Non verremo alla meta ad uno ad uno (L’emeroteca di Babele)

(qui trovate le spiegazioni su L’emeroteca di Babele. Questo articolo, privo di firma, è comparso su Le Scienze di questo mese, a pagina 99)

I giochi gratuiti sono particolari tipologie di giochi in cui i giocatori

pur non abdicando subito alla possibilità di vincere, non si preoccupano dei guadagni o delle perdite che ne saranno conseguenza, ma vedono come ricompensa il semplice aver partecipato, concedendo e ricevendo divertimento.

(da Manuale di oldulogia, di Ines Eperno)

La branca della teoria dei giochi che si occupa di quesi giochi si chiama oldulogia, e non si può certo dire che sia una disciplina nata di recente (ne sia prova il fatto che questa definizione echeggia una famosa massima di De Coubertin), come non sono nati di recente gli “oggetti” di cui si occupa. D’altra parte, essa è quasi completamente sconosciuta al grande pubblico ed avversata da certi ambienti accademici, in cui, forse perché si preferisce la più “addomesticabile” e “spendibile” teoria dei giochi classica, è stata variamente definita come “inutile”, “non accademica” o addirittura “robetta per debosciati”. Questi giudizi mi paiono ingenerosi, considerando anche che sono davvero pochi gli ambiti di studio a cui hanno offerto contributi personalità tanto diverse per interessi e formazione (hanno scritto di oldulogia matematici, biologi, linguisti, psicologi, letterati e perfino qualche economista): per questo motivo, ritengo sia utile darle, nel mio piccolo, la pubblicità che merita.

Nella definizione tratta dall’ormai classico volume di Ines Eperno, il termine che senza dubbio riveste maggiore importanza è l’ultimo: divertimento. Non per nulla, i primi studiosi che se ne occuparono usavano riferirsi all’oldulogia come alla scienza del divertimento. Questa locuzione ha due vantaggi: è economica (consta solo di tre parole) e, cosa più importante, è molto suggestiva. D’altro canto, ha il non trascurabile difetto di andare in crisi nel momento in cui qualche studente impertinente alza la mano per chiedere: “Sì, ma che cos’è il divertimento?”.

Sciogliere questo quesito non è un compito semplice. Tanto è vero che, agli inizi degli anni Settanta, l’anonimo autore del libro “Una query nomade” definì questa domanda “il problema centrale dell’oldulogia”; molti tentativi, nel corso di più di trent’anni di ricerca, sono finiti per risultare infruttuosi, da qualunque parte si tentasse di attaccare il problema (analisi combinatoria, teoria delle decisioni, psicologia cognitiva e comportamentale). Infine, all’inizio degli anni 2000, insperato aiuto giunse dalle neuroscienze.

Nel corso di studi sul dolore e sulla sua rappresentazione a livello del sistema nervoso centrale, infatti, venne notato come, funzionalmente, il divertimento inibisse (almeno parzialmente) le aree deputate a “conferire senso” al dolore: ossia, a fornirgli la sua caratteristica spiacevolezza. Fu alla luce di questi dati che, nel 2003, il professor Humbert Coe, ordinario di idrogrammatologia presso l’Università di Oxford, propose quella che il XVII Congresso Internazionale di Oldulogia avrebbe accettato come definizione del divertimento:

il divertimento è un’esperienza soggettiva ed emotiva piacevole, associata ad una totale o parziale perdita di attenzione rispetto a situazioni dolorose, avvilenti, potenzialmente depressive o comunque spiacevoli, e conseguita attraverso uno spreco di tempo.

Un passo avanti considerevole, non c’è che dire: sapere finalmente cosa si dovesse cercare e studiare ha permesso all’oldulogia di uscire dal campo puramente speculativo per addentrarsi in quello della ricerca pratica. Tra il 2004 ed il 2009, si sono susseguiti numerosi esperimenti, volti ad indagare, soprattutto, quali condizioni fossero “divertentogene” in misura maggiore. Questi esperimenti (ad alcuni dei quali ho avuto il piacere di partecipare anche io) hanno risolto alcuni rovelli che tormentavano l’umanità fin dalla notte dei tempi, e contemporaneamente hanno aperto nuovi filoni di ricerca. Uno di questi riguarda la ludometria.

La ludomentria può essere definita come la disciplina che studia come misurare il divertimento e, al contrario della sua “scienza madre”, vive ancora la sua fase embrionale. Difatti, non esiste accordo neppure sull’unità di misura da utilizzare per un tale fine, benché da più parti si suggerisca il decibel: è noto infatti che una delle forme in cui maggiormente si esprime il divertimento è l’urlo o, comunque, il suono. Il decibel, per altro, è un’unità di misura esponenziale: e ciò riflette un’interessante caratteristica del divertimento. Quello di essere una grandezza che cresce in modo esponenziale.

Pur non esistendo ancora un’equazione che definisca il divertimento in modo soddisfacente, infatti, numerosi studi hanno dimostrato che questa deve avere questa forma:

D=an

dove D è il divertimento, a è una costante (che dipende essenzialmente dal tipo di gioco gratuito a cui si sta giocando, dal proprio interesse, dalle altre persone coinvolte e da altri fattori ancora) ed n è il numero di giocatori coinvolti.

Trovo questa equazione particolarmente attraente, per tutta una serie di motivi. Essa ci dice, ad esempio, che non si dovrebbe mai rifiutare a qualcuno che ce lo chiede di partecipare ad un gioco gratuito a cui stiamo partecipando anche noi. Anche se si è già in tanti. Anzi, a maggior ragione se si è già in tanti.

Di fatti, l’incremento di divertimento che un nuovo arrivato può fornire ad una partita con n giocatori è espresso da questa formula:

Dt=an+1-an

ossia

Dt=an (a-1)

Più in generale, dato un numero n di giocatori ed un numero m di persone che chiedono di poter partecipare, l’incremento di divertimento è dato dalla formula:

Dt=an (am-1)

Risulta evidente, quindi, che più si è, più ci si diverte a far giocare con noi qualcun altro; anzi, se questo qualcuno può portare degli amici, ancora meglio! Questa verità può essere vantaggiosamente applicata anche al di fuori delle condizioni sperimentali dell’oldulogia.

 Che la vita sia un gioco è una verità assodata da molto tempo. Basterà riportare, a dimostrazione di ciò, la testimonianza di Anacarsi, uno dei Sette Sapienti dell’antichità, vissuto approssimativamente nel VI secolo avanti Cristo, che ebbe a dire, in un’occasione:

gioca. Solo così potrai essere serio.

Meno pacifico è stato che la vita sia un gioco gratuito: molti pensatori, soprattutto di area cristiana, hanno sempre avversato quest’idea, che non è riuscita così ad imporsi con forza fino alla dimostrazione, nei primi anni Novanta, del teorema di Ginsberg, che recita:

Non puoi vincere.

Non puoi pareggiare.

Non puoi neanche ritirarti.

Da tutto ciò, si evince che attraversare la vita in scostante solitudine è, oltre che molto maleducato, anche errato da un punto di vista più prettamente scientifico. Si otterrebbe maggiore divertimento, che poi è l’unico senso che si possa dare alla vita, entrando maggiormente in contatto con i propri simili e vivendo, anche in conflitto, con loro, piuttosto che ritirandosi in una torre d’avorio, a respingere tutti coloro che tentano di avvicinarsi a noi. Forse era un oldulogo senza saperlo, Paul Eluard, che scrisse:

Non verremo alla meta ad uno ad uno,
ma a due a due. Se ci conosceremo
a due a due, noi ci conosceremo
tutti, noi ci ameremo tutti e i figli
un giorno rideranno
della leggenda nera dove un uomo
lacrima in solitudine.

Non credo di poter aggiungere molto, alle parole del poeta. Se non una battuta: non mi dispiacerebbe, portare un poco di oldulogia in quelle segrete stanze dove si decide la politica migratoria del nostro paese.

(questo articolo partecipa ai Venerdì casual della scienza di Oggiscienza. Anche se io non ho titolo per scrivere quegli articoli. Ed anche se oggi non è venerdì. Questo è un gioco gratuito).

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