Se otto euro vi sembran tanti

Alle tre, non sorprendentemente, inizio a sentire qualcosa alla bocca dello stomaco. Ho ricordi piuttosto vaghi sull’argomento, studiato nell’ambito dell’esame di gastroenterologia affrontato ormai tre anni fa, ma credo si chiami fame (che differisce dall’appetito, essenzialmente perché quando hai fame vuoi mangiare, poche fotte di quel che ti mettono davanti); quanto letto nel libro di fisiologia umana curato da Fiorenzo Conti lo ricordo bene, invece (è un esame che ho amato molto), invece, e quindi sono abbastanza certo che i miei occhi continuano a fissarsi sull’insegna “Ristorante cinese” per un motivo ben preciso: il mio corpo vuole andare lì. Oppure, si rifiuterà di riportare a casa il suo ingrato proprietario, che lo tiene nel digiuno più totale dalle sette e trenta della mattina, ed io morirò per strada come tanti grandi uomini (passati tutti alla storia, però, solo dopo essere morti).

Ritengo più saggio entrare e spendere otto euro per un piatto di spaghetti al curry (non indimenticabili), una porzione di ravioli al vapore (enormi, ma senza infamia e senza lode) ed una bottiglietta di acqua liscia da mezzo litro (incolore, insapore ed inodore esattamente come vuole l’etichetta). In omaggio, ricevo una rivelazione. È innegabile (o almeno, lo è per me) che in Italia, negli ultimi anni, il razzismo abbia sperimentato un cambio di passo: certo, negli anni passati avevamo i nostri “bravi” politici che sbraitavano che volevano mettere i cannoni sull’Adriatico, ma erano politici da operetta, gente che, sospettavamo (o meglio, sospettavano i miei genitori: a sei anni l’unica cosa verde di cui avevo fatto esperienza era Denver), ed i fatti ci hanno dato ragione, dovevano spararla grossa per andare in TV nelle rassegne elettorali, racattare qualche milioncino di voti ed andarsene a “Roma ladrona” per raderla al suolo o, in alternativa, per sistemare i loro direttori di testata (cit.), e per farlo si rivolgevano a quella parte di italiani che era razzista “di pancia” fin dai tempi di San Francesco. Ma poi, quando una nave colava a picco per davvero, nell’Adriatico (per colpa di una corvetta italiana, per di più), tutti quanti piangevamo: tutti, anche Silvio Berlusconi, che forse lo faceva per calcolo elettorale, certo, ma oggi andrebbe lì a raccontare barzellette. E per calcolata scelta, non per una sua quanto mai eventuale patologia neurologica e/o psichiatrica (so quello che dico, avendo studiato anche queste materie con particolare attenzione).

Perché, e qui torniamo a quanto detto all’inizio, le cose sono cambiate: andate oggi, in giro, a dire a qualcuno con faccia affranta che bisogna accogliere quei poveracci che rischiano la vita per attraversare il Canale di Sicilia, e nella migliore delle ipotesi riceverete uno sputo in faccia ed un sardonico “E ringrazia che non sono un negro con l’Ebola”. Il razzismo italiano si è fatto più egoista e cattivo: perché io credo che anche nell’Italia stordita dai vari “neo-con” ed “atei in ginocchio” del 2001, quella terra dove i fascisti erano ancora una sotto”cultura” e gli ex neri, più o meno ripuliti, dovevano invocare il proprio centrismo per tirare su qualche preferenza, nessuno si sarebbe mai sognato di andare in giro a sparare a sangue freddo contro dei poveri ragazzi colpevoli solo di essere africani (e, se l’avesse fatto, sarebbe stato subissato, al minimo, di ingiurie). Che poi, insieme alla stanca vicenda dei Marò, è un po’ l’emblema di questo “nuovo” razzismo.

Ma, direte voi, in tutto ciò, cosa c’entra il ristorante cinese? Cioè, sì, c’è ancora gente che insiste nel sostenere che i cinesi asportano gli organi a quelle (dettaglio da non sottovalutare: le vittime non sono mai uomini) che entrano da sole nei loro negozi, e cucinano i gatti, ma questo appartiene al “vecchio” razzismo, giusto? Giusto. Però dentro il ristorante cinese, la gentile cameriera che mi ha portato il menù, ha preso la mia ordinazione e mi ha servito dicendomi “Prego” ad ogni portata, aveva un accento incontrovertibilmente italiano (il che non significa nulla, visto che ci sono molti cinesi di seconda generazione che parlano l’italiano molto, molto meglio di tanti “leoni da tastiera”) e, cosa più importante, aveva capelli biondi ed occhi azzurri che credo non si siano mai visti più ad est dello Xinjiang.

Ecco il punto: il vecchio razzismo non era più buono, non aveva un “volto umano”, era solo più subdolo. Perché gli italiani sapevano già allora che cinesi, rumeni, africani ed albanesi erano manodopera a basso costo, sfruttabile e ricattabile senza difficoltà, ed accettavano che venissero qui a “rubarci il lavoro” perché, in qualche modo confuso, intuivano che erano necessari. Non solo per le ragioni che ho cercato di spiegare qui, ma anche e soprattutto dal punto di vista più strettamente economico: era su di loro che si scaricava il nostro “stato del benessere”; erano loro che permettevano a noi di farci i nostri bei quindici giorni di vacanza, di acquistare una macchina sportiva e di avere un sacco di bei vestiti a prezzi tutto sommato accettabili (poi magari ci lasciavano le penne: ma oh, in fin dei conti erano solo cinesi. Sono un miliardo, che vuoi che sia uno in più o uno in meno?).

Ora, però, le cose sono cambiate: qualcuno di quegli straccioni ha fatto fortuna, e può permettersi addirittura (o, quale tremendo affronto!) di assumere manodopera locale e, magari, anche di sfruttarla, esattamente come noi, per anni, abbiamo fatto con loro. E, ovviamente, nessuno pensa di prendersela con un sistema sbagliato, che permette ed anzi invita un uomo a sfruttarne un altro: no, i nostri nemici sono i negri. Non sia mai che aprano una loro impresa e si mettano ad assumere italiani. Io, prendere ordini da un negro? Ma torna nella giungla, baluba!

Sullo scontrino non c’era scritto, ma quel ristorante (oltre ad un pranzo che non ho apprezzato moltissimo) mi ha servito anche una bella sveglia: non esiste razzismo buono. Non c’è alcun volto umano nella xenofobia. Se non dimostra la nostra violenza, il razzismo dimostra la nostra ipocrisia.

Tanta roba, per soli otto euro.

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3 thoughts on “Se otto euro vi sembran tanti

    • Che Storti fosse bravo si è sempre capito, anche quando faceva minchiate (tipo, quella serie incridibilmente imbecille andata in onda tempo fa su Italia 1, che ruotava tutta attorno ad un campo di calcetto…).

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