riceverle.

 

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8 thoughts on “Ha ancora senso battersi contro un demone?

  1. No, hai perfettamente ragione, se mai servisse a qualcosa una frase tale. In questi giorni ho combattuto contro la teocrazia dentro di me. Ne è uscito un post strano, avrei preferito dirlo come te. Afterhours compresi.

  2. sono d’accordo solo in parte sul fatto che la storia di BM abbia avuto poca eco. al contrario, penso che abbia avuto più visibilità di quanta ne potessi immaginare, considerando che è solo una delle tante vicende analoghe oltreoceano. ciò che l’ha resa diversa è il fatto che lei, all’esame obiettivo compiuto da un qualunque giornalista, stesse “bene”. questo sposta leggermente l’ago della bilancia, dalla parola “eutanasia” alla parola “suicidio”. e, se con la prima abbiamo difficoltà a fare i conti (perché, oggettivamente, questione facile certo non è), il secondo è proprio tabù.
    (btw: anche io tesi su quello! oibò! però facciamo che non ti dico quanti anni fa, ok?)

  3. Pingback: La prima volta – C’è un Dissennatore in reparto | i discutibili

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