Metterci le mani

Ci sono molti modi per raccontarla: il migliore credo sia quello più semplice e diretto.

Da che ricordi di avere la ragione, non mi ha mai urtato particolarmente il fatto che in Italia esistesse l’aborto. Ci sono persone (l’insopportabile Giuliano Ferrara, ad esempio) per cui l’esistenza di simili fattispecie è sinonimo di barbarie, cattiveria e, orrore!, ipocrisia: un signore viennese di nome Sigmund Freud l’avrebbe chiamata proiezione. E, forse, avrebbe consigliato di utilizzare in modo più proficuo la propria verve polemica scagliandosi, che so, contro le War on Terror promosse dai numerosi amici del Giuliano, che al momento hanno prodotto un numero di vittime, dirette ed indirette, pari al lavoro di un secolo di tutti i reparti di ginecologia della Terra: perché solo la chiesa cattolica può ritenere vita un embrione di meno di 12 settimane, e perché, tra l’altro, non in tutti gli ospedali del mondo si può abortire (ed in quelli dove si può, i medici non fanno una bella vita. ).

Per onestà intellettuale, devo dire che l’argomento mi ha sempre interessato da lontano: sono uomo, ho avuto una madre abbastanza intelligente da istruirmi su tutti i rischi che quella cosa meravigliosa che è il sesso porta con se (chissà perché, quelli che ce l’hanno a morte con l’interruzione volontaria di gravidanza non viene mai in mente di dire che, forse, il problema potrebbe essere risolto con una migliore educazione sessuale) e, benché abbia studiato e mi sia laureato in medicina, che diventi ginecologo e debba quindi pormi il problema dell’obiezione di coscienza è probabile quanto che io sia il primo uomo a mettere piede su Marte.

Ieri, tuttavia, improvvisamente sono stato costretto ad avvicinare il mio sguardo al problema: la legge vuole che, prima di potersi finalmente fregiare della qualifica di medico e chirurgo, un laureato in medicina e chirurgia debba passare tre mesi in giro per reparti chirurgici, cliniche universitarie e medici di famiglia. A me, come reparto chirurgico, è toccato ginecologia ed ostetricia (credo si chiami Karma). E, ieri, sono dovuto (e voluto) entrare nella stanza dove quattro donne attendevano, sdraiate nei loro letti, che venissero chiamate a porre fine alla loro gravidanza.

Il contrasto è stato stridente: nelle altre stanze si sentono voci che ridono e neonati che piangono; ed anche negli altri reparti, dove pure è presente la malattia, quella cosa con cui, al contrario della morte e del dolore, nessuno vuole avere a che fare (cfr. Roberto Recchioni, Mater Morbi), si respira un’aria diversa, meno plumbea, rispetto a quella che aleggiava in quella piccola camera, che pareva più quella di un carcere che di un ospedale.

Guardare in faccia quelle donne, rendermi conto di quello che volevano fare, metterci le mani, come si dice, mi ha fatto rivedere le mie opinioni in merito all’aborto? No. Se non su un punto: finora sono sempre stato tollerante. Dopo ieri, al primo cattotalebano che sentirò dare ad intendere che dell’aborto hanno bisogno solo le puttane che vanno in giro a fare sesso promiscuo, e che le donne vanno ad abortire a cuor leggero, dopo essersi ficcate in mezzo alle gambe tutti i cazzi dell’Universo, che tanto poi abortisco, giuro che gli faccio rimangiare le sue cazzate. Insieme ai denti.

Chi ha qualcosa da dire, che si faccia avanti e taccia.

-Karl Kraus, “Gli ultimi giorni dell’umanità”

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