Pagare in adorazione

Mi pare chiaro che Umberto Eco scriva perché trova la scrittura un gioco molto divertente, e che Stephen King ha di fronte ad una pagina ben scritta la stessa sensazione di stupore che Kant provava per il cielo notturno e la legge morale. Philip Dick scriveva per non andare dallo psicanalista; J.K.K. Rowling, per il puro e semplice gusto di narrare. Quel che non riuscivo a capire, fino ad una settimana fa, era perché scrivesse Neil Gaiman. Intendiamoci: con ciò non voglio dire che Gaiman sia incapace di raccontare, eh, tutt’altro. Quando lo incontrai, tanto tempo fa, nel negozio di M. (di cui ho scritto qui), non ne riportai una buona impressione: era innegabilmente brutto, aveva un’aria eccessivamente radical chic, un naso enorme e quando socchiudeva gli occhi per sembrare un uomo vissuto diventava comico fin quasi al patetico. E però, poi, gli permisi di dirmi una parola, e poi volli sentirne un’altra, ed un’altra ancora, e poi ancora, e non riuscii a staccarmi da quell’albetto di Sandman prima di averlo finito, e poi ne comprai un altro, e davvero ci sono poche cose per cui valga la pena spendere quest’espressione, ma non avevo mai letto niente del genere. Era come se Hugo Pratt avesse incontrato Alan Moore, si fossero stretti la mano, si fossero piaciuti ed avessero deciso di scrivere qualcosa insieme.

No, è che Gaiman sembra uno a cui le proprie storie bastano: non ha, almeno secondo la mia impressione, quella che viene chiamata urgenza narrativa, quella pulsione intima a raccontare, che ti fa parlare per tre quarti d’ora ad amici e conoscenti (a cui, ovviamente, non frega una beatissima) di quella buona idea che hai avuto per una storia, limare questa storia riscrittura dopo riscrittura fino a renderla più o meno perfetta, godersi la faccia stupita degli stessi amici e conoscenti quand li metti di fronte al prodotto finito e la trappola che hai preparato nel primo atto nel terzo scatta (o dovrebbe scattare), chiedere loro cosa ne abbiano pensato, dove puoi migliorare, e se per caso non vogliano sentirne anche un’altra.

Gaiman da l’impressione, invece, di essere uno che costruisce storie e, soprattutto, universi, perché gli piace andarci ad abitare; gli piace visitare i più oscuri reami del mondo di Morfeo insieme con Sogno, ed è per questo che si racconta le sue storie. Ma poi basta. E, quindi, la domanda è: perché Gaiman ha fatto lo scrittore, e non l’impiegato all’Ufficio Brevetti o il postino, insomma, un lavoro che gli lasciasse sufficiente tempo libero per andare e venire dai reami sconfinati della sua fantasia tutte le volte che voleva?

Prima di leggere American Gods (scovato ad un euro e cinquanta in un mercatino dell’usato che sta diventando per me una specie di forziere del tesoro), questa domanda, per me, non aveva risposta; dopo averlo letto, tutto mi è più chiaro. Perché, cari signori critici, voi avete capito benissimo che American Gods è:

  • uno dei pochi esempi stupendi di quello che la nostra smania classificatoria (figlia probabilmente più di motivazioni economiche che di un interesse linneiano verso la letteratura) ci fa definire urban fantasy;
  • una folle miscela di citazioni e riferimenti a… oh, cielo, un po’ a tutto, senza cadere nel citazionismo più esasperante (ehi, tu, l’hai visto? Eh? Eh? Hai visto il riferimento a quel film sconosciuto di cui non si è fatto altro che parlare su Facebook? Eh? Eh? Bravo, quindi anche tu fai parte della sottocultura! Sentiti fiero!);
  • una commedia portata avanti da degli interpreti eccezionali (appena è entrato in scena Wednesday, io gli ho subito messo la faccia di Cristoph Waltz, e scusate se è poco);
  • una riflessione su un tema scomodo come quello del mito, e sul bisogno che di questo hanno anche quei popoli che sembrano aver trovato la propria felicità in un hamburger del McDonald’s (e quindi, finiscono per divinizzare quest’ultimo, ed i propri presidenti, ed una storia, la propria, a volte del tutto insignificante, e talune località turistiche francamente stucchevoli);
  • un saggio storico sulla nascita del voodoo (sul serio) e di tutti gli altri miti sincretici che sono la conseguenza del crogiolo di culture che è l’America, almeno quanto l’intolleranza che la permea;
  • la dimostrazione, infine, che anche l’ancora tanto bistrattata narrativa di genere possa diventare qualcosa di più;
  • e, oh, già: un libro fottutamente avvincente. Che sembra scritto da uno che ha voglia di fare altro, ma in che non si dica te ne sei sciroppato centocinquanta pagine, e vuoi assolutamente sapere come va a finire, e quando è finita sei felice che ci siano delle trame “minori” lasciate in sospeso, e poi ti leggi pure i ringraziamenti, perché sei sicuro, secondo me c’è ancora qualcosa che non mi ha detto.

Ma non avete capito che esso è, anche e soprattutto, in qualche misura, un libro autobiografico. Sì, adesso quelli che lo hanno letto vorranno la mia testa, ed a quelli che non l’hanno letto farò forse comprare un libro completamente diverso da quello che sembro promettere. Ma pensateci: Gaiman sta facendo una spudorata confessione. Ci eravamo sempre chiesti come faceva la sua bravura a sembrare del tutto ultraterrena? Be’, dopo aver letto American Gods lo sapremo: perché è ultraterrena.

Accettiamo che Gaiman non è un uomo: è uno dei protagonisti del suo romanzo, un dio. Un dio affascinante come Anansi e potente come Odino: che per uccidere gli altri dei si deve fare una fatica boia, ed invece a lui basta un semplice gesto del dito, e puf! Un dio che, come quelli del suo libro, ha bisogno dell’adorazione degli uomini, per continuare a vivere ed a prosperare: ed ecco spiegato, perché Gaiman scrive. Vuole che noi sbaviamo sulle sue pagine. Vuole che accendiamo delle candele sugli altarini con la sua foto. Vuole che noi lo idolatriamo. E sapete cosa vi dico? Se mi apparisse in sogno stanotte per chiedermi di mettermi una stola viola e di andare ad annunciare il suo Verbo, io lo farei. Anzi, lo sto già facendo. Leggete American Gods. Questo è il Primo Comandamento.

(questo articolo partecipa a I venerdì del libro)

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4 thoughts on “Pagare in adorazione

  1. Pingback: Venerdi' del libro: Acciaio |

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