Dietro le quinte (Magia al popolo!)

(Articolo aggiornato dopo la pubblicazione iniziale su consiglio di Mariano Tomatis)

L’anziano cartomante, che dimostrava almeno centocinquant’anni, gli mostrò la mano: era vuota, il ragazzo non ne aveva dubbi. La sollevò, poi la riabbassò con un colpo secco: tra le sue mani comparvero alcune carte, che gettò sul tavolo coperto da una tovaglia viola. Il ragazzo lo guardò allibito, mentre ripeteva il miracolo più e più volte, fino a che non ebbe messo insieme un intero mazzo di circa una trentina di carte, che mescolò con un’agilità che pareva impossibile alle sue mani artritiche.

“Allora” gli chiese il cartomante con voce ferma. “Cos’è che vuoi sapere?”.

Il ragazzo lo fissò, deglutì, un’idea gli passò per la mente, gli comparve sugli occhi, giunse alle sue labbra, stava per uscire ma poi ci ripensò e scese giù per l’esofago. Lo stomaco non era pronto a riceverla e reagì con un rutto, di cui il ragazzo si scusò arrossendo. Il cartomante alzò gli occhi al cielo e disse: “Avanti, ragazzo, non abbiamo tutto il giorno”.

Aspettò qualche secondo, all’inizio scocciato, ma poi riflettendo: come tutta la gente che entrava nel suo tendone, era in cerca di se stesso. Lui, però, al contrario di altri, sembrava non sarebbe stato capace neppure di trovarsi le scarpe. Era perfetto.

Improvvisamente affabile, gli domandò: “Va bene se ti faccio il servizio completo? In questi tempi incerti, è meglio sapere il maggior numero possibile di cose che il futuro ci riserva. Non sei d’accordo?”.

La frase parve infondere coraggio nel giovane. Come se fosse stato percorso da una corrente magnetica, annuì vigorosamente, e stava addirittura per dire qualcosa, quando il cartomante lo anticipò: “Ora, ragazzo, farò scorrere queste carte sotto la mia mano. Tu – ascoltami bene – non dovrai far altro che inserirci un dito in mezzo quando vorrai fermarmi, ed afferrare la carta che avrai proprio sotto il polpastrello. Mi sembra facile, non è vero?”. Non attese risposta. “Non per questo, devi prendere sotto gamba questo semplice compito che ti ho dato: è importante che tu ti concentri e cerchi di entrare in risonanza con quel che c’è dentro la tua” fece schioccare la lingua “anima. Perché, ricorda, non sarò io a rispondere”.

Il ragazzo sobbalzò sulla sedia e finalmente domandò: “E chi sarà, allora?”.

“Ma buon Dio, ragazzo, la Magia, ovviamente! Tu credi alla Magia, non è vero?”. Lo fissò con occhi liquidi. “Ma certo che ci credi. Non saresti qui, altrimenti, no”.

“Io… sì, signore”. Non avrebbe potuto dire altro. Non era una domanda.

“Bravo” disse semplicemente il cartomante, poi, a bassa voce, come ripensandoci, mormorò: “Non ce ne sono più molte, di persone che si rivolgano uomini della mia età, chiamandoli signore. Sei un bravo ragazzo, ne sono sicuro. Diverso da quelli della tua età. Non è un bel mondo, quello che vi hanno lasciato: sporco, pieno di crimine e disordine. E voi non stiate facendo molto, per migliorarlo. Ah, se solo, quando noi eravamo più giovani… ma lasciamo stare, tu non vuoi sentire le storie di un vecchio. Giusto? Non negare, lo so che è così. Cominciamo!”.

“Ma che carte sono quelle?” domandò, con curiosità, il ragazzo, quando il mago appoggiò il mazzo sul tavolo, mostrando la carta che era in fondo. “Non sono Tarocchi, vero? Ne so qualcosa di Tarocchi, e quindi…”.

Il vecchio nascose a stento un sorriso (ne sapeva di Tarocchi! Bene!), prima di rispondere: “Nulla nasce e nulla muore, ragazzo mio. I Tarocchi non sono che l’incarnazione più recente di un mito che ha attraversato i secoli, prendendo sempre forme diverse. I Tarocchi sono nati nel Cinquecento; queste carte che uso io… vengono da molto, molto più lontano. E se non ci credi, osserva!”.

Con un unico movimento, abbatté la mano che teneva le carte sul piano del tavolo. Quando la allontanò, il mazzo rimase in piedi. Meno male che il ragazzo era seduto perché, probabilmente, non sarebbe stato in grado di fare altrettanto.

“Comprendi? Ecco perché io sono un cartomante diverso da tutti gli altri che potrai incontrare là fuori, che ti gettano un po’ di fumo negli occhi e ti fanno credere di averti detto cose che tu gli hai rivelato. In questa tenda, in queste carte… scorre una potenza, quella” forse stava esagerando. Oh, al diavolo “quella della Tradizione!”. Poco ci mancò che urlasse TRADIZIONE così, con tutte le lettere maiuscole, e si fermò, ansante, a guardare il ragazzo. Vide una cupidigia che gli piacque, e che andava blandita. Con tutta calma, come se non avesse dato prova di capacità che quel tipo giudicava poco meno che divine, proseguì: “Molto bene. Vogliamo iniziare con queste predizioni?”.

Iniziò a far scorrere le carte con il pollice della mano sinistra. Il ragazzo le fissava estasiato sostituirsi l’una all’altra: avevano dei colori vivaci, benché fossero quasi distrutte dall’uso, e da un paio di esse ammiccavano sinuose figure femminili, e poco ci mancò che avesse un’erezione, e… cazzo, le carte stavano quasi per finire. Infilò un dito, quasi a caso, ma convincendosi di aver obbedito ad un impulso superiore, e si avvicinò, coperta (“Non guardarla prima di quando non sia il momento” lo ammonì il cartomante, come se lo stesse mettendo a parte di una missione segretissima), la carta che aveva scelto. “Ora, su cosa vogliamo interrogare la Magia? Vuoi che chieda prima per il Bene o per il Male?”.

“Per il Male” rispose il ragazzo, con sorprendente solerzia.

“Molto bene, scopri la tua scelta… oh, ma certo, l’Estraneo!”. La carta raffigurava un enorme etiope, dai tratti grotteschi, le labbra che quasi arrivavano a lambirgli il petto ed il cranio che terminava in un angolo aguzzo. “Come avrai capito, ciò rappresenta chi ti ostacolerà nei tuoi progetti, chi cercherà di portarti via quel che ti spetta di diritto: la tua casa, il tuo lavoro, i tuoi valori… la tua donna. Lo vedi? Sarà questo Estraneo!” gli agitò il tarocco (che non era un tarocco ma assomigliava tanto ad un tarocco) sotto il naso, in modo che se ne impresse bene in mente le fattezze. Anche se…

“Ora, rendimi quella carta… bene, così… Ora, diamo una mischiata al mazzo”. Lo fece in modo sommario, e poi riprese a far scorrere le carte sotto le sue dita. Quel discorso sull’Estraneo l’aveva turbato, ed il ragazzo stese il suo dito con molta più solennità; fece scivolare una carta verso di se e chiese: “Sarà dunque contro questo Estraneo, che con più impegno dovrò lottare per tutta la mia vita?”. La domanda sorprese e compiacque il cartomante; invitò il ragazzo a scoprire cosa la sua anima aveva scelto al suo posto e, di nuovo, si trovò di fronte la caricatura di un etiope. Gongolando, il vecchio disse: “Credo proprio che la risposta sia sì“.

“E dove troverò le forze e, soprattutto, i fondi, per condurre a termine questa mia battaglia?”. Ancora una volta, venne fuori l’Estraneo. Ad un occhio inesperto, il viso ora duro del ragazzo sembrava privo di ogni emozione: dentro di lui, in realtà, la sorpresa si mescolava col desiderio di azione, e tutt’e due con altri sentimenti che non riusciva a comprendere. Decise di porre un’ulteriore domanda, per liberarsi d’ogni dubbio: “Ed a chi darò la colpa dei miei fallimenti?”. La risposta del mazzo non cambiò.


Il ragazzo gli strinse la mano con una forza che non avrebbe creduto possibile, si girò e prese, più che a camminare, a marciare. Il vecchio cartomante lo guardò soddisfatto: aveva preso una femminuccia che non sarebbe stata capace nemmeno di sputarsi in un occhio, e l’aveva trasformato in un convinto aderente alla causa. Il tutto senza dire nemmeno una volta “sporco negro” ed utilizzando soltanto un vecchio mazzo svengali di sua creazione. Gli altri dicevano che lui se la prendeva comoda, che non faceva mai un cazzo, che si divertiva a fare quel suo bula bula mentre loro facevano il lavoro sporco e si dedicavano all’Azione… cazzate. Non avevano mai capito, quant’era importante colonizzare l’immaginario. Solo l’arrivo di quei maledetti, come si chiamavano, social network, aveva fatto aprire loro un poco gli occhi.

Tornò dentro con un misto di nostalgia e delusione. Fuori dal suo tendone appese un cartello con scritto: “Non ci sono”. Non era una bugia. Scansò una tenda e rimase a fissare i suoi attrezzi da scena: al centro spiccava la cassa per il numero della donna tagliata in due. Eh, quanti mariti amorevoli aveva trasformato, ficcando lì dentro le loro signore dopo aver fatto togliere loro di dosso con una scusa qualche vestito, ed aveva fatto finta di trapassarle da parte a parte con delle spade…

Era tanto immerso nel suo passato che si accorse della donna soltanto quando gli sussurrò all’orecchio: “Vediamo se quella cassa ti piace anche da dentro…”. La donna, che per un motivo ben preciso aveva scelto il nome di battaglia di Salomè, lo abbracciò e lo chiuse nella cassa prima che potesse dire alcunché.

Le katane con cui fece finta di trapassarlo da parte a parte, ovviamente, erano fasulle quanto le sue vecchie spade. Il vecchio, tuttavia, morì lo stesso. Forse fu lo spavento. Forse fu l’età. Forse non resse il cambio di paradigma: Salomè non solo era una donna, ma era anche negra.

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Quinto atto

Ovvero: come ha fatto il vecchio, e perché quel che sembra Magia sia in realtà magia.

L’inesperto ragazzo (che siamo tutti noi, quando ci sediamo, letteralmente o figurativamente, di fronte ad un illusionista, comunque questo voglia presentarsi) crede intimamente che tutto ciò che il cartomante a cui ha avuto l’incauta pensata di rivolgersi fa sia, semplicemente, un miracolo. La realtà è però diversa, e più interessante e complessa di così.

Prendiamo ad esempio la comparsa del mazzo di “tarocchi non tarocchi che assomigliano tanto a tarocchi”: potrebbe parere che essi spuntino fuori dal nulla, grazie ad una particolare abilità del mago, che si appella alla Tradizione, alla Magia e via maiuscolando. Niente di più falso: il vecchio sta eseguendo, semplicemente, uno dei primi trucchi che si siano imparati a compiere con un mazzo di carte. In questo video, in cui da prova delle sue spettacolari abilità manipolatorie, Silvan (che credo non abbia bisogno di presentazioni) non solo esegue lo stesso numero, ma anche quello inverso, facendo scomparire tra le sue mani, una alla volta, le carte che poi “rimaterializzerà”. Realizzare questa semplice fioritura è molto più semplice di ciò che sembra, purché si sia ben forniti di pazienza e ci si impegni giusto un po’. Si può cominciare imparando il trucco “di base”: far comparire una sola carta, e poi andare ad “aumentare”. Perché, come diceva Ranieri Bustelli, per fare il mago bisogna imparare a far sparire una moneta: poi, la tecnica per far sparire una casa o un elefante è sempre la stessa.

Quello di far reggere in piedi un mazzo di carte su un tavolo è un piccolo, interessante “giochetto”, che ha l’unico difetto di aver bisogno di un ausilio “strumentale” (una piccola bacchetta di metallo) per essere eseguito. Una variante che non presenta questo svantaggio è quella di far stare in piedi un mazzo di carte sulle dita della propria mano: entrambi i trucchi sono spiegati nel bellissimo The art of magic, di T. Nelson Downs (potete leggerlo qui, gratis).

Il mazzo svengali, infine, è un particolare tipo di mazzo truccato, con cui si possono compiere un buon numero di performance apparentemente “eccezionali”. Esso è formato da un certo numero di carte, tutte diverse tra loro, ed un numero di carte tutte uguali che, grazie ad un particolare artifizio, “spariscono” quando vengono fatte scorrere tra le mani. Il mazzo dev’essere mischiato in modo da alternare una carta “normale” con una “truccata” (per fare ciò si può utilizzare un miscuglio particolare, detto miscuglio faro, oppure una versione opportunamente modificata di Charlier shuffle: trovate facilmente un buon numero di tutorial su queste “tecniche di base” su YouTube). Quando le carte vengono fatte scorrere l’una dopo l’altra sul tavolo, lo spettatore vedrà solo le carte “diverse”, ma potrà scegliere solo le carte “uguali”.

Infine, un piccolo appunto personale: non deve sorprendere, che possano esistere illusionisti con le “mani artritiche”, se possono esistere maghi con handicap ancora più grandi, come ad esempio la mancanza di un braccio. E che maghi, aggiungerei. Lavand ha operato quello che si chiama “cambiamento di paradigma”: laddove i maghi dei suoi tempi (ed anche quelli dei nostri) si vantavano e si vantano di eseguire i trucchi con mani “più veloci della luce”, lui ha eletto a motto della sua arte la frase “Non si può fare più lentamente di così!”. Lavand è un rivoluzionario con la bacchetta magica: e tutti noi possiamo diventarlo. Magia al popolo!

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